Europa-Cina, una Relazione difficile da costruire; mentre l’Asia corre tra Tokio e Astana…..(12 giugno 2017)

 

CLIMA E COMMERCIO, LA ‘QUASI-ALLEANZA’ CINA-EU…
Giorni or sono, a Bruxelles, con la firma sopra un documento congiunto, doveva nascere la ‘Grande Alleanza’ Cina-Europa che rispondeva alla sfida trumpiana in due materie importantissime e delicatissime, libero commercio e lotta al cambiamento climatico. Con l’uscita degli States, prima dal TPP, poi dall’Accordo di Parigi, l’amministrazione Trump aveva dato contenuto concreto alle ‘promesse’ anti-multilateraliste e neo-protezionistiche di campagna elettorale. Anche andando contro ad alcuni importanti interessi sociali ed economici dell’America pretrumpiana.
Dunque, alcuni giorni or sono, avrebbe dovuto prendere corpo questa nuova alleanza con la firma su un documento congiunto che sembrava un vero Manifesto strategico. Ciò non è avvenuto, però: o per meglio dire, la Grande convergenza sino-europea c’è stata e c’è sia in difesa del ‘principio’ del libero commercio globale sia in difesa della lotta al riscaldamento globale. Il primo ministro cinese e la Cancelliera tedesca prima, le istituzioni europee poi lo hanno pienamente ribadito. Ma quella firma su quel documento congiunto non c’è stata.
Le cose infatti non sono mai semplici, specialmente in questi tempi di transizione. Quel documento finale non è stato poi siglato dalle parti, nonostante la forte convergenza sino-europea in materia di apertura al commercio e di lotta al cambiamento climatico. Non è stato siglato per la richiesta cinese di ‘riconoscimento dello status di economia di mercato’, richiesta che non è ancora accettata da tutti i paesi membri dell’UE a causa delle conseguenze che essa avrebbe sull’entrata di merci e imprese cinesi in Europa. I dissidi attorno alla ‘MES’, (così si chiama in acronimo quel riconoscimento ‘di economia di mercato’), hanno fatto saltare la firma, una firma che sarebbe stata politicamente molto molto importante. Ci sono stati passi avanti importanti, come la tutela di 200 prodotti europei di qualità sul mercato cinese nonchè la creazione di un gruppo di lavoro sulla questione dei sussidi di stato, ma è mancato il passo avanti forte, ovvero il documento congiunto e il riconoscimento (condizionato) alla Cina da parte dell’Unione europea. Ci saranno altri passi in futuro, ovviamente, ma questo passo avanti forte non c’è stato l’altro giorno a Bruxelles.
Ciò conferma, da un lato, l’esistenza di forti, fortissime convergenze sino-europee, dall’altro lato, ciò mostra le difficoltà e le contraddizioni anche tra attori che hanno forti interessi convergenti. Si può parlare, come avevamo fatto, a questo punto di ‘Alleanza Cina-Europa’? Fino a quando Cina e UE non si intenderanno completamente sulla faccenda del MES, secondo noi, è prematuro parlare di quell’’alleanza’ (nella nostra precedente Nota, avevamo parlato appunto di ‘asse sino-europeo’ e, quindi siamo stati perlomeno precipitosi; ma avevamo anche accennato alla questione delicatissima del MES…): forse possiamo parlare di ‘Quasi-Alleanza’ ma di alleanza vera e propria proprio no. Almeno fino alla definizione di quella faccenda del MES. Sicuramente c’è invece una forte Partnership fra la Cina e la più importante nazione d’Europa, la Germania. Ma l’’Alleanza Cina-Europa’ piena e compiuta è rinviata.
Ma che cosa è questo MES tanto delicato? Ne abbiamo parlato in altre occasioni. Sinteticamente: la Cina, quando è entrata ormai 16 anni or sono nel WTO; lo ha fatto sulla base di un protocollo speciale che consentiva per 15 anni, di portare le imprese cinesi per pratiche di dumping di fronte ai giudizi del WTO molto più facilmente dei paesi ‘a regime normale’. Ciò ovviamente a causa delle caratteristiche peculiari della struttura capitalistica cinese.
Trascorsi i 15 anni, la Cina chiede di essere riconosciuta ‘economia di mercato’, di diventare cioè un paese ‘normale’. Gli Stati Uniti già con l’amministrazione Obama erano totalmente chiusi a questa ipotesi. L’Europa fin dall’inizio ha una posizione più possibilista al riguardo. O per essere più precisi, l’UE è divisa, fra paesi ‘aperturisti’, paesi contrari, e la Germania in mezzo.
Ciò se ha ribadito la caratteristica di una Europa apparentemente indecisa, potrebbe consentire all’UE di presentare proposte e agende innovative, riconoscere il MES a Pechino però a particolari condizioni. La Cina però ripropone la questione MES ogni volta, ed ancora non c’è il consenso necessario per una ‘terza opzione’, di scuola europea. Da qui l’impasse che ha impedito, dieci giorni or sono, la firma su quel documento congiunto, peraltro già ampiamente pronto e di fatto accettato da Europa e Cina, da Unione Europa e Repubblica Popolare.
Un male? Forse no, alla fine. Alla fin fine, se l’Europa riuscisse ad elaborare una posizione innovatrice e se riuscisse a portarla avanti, se costruisse una alleanza con la Cina e se allo stesso tempo evitasse una contrapposizione con gli Stati Uniti, partner comunque indispensabile ad un ordine globale riformato, non sarebbe affatto male.
Quindi, forse non è male ciò che è accaduto dieci giorni or sono, nonostante tutto. (C.L.).

 

 

’L’ASIA IN MOVIMENTO: TOKIO E ASTANA
L’Asia di sta organizzando. Di fronte alla crisi dell’’Occidente’ e alle tempeste attorno a Washington. Di fronte alle controverse scelte asiatiche o ‘climatiche’ o mediorientali o transatlantiche dell’amministrazione di Donald Trump.
Nei giorni scorsi, ad esempio, notizie interessanti sono giunte da due città importanti, Tokio ed Astana. In estrema sintesi, il Giappone potrebbe aderire all’Iniziativa cinese per la nuova Via della seta; India e Pakistan aderiscono alla SCO. Ma andiamo per ordine.
Il primo ministro conservatore nipponico Shinzo Abe ha dichiarato che il Giappone potrebbe aderire all’Iniziativa cinese per la nuova Via della seta, la ‘Belt and Road Initiative’, e ai relativi giganteschi programmi di infrastrutture. Abe però pone alcune condizioni, come una maggiore trasparenza nei processi di decisione e di investimento.
Pechino, pur non accettando condizioni, ha espresso apprezzamento per la volontà espressa dal premier giapponese. E’ intrigante ricordare come si sia appena tenuta, a metà maggio per la precisione, una conferenza internazionale per la nuova Via della seta; ed è interessante annotare come nei giorni scorsi, a Tokio si sono tenuti gli incontri del Consigliere di stato cinese Yang Jiechi, con tutti i vertici del governo giapponese. La NorthKorea è stata al centro di questi colloqui, ma appare comunque interessante il fatto che immediatamente dopo quegli incontri, arriva l’annuncio della volontà nipponica.
Ad Astana, capitale del Kazakhistan, stato centro-asiatico ricchissimo di giacimenti di gas e petrolio, si tiene il vertice annuale della SCO, l’Organizzazione di cooperazione di Shanghai, un importante organismo multilaterale comprendente fino all’altro giorno, Cina e Russia nonchè le repubbliche centro-asiatiche. Da qualche tempo, però, è in corso un processo di allargamento della SCO che ne sta facendo un formato chiave per il Grande Far East. Mongolia, Iran ne fanno parte. Ora ne fanno parte anche le due nazioni in lotta da decenni, con guerre, conflitti politici, terrorismo e rischi di confronto nucleare, nell’Asia del sud, India e Pakistan.
La SCO si occupa tra l’altro di lotta al terrorismo. Oltrechè di diplomazia regionale. L’India, scrive un commento, spera di poter avviare una lotta al terrorismo comune anche con Cina e Pakistan, nonostante i ‘problemi’ ad esempio con Pechino degli ultimi mesi, basta guardare alla situazione dell’Arunchal Pradesh. Piccoli episodi di carattere simbolico, ma che indicano comunque uno stato di tensione politica fra Cina e India.
Il punto fondamentale è che stiamo assistendo a grandi movimenti geopolitici in Asia, che ora sembrano avere come fulcro, alcune nuove istituzioni regionali: l’Iniziativa cinese della nuova Via della seta, la Banca asiatica per gli investimenti infrastrutturali e infine l’Organizzazione di cooperazione di Shanghai. Insomma i processi di cooperazione asiatici stanno riprendendo vigore nonostante le tensioni e le crisi politiche e strategiche che caratterizzano il grande continente. Questi processi sembrano coinvolgere pesantemente in particolare due istituzioni creazioni di Pechino, Via della Seta e AIIB, e la creazione di Cina e Russia, la SCO appunto.
Ciò richiede una ‘riflessione’. Fino a pochi anni or sono infatti, al centro di tutti i processi asiatici vi era un’altra istituzione, l’ASEAN, ovvero l’Associazione dei paesi del sud est asiatico, nata in origine come l’organizzazione dei regimi anticomunisti della regione, e che poi è cresciuta come struttura di cooperazione di tutti i paesi.
L’ASEAN da un lato aveva avviato un processo di integrazione che aveva come ‘modello’ la Comunità Europea, l’’Asean Community’; dall’altro lato era il centro di un processo più ampio, dall’’Asean Plus’, paesi Asean più Cina, Giappone, Corea del sud, alla Conferenza allargata a tutti i paesi dell’Asia Pacifico, dalla Cina agli Stati Uniti.
Purtroppo in questi ultimi anni, l’assertività cinese per le acque e le isole del Mar cinese meridionale e la risposta americana in termini di ‘tentativo di indebolimento’ di Pechino (ed altri fattori come la crisi del Myanmar o l’infinita transizione politica della Thailandia), hanno spaccato l’ASEAN: fra i paesi più vicini alla Cina, Laos, Cambogia ad esempio, paesi equilibrati ma con nuove relazioni con Pechino, Thailandia, Singapore, e infine paesi con forti controversie con la Cina, Filippine, Vietnam.
Le divisioni geopolitiche hanno reso più debole le iniziative dell’ASEAN e sembra che hanno dato spazio ad altri formati multilaterali. Ma ASEAN ha come ‘modello ideologico’, la nostra UE; mentre la SCO ad esempio è una realtà messa in piedi da Cina e Russia, quindi con una ‘filosofia’ diversa. Il che ci sembra un grave smacco, per l’amministrazione Obama, l’amministrazione del cd ‘Pivot to Asia’. (C.L.).

(Ed ora, se ci è consentito, parliamo della vecchia Europa nel Mondo dell’Asia, alle prese con elezioni in Gran Bretagna, in Francia ed anche in Italia: Caos britannico, ordine francese, transizione italiana…..)

‘L’EUROPA NELL’ANNO DEL GALLO’: ’TRE PAESI, TRE CRISI’: IL CAOS BRITANNICO…
La Gran Bretagna ‘italianizzata’? In effetti, ormai da alcune legislature, il sistema politico madre di tutti i Westminister, il Regno Unito, appare in difficoltà, fra governi di coalizione eretici, referendum controversi ed ora un ‘Parlamento appeso’.
Nelle recentissime elezioni parlamentari britanniche non c’è un vincitore: o meglio, i conservatori hanno preso più seggi dei laburisti, ma hanno perso politicamente, non avendo più la maggioranza assoluta, e non avendo ottenuto il mandato forte che la loro premier aveva chiesto; i laburisti, pur non essendo riusciti a scalzare la guida tory, hanno avuto un risultato decente; i liberali sono andati benino; i nazionalisti scozzesi, poi, hanno ricevuto un sonoro schiaffo elettorale. Chi ha vinto, al dunque?
La Cancelliera. Angela Merkel!. Alla fin fine, se la Gran Bretagna, intrapresa la via controversa della Brexit, si ritrova un governo debolissimo, e con una premier sempre più azzoppata, ciò favorisce (indirettamente?) la nazione leader del vecchio continente e dell’UE, ovvero la Germania di Angela Merkel.
Il vero vincitore del ‘caos britannico’ quindi è a Berlino. Ora dovranno iniziare i negoziati per Brexit, e Bruxelles avrà qualche carta in più da giocare (anche se il negoziato con la nuova May sarà difficilissimo!); e Berlino potrà costruire, assieme alla Francia di Macron (che invece è uscito alquanto rafforzato anche dalle elezioni legislative), una Europa Unita più coesa.
Dunque, a Londra, Angela Merkel ha vinto e Theresa May ha perso. Ma questo è solamente il primissimo effetto del risultato britannico. Un’altro effetto riguarda direttamente la sinistra inglese: il blairismo, inteso come il riformismo della ‘terza via’, la variante di sinistra del ciclo neoliberistico, è morto assieme a quel ciclo politico-economico.. La quasi-vittoria di Corbyn mette la parola fine a Blair, senza però che sia stata elaborata, per ora, una ‘nuova sinistra riformista’.
D’altro lato, e qui siamo al terzo effetto del voto dei cittadini del Regno Unito, quel voto resuscita e ridà fiato al sistema politico britannico a formato ‘bipartitico’ secco. Anche in queste Note, avevamo dato per defunto il sistema politico ‘bipartitico’ inglese: ebbene i cittadini del Regno Unito si sono incaricati di smentirci. Il bipartitismo secco inglese è vivo e vegeto. O per meglio dire, il formato bipartitico secco inglese resiste e si rafforza, ma la dinamica ‘classica’ del sistema politico competitivo modello Westminister appare morta.
Appare comunque morta quella dinamica politica che portava elettori ed agende politiche verso il ‘centro’; le eventuali aree estremiste o radicali erano invogliate o a lasciare perdere il voto o a eleggere come male minore i candidati ‘di governo’ del rispettivo campo politico. A destra come a sinistra. In queste elezioni, è accaduto precisamente il contrario. Gli elettori ‘moderati’ di destra o di sinistra, pur di evitare il candidato ‘radicale’ dell’altro campo, la May per i tory, Corbyn per il Labour si sono acconciati a votare il proprio candidato ‘radicale’, la neo-trumpesca May a destra, il rosso-massimalista Corbyn a sinistra.
Risultato: il sistema politico britannico è rimasto a formato bipartitico secco, anzi lo è diventato ancora di più, ma è diventato anche ‘iper-polarizzato’. Piccola annotazione: le crisi di ‘iper-polarizzazione’ affliggono e colpiscono sempre di più quasi tutti i sistemi politici di governo del mondo ‘anglosassone’, con la sola e significativa eccezione del paese più ‘europeo’ di quel mondo, il Canada.
Theresa May sta cercando di formare una coalizione parlamentare Conservatori-Democratici unionisti nord-irlandesi, DUP. Sarà una coalizione debolissima: in primo luogo, a causa delle tendenze ultrareazionarie e della storia orangista del DUP; in secondo luogo, a causa dell’orientamento del DUP a favore di una ‘soft Brexit’ . Per una Brexit ‘dolce’ d’altra parte milita anche il partito conservatore di Scozia, che oltretutto è anche di orientamento progressista quanto a diritti civili, e che di fatto ha salvato i tories da una vera disfatta.
Domanda: come farà la premier della ‘hard Brexit’ a tenere assieme l’agenda della ‘hard Brexit’ e l’orientamento della destra reazionaria alla Boris Johnson, con l’orientamento pro-Europa dell’ala scozzese del suo partito, dei conservatori moderati e anche, ohibo, dei democratici unionisti dell’Irlanda del nord?
Il fatto è che il Regno Unito, con il referendum sull’Europa, si sta impiccando con le sue mani. Il fatto è che la Gran Bretagna, da un lato, ha un sistema politico competitivo sempre più iper-polarizzato (e quindi sempre più inefficace); dall’altro lato, continua ad essere fortemente attratta dal ‘Polo’ europeo, ovvero da una Europa incasinatissima, ma che evidentemente attrae non poco!.
La crisi politica e sociale britannica può essere letta quindi come la crisi con al centro la contraddizione fra la vecchia Gran Bretagna ‘imperialista’ e legata agli Stati Uniti dalla relazione speciale, e una (possibile, ma non chiara), nuova Gran Bretagna, con un forte spazio di innovazione nel contesto europeo, ma con regole tutte da capire e definire. Fino a quando le forze sociali di questo grande paese non sceglieranno la via migliore per la società britannica, non ci sarà soluzione alla crisi ‘di sistema’. Il presidente americano aveva affermato che, parola più parola meno, ‘Brexit era una cosa fantastica per il Regno Unito’. Per ora questa analisi si è rivelata sbagliatissima. E’ vero che l’economia britannica, per ora, non ha ricevuto colpi da Brexit, ma è anche vero che Brexit ancora non c’è stata a livello ‘reale’: c’è stata ‘solo’ a livello politico. E da quelle parti, l’effetto ‘distruttivo’ della Brexit per la politica britannica sta sotto gli occhi di tutti….

NB: Sondaggio post-elettorale in Gran Bretagna, i laburisti sono in vantaggio….: http://survation.com/wp-content/uploads/2017/06/Post-Election_Poll_June10.pdf

..L’ORDINE FRANCESE… Mentre la Gran Bretagna vive un periodo alquanto caotico, la Francia sembra aver trovato un suo nuovo ‘ordine’ politico con E. Macron: mentre Londra è nel pallone, Parigi ha trovato una sua via al Cambiamento. En March, il movimento politico ‘creato’ da Macron, ha vinto il primo turno delle elezioni legislative e si appresta, secondo tutte le previsioni, a stravincere il secondo turno. En March infatti potrebbe conquistare una ‘super-maggioranza’ all’Assemblea nazionale.
Non solo: al primo turno delle legislative, il Front National è uscito a pezzi, con un misero 14 per cento circa, la Sinistra radicale di Melenchon è uscita piuttosto malino con l’11 per cento circa, il Partito socialista è uscito quasi liquefatto, mentre la destra gollista repubblicana si è conquistata un onorevole secondo posto dietro il Trionfatore.
Che succede, tutto bene nell’Esagono per la democrazia riformista e l’Europa, complice un sistema elettorale ed istituzionale a doppio turno, uninominale e semi-presidenziale? Macron ha ottenuto un ampio mandato popolare. Ora il Presidente francese potrà andare avanti con una agenda riformatrice ed europeista. Per la prima volta un presidente e un partito esplicitamente avvolti nella bandiera dell’Europa e marcianti a con le note dell’Inno alla Gioia, hanno trionfato. Ma c’è un ‘problemino’: l’affluenza alle urne. Solamente il 50 per cento dei francesi ha votato al primo turno delle legislative.
Il messaggio sociale è chiaro: Macron ha un ampio mandato politico, ma la società francese è molto sofferente. Il Front National, una parte consistente dei suoi stessi elettori, è solo uno strumento politico di questa sofferenza sociale. E non è neppure il solo: ‘Francia Indomita’ di Melenchon è un’altro potenziale strumento di rappresentanza politica della sofferenza sociale e civile della Francia. Macron ha avuto un ampio mandato, dunque, ma ora deve dare risposte serie ed eque non solo alla Francia ‘europeista’ ma anche, e specialmente aggiungiamo, alla Francia sofferente. Deve andare avanti con riforme del mercato del lavoro e della pubblica amministrazione, ma se non adottasse anche un forte pilastro ‘Liberal-keynesiano’ arriveranno i guai. Sociali e politici.
Macron è stato eletto all’Eliseo con una convergenza elettorale di voti della Francia ‘europeista’ e della Francia sofferente, la metà circa degli elettori di Melenchon lo ha votato al secondo turno è sempre bene ricordarlo. Ora En March è riuscita a mettere assieme gli elettori più europeisti e a stravincere alle legislative. Gli elettori dell’’Altra Francia’ sono rimasti in larga misura a casa: ma ci sono, e possono ritornare nell’arena elettorale alle prima occasione se l’amministrazione Macron sarà solo l’amministrazione della Francia ‘appagata’ ed europeista, se Macron sarà il leader di una mera coalizione restauratrice di classi ‘appagate’. Questo è il punto molto molto delicato per Macron e per la Francia.
Per fortuna c’è comunque un’altro dato importante: la destra gollista repubblicana è la seconda forza politica di Francia e può costituire una alternativa di governo europeista importante. Non solo: se si sommassero i voti di Francia Indomita, delle altre sinistre e del PS, si arriverebbe comunque a numeri importanti. E’ vero che è come mettere assieme l’aglio e le mele, purtuttavia la sinistra non è scomparsa: è divisa e dispersa, senza un grande progetto nè una formula adeguata, ma c’è. L’opposizione, per gollisti e sinistre, sembra apparire la terapia adatta.

…E INFINE LA TRANSIZIONE ITALIANA Dopo Regno Unito e Francia, le ex grandi potenze della vecchia Europa, non resta che parlare della piccola nostra Italia. E’ davvero tornato il bipolarismo? Il ‘populismo’ italico è davvero stato rigettato dalla società italiana, come è accaduto dall’Olanda alla Francia in questi mesi?
Purtroppo le cose sono ben diverse. Il bipolarismo non è rinato dalle sue ceneri, il ‘populismo’ italico non è affatto stato respinto, il sistema politico italiano è sempre di più in una gravissima condizione di crisi e costituisce sempre di più l’anomalia del sistema politico di Eurolandia, una ‘anomalia’ sempre più preoccupante.
I fatti. Uno. Cinquestelle non va praticamente da nessuna parte al secondo turno con propri candidati. La sconfitta del movimento fondato da Beppe Grillo è indiscutibile. La ragioni sono tantissime. Ma c’è un ma: l’astensione degli elettori è stata massiccia, circa il 40 per cento a livello di media nazionale, circa il 50 per cento a Genova, città-laboratorio politico in questo turno elettorale. Parrebbe, insomma, che una parte cospicua del potenziale elettorale di ‘protesta’ di Cinquestelle sia rimasto a casa. Cinquestelle, stavolta, non è riuscita ad attrarre la forte protesta di una Italia impaurita, impoverita, arrabbiata e stanca. Ma quella fortissima protesta rimane appunto fortissima: basta sommare, in modo superficiale ovviamente, il voto di Cinquestelle con l’incremento degli astenuti, 20 per cento più un’altro 20 per cento (per dirla sommariamente!), per capire la effettiva condizione del sistema politico italiano.
Due, la cosa diventa ancora più grave se si guarda a destra. La coalizione di destra, guardiamo sempre a Genova, è andata sicuramente bene tanto che essa potrebbe davvero conquistare quella roccaforte della sinistra che è il capoluogo ligure. Ma è andata bene con un candidato sindaco leghista. Ovvero la coalizione di destra va bene con una leadership leghista o comunque con una formula che sposta a destra l’asse della coalizione medesima. Lo ‘scivolamento’ a destra della coalizione Forzaitalia-Lega non avviene semplicemente sul tema immigrazione; lo scivolamento rischia di avvenire sul tema Euro. La proposta berlusconiana di una ‘doppia circolazione’ monetaria in Italia è chiarissima dal punto di vista politico, quanto pericolosa dal punto di vista economico e finanziario.
Morale: da un lato, c’è un serbatoio di protesta ‘trasversale’ per Cinquestelle (o per altri soggetti), vicino al 40 per cento (parliamo di Genova, attenzione!). Dall’altro lato, c’è un blocco di destra che va bene con una guida e sotto una egemonia leghista (cosa ben diversa accade a Parigi o a Vienna).
Non è finita. Tre, i voti del Pd sono sostanzialmente (Genova) sotto il 20 cento, per quanto riguarda le liste. Certamente nelle elezioni amministrative ci sono sempre tante liste civiche, ma anche l’esplosione di questo fenomeno politico la dice lunga sulla crisi crescente del sistema politico di governo italiano. Il Pd sta sotto il 20 per cento quanto a voto di lista, e se teniamo conto pure del livello dell’astensione in questo turno, per quante liste civiche vicine al centrosinistra possiamo conteggiare, appare evidente che il partito renziano potrebbe stare, quanto a voto nazionale, vicino ad una quota molto molto preoccupante: il 20 cento?
Tiriamo a questo punto le fila del discorso: da un lato, abbiamo un bacino di voto di protesta ‘trasversale’ pari a circa il 40 per cento degli elettori che potrebbero andare alle urne in elezioni nazionali; dall’altro lato, abbiamo una destra coalizzata che sull’issue Euro appare un pochino ambigua, e solo con questa agenda può recuperare qualche frazione di elettori; infine, abbiamo un Pd che pare in caduta libera e che si salva da un disastro totale, solo con coalizioni comprendenti la sinistra di MDP e dintorni o con candidati all’Orlando.
Se le cose stanno così, allora bisogna dire che il sistema politico italiano non solo è sempre in crisi, ma sta aggravando la propria condizione di crisi. Il ‘populismo’ italico non ci pare messo nell’angolo. Il bipolarismo è tuttaltro che risorto dalle proprie ceneri! L’Italia continua ad essere ‘anomala’ nel panorama politico di Eurolandia. Benvenuti nella ‘transizione’ italiana senza fine!! (C.L.)

(12 GIUGNO 2017)

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *