Nasce l’asse Cina-Europa….Il Premier cinese corre in Germania e Belgio, dopo i fallimenti del G7 di Taormina., ma non è tutto rosa e fiori per Pechino in Asia…..(2 giugno 2017)

 

CLIMA E DINTORNI, L’ASSE CINA-EUROPA

Brevemente. Donald Trump denuncia l’accordo di Parigi per la lotta al cambiamento climatico. Nelle medesime ore, per uno scherzo del destino, il primo ministro cinese Li Keqaing si trova in Europa, in Germania per il vertice con la Cancelliera tedesca, e a Bruxelles per gli incontri sino-europei: Cina ed Europa prendono immediatamente posizione comune a favore degli Accordi di Parigi.
Il comunicato congiunto sino-europeo da questo punto di vista è molto importante.Cinesi ed europei dicono che il multilateralismo può permettere di trovare soluzioni ai problemi della nostra epoca, che ci vuole volontà politica comune e fiducia reciproca. Cina ed Europa ricordano il loro impegno politico verso gli accordi sul clima. Il documento appare quasi un ‘manifesto’ strategico di Cina e Europa
E’ la seconda volta che una scelta dell’amministrazione Trump, legata ad impegni di campagna elettorale e a orientamenti politici ‘protezionistici’ ed anti-multilateralistici, di fatto apre una autostrada alla presenza e al ruolo della Cina: prima erano stati i temi del commercio globale e la nuova tendenza trumpiana per gli accordi bilaterali. Il discorso di Davos del Presidente cinese era stato interessante da questo punto di vista: la Cina, ‘leader’ del libero commercio? L’uscita degli Usa dal TPP, l’accordo transpacifico, poi ha aperto la via ai negoziati per accordi economici pan-asiatici, secondo lo stile cinese.
Ora abbiamo l’uscita degli Stati Uniti dagli accordi sul clima: anche in questo caso, la Cina tende ad occupare il vuoto così creato dall’amministrazione Trump e si mette in testa nel processo di ‘decarbonizzazione’ dell’economia. Nonostante le pressioni contrarie di influenti interessi capitalistici, l’amministrazione Trump ha dato retta alle lobby del carbone e agli orientamenti iper-ideologici di una certa destra anti-ambientalista.
Ora Cina ed Europa hanno una opportunità ‘storica’ di cooperare in ambiti molto importanti e di mettersi in qualche modo alla guida di un processo epocale. Gli Stati Uniti però non possono essere ‘dimenticati’, sono un attore globale influentissimo e di importanza strategica (e i commenti sulla stampa cinese sono chiari in questo senso riguardo il delicato rapporto strategico tra Cina. Stati Uniti e Europa)!!
Europa e Cina possono ora giocare una partita importantissima, per il libero commercio e per il clima: per quanto riguarda il libero commercio, Europa e Cina potrebbero ora prima arrivare ad una Trattato per gli investimenti e poi vedersela con i negoziati per un Trattato di libero commercio. Di mezzo c’è sempre la questione del ‘riconoscimento dello status di economia di mercato’ alla Cina, questione delicatissima come poche altre.
Insomma c’è un ‘Asse Europa-Cina’ su temi importanti dell’arena globale: un asse che comunque non deve mai far dimenticare, lo ripetiamo e lo ripetono osservatori importanti, il ruolo degli Stati Uniti. Certamente, infine, in questa relazione emergente sino-europea, un posto particolarissima spetta di diritto alla Germania di Angela Merkel: il premier cinese non a caso era nei scorsi giorni in Germania…

 

 

PECHINO ABBIAMO UN ‘PROBLEMA’..
Pechino abbiamo un ‘problema’. La Cina ha un problema e un problema grosso con i paesi vicini della Repubblica Popolare. Con l’ascesa, economica e politica, comunque potente, della Cina, i vicini dell’Impero di mezzo hanno iniziato ad allarmarsi: le condotte ‘assertive’ di Pechino negli spazi marittimi attorno alla Cina stessa, hanno alimentato questo allarme strategico. Gli Stati Uniti, prima con l’amministrazione Obama, poi con l’amministrazione Trump, hanno ‘inzuppato’ il loro pane strategico nelle paure e nei timori dei vicini della Cina.
A dir la verità, i paesi della ‘periferia’ cinese non hanno tutti i medesimi atteggiamenti verso Pechino: i paesi ‘continentali’, Laos, Cambogia, Myanmar, Thailandia, Malaysia, Corea del sud, Mongolia, repubbliche centro-asiatiche, ad esempio, tendono ad avere una condotta più conciliante o addirittura di alleanza verso Pechino. I paesi della ‘cintura marittima’ invece, che peraltro hanno spesso dirette controversie marittime, hanno forti ‘paure’ e spesso contrasti con la Repubblica Popolare: è il caso delle Filippine, del Vietnam. E’ il caso del Giappone, la seconda nazione dell’Asia orientale, con una particolare percezione di preoccupazione per l’ascesa cinese fin da quando Pechino ha superato in forza e Pil l’economia del Sol levante. E’ il caso dell’Indonesia. E andando in Asia del sud c’è il caso particolarissimo dell’India.
Insomma Pechino ha un problema serissimo con la sua periferia geopolitica: nei decenni passati, dopo la crisi finanziaria del 1997-98, e con la gestione dell’emergenza sanitaria regionale della Sars, in effetti, la Cina aveva saputo costruire relazioni proficue di amicizia e cooperazione con la larga parte di questi paesi. Il CAFTA, l’’Accordo di libero scambio China-Asean’, è stato un frutto interessante di quella stagione geopolitica. La gestione in particolare della valuta cinese di non svalutazione durante la crisi finanziaria aveva letteralmente salvato i Tigrotti asiatici dal crollo economico.
Dopo però, l’aumento della ‘assertività’ cinese negli spazi marittimi, frutto sia della ‘necessità’ strategica di Pechino di rendere sicure le vitali rotte marittime dell’Impero di mezzo, sia del nazionalismo popolare della società cinese e delle relative lotte di potere al vertice della leadership della Repubblica Popolare, hanno cambiato profondamente quell’equazione strategica. Con la conseguenza di rinverdire le controversie della Cina con Filippine, Vietnam, Indonesia e India.
Ora Pechino ha un problema, un problema grosso con la sua periferia. L’amministrazione Obama ci ha inzuppato il suo ‘Pivot to Asia’, costruendo una fitta rete di relazioni e sostegni per delimitare il potere cinese; i paesi della periferia marittima hanno usato la polizza strategica americana per avere relazioni non subalterne con la Cina stessa.
Ora la questione è ulteriormente mutata: mentre l’amministrazione Obama aveva cercato di costruire uno spazio economico in parte ‘alternativo’ a quello cinese con il TPP a guida americana e nipponica, e con ciò cercando di limitare l’attrazione dei paesi asiatici verso la Cina e dunque anche il tendenziale ‘Doppio Forno’ di quei paesi fra la Cina stessa e gli Usa, l’amministrazione Trump ha cambiato posizione.
L’ha mutata non per mera ‘cecità strategica’, ma per un interesse politico ed economico: la società americana non sembra in grado di ‘sostenere’ più accordi economici e commerciali multilaterali di apertura all’Asia. Cina o Giappone, Indonesia o Malesia che siano.
Risultato: gli Stati Uniti hanno lasciato campo aperto ai negoziati per gli accordi economici e commerciali asiatici a leadership cinese. I paesi asiatici ora devono ‘riprendere’ l’approccio del ‘Doppio Turno’, ma ora le tensioni e le controversie sono serie. Non solo: il deficit di capacità economica americana rende instabile a livello ‘sistemico’ la politica Usa nella regione. E’ ‘esplosa’ la contraddizione fra questo deficit di capacità economica di ‘assorbimento’ degli Usa e la sempre più forte proiezione strategica degli Stati Uniti nella regione dell’Asia e del Pacifico.
Lasciamo stare i ‘problemi’ per gli Usa: il punto è che la Cina, da un lato, diventa sempre più ‘indispensabile’ per i paesi asiatici e le loro rampanti economie; dall’altro lato, la polizza americana ‘sistemicamente’ diventa più debole, nonostante la proiezione strategica degli Usa. I paesi ‘marittimi’ dell’Asia quindi diventano sempre più nervosi e ciò crea continue ‘mine’ politiche e geopolitiche che la politica cinese si vede cadere addosso.
E’ possibilissimo che Washington possa sfruttare questa tendenza alle tensioni dell’attuale stagione di instabilità della regione verso la Cina, ma sta di fatto che al di là delle ‘manovre’ americane (peraltro afflitte da quella contraddizione che abbiamo cercato superficialmente di indicare prima), esiste anzi tende ad aumentare una condizione di insicurezza strategica della periferia cinese.
Morale: l’insicurezza aumenta almeno per alcuni paesi. La Cina ha lo spazio aperto anzi apertissimo per cercare di condurre in porto l’RECP e gli altri processi di integrazione economici regionali. Ciò stesso però alimenta quell’insicurezza. Forse una fortissima iniziativa politica cinese verso la sua ‘periferia’ in ambito diplomatico e nell’ambito della cooperazione strategica potrebbe colmare questo vuoto di sicurezza politica. L’RCEP dovrebbe essere accoppiato con una qualche iniziativa per la sicurezza in Asia?. 
A questo punto, l’insicurezza potrebbe aumentare, gli Stati Uniti, nonostante le loro contraddizioni, continueranno ad avere uno spazio per un approccio di ‘No-Engagement’ verso Pechino, e alla fine i paesi della cintura marittima troveranno altre polizze strategiche relativamente ‘problematiche’ per la Cina: come ad esempio la proliferazione nucleare (alcuni osservatori paventano esplicitamente questa prospettiva.!! e questo tema merita una attenzione fortissima come è facile immaginare)… Oppure come le ‘cooperazioni rafforzate’, come quella che Giappone e India stanno costruendo su alcuni fronti. Insomma il vuoto non può mantenersi a lungo in geopolitica, anche nella Geopolitica ‘connessa’ con l’Economia politica globale. (C.L.).

 

(2 GIUGNO 2017)

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *