La Crisi coreana all’inizio dell’era di Donald….. (Analisi e commenti da gennaio a maggio)..

 

La Crisi Coreana all’inizio dell’era di Donald Trump

Febbraio 2017
.Donald e Kim, due cattivi ragazzi
‘NorthKorea’. Un test per Donald

 

DONALD E KIM, DUE CATTIVI RAGAZZI
La Corea del nord è una ‘seria minaccia’. Che merita l’attenzione americana. Con queste parole, il nuovo capo del Pentagono, la più poderosa e potente macchina bellica del mondo, e della storia umana, aveva definito , alcuni giorni or sono, la ‘questione nordcoreana’, secondo Trump. Una ‘minaccia’ che richiede l’attenzione della massima potenza occidentale.Poi proprio in questi giorni, lo stesso segretario alla difesa americano ha ammonito Pyongyang: qualsiasi ‘uso’ di armi nucleari da parte nordcoreana avrà una risposta ‘travolgente’ da parte americana. La domanda sorge spontanea? che cosa farà la nuova amministrazione americana con il dossier nucleare nordcoreano?
La cosa ha diverse e molteplici legami. Sulla questione del nucleare nordcoreano, la precedente amministrazione ha messo in piedi una trama politica e diplomatica per ‘colpire’ con sanzioni internazionali il regime del ‘regno eremita’. La politica delle sanzioni multilaterali è stata fortemente sostenuta anche da Pechino, il che comporta prezzi politici per la Repubblica Popolare che come è noto è, o meglio era, il partner chiave per Pyongyang. A fianco di questa politica condivisa di sanzioni, a dire tutta la verità, l’amministrazione Obama aveva messo in piedi pure una politica di dispiegamento militare, THAAD ad esempio, che aveva sollevato fortissime contestazioni da parte cinese.
L’amministrazione Trump, in omaggio al principio della ‘discontinuità’ con la precedente amministrazione, ‘romperà’ un po’ come per il TPP, la linea di condotta obamiana? Sul fronte militare, sembrerebbe proprio che Trump intenda proseguire sulla via THAAD di Obama. Ma sul fronte diplomatico?
Alla fin fine, mettere fine a quella politica condivisa con Pechino sarebbe un ‘bel’ segnale di discontinuità con Obama e sarebbe anche un fortissimo segnale politico e geopolitico verso la Cina: Corea, assieme a Taiwan e isole del Mar cinese meridionale, è uno dei dossier strategici sensibili sui quali l’amministrazione Trump, magari ‘influenzata’ dai ‘soliti’ neocon, potrebbe decidere di esercitarsi per fare forti pressioni contro Pechino e magari ‘indurla’ ad arrivare a un negoziato con gli stessi americani ma su posizioni meno ‘autonome’.
Il ‘teatro’ coreano oltretutto ha alcuni ‘vantaggi’ politici: la Corea del sud, presto potrebbe ritrovarsi con una amministrazione liberale al potere, su posizioni alquanto critiche verso gli Stati Uniti e piuttosto aperta a una strategia di dialogo con la Corea del nord.
La Corea del nord costituisce ormai da tempo un tassello ‘complicato’ per Pechino: un cambio della politica verso Pyongyang da parte americana, in senso fortemente assertivo. quindi, potrebbe con facilità mettere in fortissime difficoltà la Repubblica Popolare.
Oltretutto, la Corea potrebbe essere proprio quel ‘teatro’ nel quale cercare di ‘isolare’ la Cina anche rispetto alla Federazione russa. La Russia infatti è componente dei Colloqui a sei, il processo negoziale che doveva portare alla soluzione, o almeno al controllo internazionale, dell’issue nucleare nordcoreana.
Insomma a ben guardare, nonostante tutte le prevedibili obiezioni, politiche, diplomatiche, geopolitiche e financo strategiche, la Corea del nord potrebbe essere, agli occhi dei consiglieri neocon dell’amministrazione Trump, o di qualche ‘settore’ di quella amministrazione americana, il ‘teatro’ giusto per una ‘operazione’ assertiva che metta nell’angolo Pechino.
Come? Gli Stati Uniti, in questa ‘logica’, potrebbero non solo di fatto ‘uscire’ dai Colloqui a sei (peraltro totalmente congelati grazie ai test e alle provocazioni nordcoreane), ma fare una ‘operazione militare’ contro i siti nucleari e le basi militari della Corea del nord, magari cercando di colpire anche il dittatore della Corea del nord. Gli obbiettivi sarebbero molteplici: uno, indebolire grandemente il regime magari portandolo al collasso politico e sociale, e in tal modo, rendendo molto ma molto difficili le cose per Pechino, confinante con la Corea del nord.
Due, provocare una vera crisi di profughi, magari in ‘stile siriano’, facendo gestire alla Cina una difficilissima emergenza umanitaria dai contorni potenzialmente enormi.
Tre, se Pyongyang reagisse con strumenti militari, poi, gli Stati Uniti avrebbero l’occasione ‘storica’ di spazzare via il regime nord-coreano. In tal modo potrebbero riportare nell’ovile la Corea del sud, impaurita a quel punto dalla Corea del nord. Una eventuale operazione militare prima delle elezioni in Corea del sud, potrebbe provocare anche un capovolgimento rispetto alle attuali aspettative e far vincere ancora una volta i conservatori.
Quattro. Infine, la Cina. Obbligata a gestire una difficile crisi di profughi e a vedersela con una immane crisi economica in Corea del nord, indebolita dalla crisi strategica e dalla posizione russa, e con una Corea del sud ancora meno disponibile alla cooperazione politica con Pechino, si troverebbe nell’angolo geopolitico.
Insomma, a ben guardare, una operazione militare contro la Corea del nord potrebbe avere molti risultati politici ‘positivi’ per l’amministrazione Trump. Che dire? Speriamo che questi nostri ragionamenti siano completamente campati in aria e che altri calcoli politici siano prevalenti anche a Washington: gli ‘uomini di buona volontà’ non mancano nella capitale americana. Anche perchè, se qualcosa andasse ‘storto’ o qualche calcolo neocon si rivelasse errato, beh, il capitombolo geopolitico sarebbe molto molto grave per l’amministrazione Trump. Speriamo bene! (C.L.).
NORTHKOREA. UN TEST PER TRUMP Molti analisti avevano previsto che la Corea del nord avrebbe ‘testato’, a suo modo ovviamente, la nuova amministrazione americana e la sua determinazione circa la questione nucleare. Dopo le recenti dichiarazioni del neo-segretario alla difesa di Washington, in missione a Tokio e Seul, (il generale J. Mattis aveva detto che un uso di capacità nucleari da parte del regime avrebbe potuto comportare una risposta ‘travolgente’ da parte dell’amministrazione Trump), alcuni osservatori aveva ipotizzato che s Pyongyang fosse stata messa di fronte ad un bivio dalla nuova amministrazione Usa: o, sostanzialmente accettare le impostazioni di Washington e ‘stare tranquilla’ o ricorrere ancora una volta alla provocazione per porre la questione coreana sul tavolo internazionale, alla maniera di Pyongyang.
Come si è visto, il regime nordcoreano è ricorso ancora una volta alla provocazione: Pyongyang ha effettuato un test con un missile balistico piovuto sopra il Mar del Giappone. La provocazione è stata condannata da tutti i principali attori mondiali (anche la Cina ha disapprovato l’atto di Pyongyang), ma pur tuttavia essa rappresenta un atto politico significativo. Che, guarda caso, coincide sia con il colloquio telefonico fra il neopresidente americano e il presidente cinese, sia con il summit bilaterale Trump-Abe. Insomma Pyongyang ha mandato un messaggio politico forte a Stati Uniti, Cina e Giappone: come scrivono alcuni analisi, la Corea del nord conferma che vuole ‘avere la più forte attenzione’ da parte internazionale.
Che farà ora l’amministrazione Trump? Andrà avanti fino d un confronto militare con la Corea del nord magari assieme agli alleati storici regionali ovvero Giappone e Corea del sud; oppure ricercherà una più forte collaborazione strategica con la Cina per fare più pressioni sul regime? Pechino pare pronta ad elaborare una politica condivisa di nuove pressioni, ma chiede anche una stabilizzazione delle relazioni sino-americane e un approccio di dialogo anche per la crisi coreana, sanzioni più colloqui per dirla sinteticamente. Ma codesto è un approccio accettabile per la nuova amministrazione Trump?

 

(Marzo2017)
SouthKorea, La crisi di un sistema politico e le tensioni regionali.
Chaebol e crisi politica a Seul

SOUTHKOREA, LA CRISI (DI UN SISTEMA POLITICO) E TENSIONI REGIONALI
Il vuoto politico di Seul si sta aggravando: la crisi diventa ‘crisi di sistema’, o meglio un momento di ‘transizione di regime’ con evidenti e consistenti effetti regionali a livello geopolitico. Il fatto che a Seul ora governi un presidente ‘facente funzioni’, ovvero il primo ministro non eletto, in una situazione delicatissima per le tensioni con la Corea del nord e per il cambio di potere alla Casa Bianca, rende la faccenda maledettamente complicata.
La Corea del sud infatti non è un piccolo paese ‘qualunque’: è una economia forte e vibrante, con un capitalismo importantissimo dell’Asia orientale. E’ l’alleato chiave degli Usa nella penisola coreana nonchè un partner chiave della Repubblica Popolare nella partita asiatica. In questi anni, la Corea del sud si era conquistata una posizione centrale fra Washington e Pechino: alleata come abbiamo detto degli Usa ma in strettissimi rapporti con la Cina. La Corea del sud è riuscita a diventare interlocutore fondamentale per la Cina al posto della Corea del nord; ed ad occupare quella posizione ‘centrale’ a cui abbiamo accennato, che il Giappone nn è riuscito a costruire.
Quindi il vuoto di potere a Seul provoca effetti geopolitici pesantissimi. Un paese così importante che manifesta un vuoto di potere, produce inevitabilmente effetti a livello regionale. La Corea del sud aveva deciso il dispiegamento della THAAD per proteggersi da Pyongyang: ciò ha provocato reazioni molto negative a Pechino. Un governo debole e incerto a Seul non è in grado di formulare probabilmente una linea di condotta ‘equilibrata’ fra dispiegamento del THAAD e amicizia politica con Pechino. Il che aggrava alcune tensioni fra la stessa Corea del sud e la Cina.
E infatti proprio in questi giorni c’è la notizia della risposta cinese all’accordo fra un grande conglomerato sudcoreano, Lotte Group e il ministero della difesa di Seul per il dispiegamento operativo del THAAD: la Cina potrebbe boicottare quel conglomerato economico anche a costo di veder diminuire gli investimenti sudcoreani.
Non solo: la estrema debolezza dei conservatori dovrebbe aprire la strada per la conquista del potere e della Casa Blu’ (la residenza del Presidente della Repubblica di Corea) da parte dei liberali di opposizione. I liberali sudcoreani tendenzialmente hanno una posizione più aperta verso Pechino e una posizione ‘possibilista’ verso il dialogo con la Corea del nord.
L’eventualità di una vittoria elettorale prossima dei liberali progressisti tende a spingere i conservatori ancora al potere a Seul a chiudere gli accordi per il THAAD e a rafforzare ulteriormente la cooperazione nella difesa e nell’intelligence con gli Stati Uniti e il Giappone. In questo modo, infatti, tra l’altro, i conservatori possono far trovare i liberali progressisti al potere prevedibilmente fra qualche mese a Seul di fronte a ‘fatti compiuti’. Purtroppo tutto ciò provoca ulteriori effetti geopolitici e tensioni varie.
Insomma la crisi politica a Seul non aiuta il raffreddamento delle tensioni regionali, anzi al contrario rischia di riscaldarle. In questo quadro, la nuova amministrazione Trump cerca, da un lato, di evitare o di contenere gli effetti delle nuove politiche commerciali bilateralistiche del neopresidente e, dall’altro lato, cerca di sfruttare la situazione geopolitica figlia delle provocazioni nordcoreane.
La Cina che combina in questo quadro piuttosto complesso? Pechino sembra aver elaborato una strategia di ‘doppia pressione’ sulle Coree: una pressione molto forte sulla Corea del nord, come abbiamo visto con la decisione di bloccare le importazioni del carbone nordcoreano; una pressione ‘insistente’ sulla Corea del sud, come abbiamo visto con la reazione negativa verso Lotte Group.
La Cina cerca di premere su Pyongyang anche affinchè la smetta con le consuete mosse ‘azzardate’ o almeno paghi un prezzo per codesti azzardi; e cerca di mantenere una certa pressione su Seul per limitare i ‘danni’ (dal suo punto di vista) dell’implementazione del THAAD. Ma forse, Pechino punta ad una azione più complessa in vista anche della possibile vittoria dei liberali progressisti a Seul: in caso di vittoria dei liberali a Seul, infatti, la Cina potrebbe riconquistare un partner economico e strategico importante all’epoca di Donald Trump.
Insomma la crisi politica a Seul sta producendo una serie di effetti geopolitici importanti, nella regione e con la Cina. Molto, naturalmente, dipende dagli atteggiamenti e dai comportamenti di Pyongyang. Le nuove provocazioni sembrano indicare la conferma della tradizionale una linea ‘ricattatoria’ da parte del regime nordcoreano. (C.L.).
CHAEBOL E CRISI POLITICA A SEUL
Lotte è un nome importante in Corea del sud. In particolare nel potente e robusto capitalismo sudcoreano: Lotte, anzi il Gruppo Lotte costituisce una dei grandi conglomerati dell’economia della Corea del sud. Manifatturiero, alberghi, alimentare, IT, costruzioni, chimica e quant’altro sono i settori di attività del Lotte Group per un volume d’affari di 81 miliardi di dollari.
Insomma Lotte è uno ‘chaebol’, uno dei grandi raggruppamenti di imprese che hanno fatto grande la Corea del sud e il suo capitale privato. Nomi famosi come Hyundai, Samsung, LG e appunto Lotte ormai si sono imposti in tutto il mondo capitalistico globalizzato. Anche in Italia. Essi sono nati dopo la seconda guerra mondiale, in particolare durante la dittature del generale Park, il padre dell’ex presidente testè deposta su decisione del Parlamento e della Corte costituzionale sudcoreani: essi sono largamente funzionanti ed operativi dopo la fine della dittatura militare. Alcune amministrazioni democratiche hanno cercato di fare riforme economiche dei grandi conglomerati, ma il potere di questi gruppi capitalistici è rimasto enorme: in particolare con il partito conservatore.
La Famiglia proprietaria del gruppo Lotte è alla sbarra per un processo su evasione fiscale e frode: il procedimento giudiziario era iniziato nell’ottobre 216, ma la scorsa settimana gli esponenti del conglomerato sono andati effettivamente a processo (e questa è la notizia interessante).
Al di là degli aspetti specifici del processo contro Lotte, il punto è che in questi mesi sono andati alla sbarra delle inchieste giudiziarie i rapporti incestuosi fra grandi gruppi capitalistici, i chaebol, e il potere politico, in particolare il blocco conservatore.
La ex presidente signora Park è stata destituita per un affaire nato dal ruolo nella sua amministrazione della signora Choi, sua amica personale, sua confidente in grandi di ‘partecipare’ alle attività più riservate dell’amministrazione stessa. La signora Choi aveva la disponibilità di alcune fondazioni no profit che ricevevano secondo le accuse, importanti ‘donazioni’ da parte di alcuni potenti gruppi economici, ad esempio Samsung. L’affaire Choi in realtà è la vicenda della relazione pericolosa fra chaebol e potere conservatore; il processo Lotte è un’altra vicenda del comportamento e del ruolo ‘pubblico’ di questi conglomerati.
Insomma la crisi politica che sta devastando il campo conservatore in Corea del sud, a tutt’oggi i liberali progressisti sono nettamente in testa per la corsa alla casa Blu’, la presidenza della Repubblica, la stessa crisi politica sta devastando la relazione pericolosa fra politica e capitale privato. Siamo di fronte ad una grande crisi di sistema politico e politico-economico. Una crisi, e questo è un’altro punto chiave, deflagrata anche grazie all’azione della magistratura.
Crisi politica del blocco conservatore, crisi della relazione storica fra politica e chaebol, ruolo importante nell’azione della magistratura: sono tre processi interconnessi nella vicenda sudcoreana. (C.L.).

 

(aprile 2017)
Tra Siria e NorthKorea

 

TRA SIRIA E NORTHKOREA
Le portaerei americane sono in arrivo nelle acque della penisola coreana. Il lancio dei missili Cruise contro la Siria (messaggio per Mosca) è avvenuto pochi minuti prima dell’inizio del vertice di Trump con Xi Jinping (il Presidente cinese era stato avvertito); ora l’invio delle portaerei (messaggio per Pyongyang) avviene dopo la chiusura del vertice bilaterale. Al centro di tutto, l’incontro con il Presidente cinese. Non si sa quello che si sono detti i due presidenti, Xi e Trump, ma la NorthKorea sicuramente era uno dei temi chiave dell’agenda del summit del resort.
La domanda è semplicissima: è plausibile che il presidente americano non abbia annunciato al presidente cinese, o almeno non abbia adombrato, l’imminente invio delle portaerei, dopo che aveva dato l’ordine di attacco alla Siria?
Non è plausibile: ecco allora che la questione diventa, la Cina ha dato semaforo verde oppure rimane molto critica? L’eventuale semaforo verde per quale tipo di azione è? Una operazione militare di attacco più o meno chirurgico oppure una operazione dimostrativa per mostrare muscoli e gruppi tattici alla Corea del nord onde permettere alla Cina di fare un discorsetto definitivo al regime nordcoreano?
In una precedente Nota, (in tempi non sospetti), il 6 febbraio scorso, ‘Donald e Kim ragazzi cattivi’, avevamo ipotizzato, iniziative militari dell’amministrazione Trump per cercare di mettere in difficoltà strategica la Cina. Per come sta avvenendo l’invio delle portaerei americane, non sappiamo se questa lettura sia adeguata.
Certamente è possibile che l’amministrazione Trump, ora che gli apparati hanno regolato i conti interni con alcuni settori dell’amministrazione, abbia inteso, con un invio di portaerei nel contesto del vertice bilaterale con Xi appena concluso, di dare il messaggio di ‘infischiarsene’ dei cinesi. E’ possibile, anche se un po’ improbabile alla luce del fatto che quel vertice è stato preparato dal genero di Trump, alleato politico di quei apparati, almeno per ora così sembrerebbe.
Ed allora, che cosa faranno i gruppi navali della Marina degli Stati Uniti, una forza con una potenza di fuoco imponente fra aerei e Cruise, con forte capacità nucleare?
Morale. L’attacco missilistico contro la Siria è un messaggio per la Russia che il tempo della ricreazione alla Bannon è finito e che gli apparati dell’’Impero’ hanno ripreso terreno nell’amministrazione Trump. La Siria mostra anche che il Medio Oriente tende ad essere sempre di più il luogo di elezione per le peggiori crisi internazionali.
In effetti, la recente crisi siriana, ha mostrato come l’idea di un ‘Duopolio’ strategico russo-americano sia difficilmente plausibile, per tante e differenti ragioni: dalla rivalità di fondo, alla competizione energetica, dal confronto in Asia fino alla forte sfiducia reciproca fino al tema di fondo del controllo del ‘Cuore del mondo’.
Infine due ultimissime osservazioni. In primo luogo, l’azione siriana rimette al centro del tavolo la potenza militare americana: ora c’è un presidente che intende dispiegarla adeguatamente almeno dal punto di vista bellico-operativo. Abbiamo forti dubbi che ciò sia un fatto positivo, ma rimane comunquenun fatto pesantissimo nel contesto mondiale.
In secondo luogo, la crisi con Mosca, mette potenzialmente due paesi alla ‘periferia’ dell’EuroAsia in posizione ancora più importante di quella che già hanno in funzione della loro forza economica e manifatturiera e delle loro chances geopolitiche: parliamo ovviamente della Cina e della Germania. Cina e Germania, però, sono i paesi che hanno ‘contraddizioni’ rilevantissime con gli Stati Uniti, nell’ottica di Trump. Come verranno ‘gestite’ queste contraddizioni dall’amministrazione Trump assieme alla crisi con Mosca? (C.L.)

 

(Maggio 2017)
Il Teatro di Donald e Kim
‘SouthKorea’. La Ri-Conquista Liberale
NorthKorea’. Tra Prove di dialogo e Ennesimi Test
Comma 22 per la NorthKorea

IL TEATRO DI DONALD E KIM Conflitto in vista fra Stati Uniti e Corea del nord? In una Nota di febbraio, ‘Donald e Kim, due ragazzi cattivi’, avevamo ipotizzato un rischio forte di crisi nella penisola coreana. La previsione sembra risultare azzeccata. Da qui a pensare ad un conflitto aperto, però, il passo è ancora grande. Ma che gioco sta giocando il ‘ragazzo cattivo’ più potente, Donald Trump?
Le ultime mosse: gli Stati Uniti hanno inviato nelle acque del Mar del Giappone, un potente gruppo navale da battaglia, quello della portaerei Vinson, classe Nimitz, altri mezzi navali e sottomarini. Il Giappone ha da parte sua inviato un’altro potente incrociatore d’attacco. Le flotte americana e nipponica dunque sono ‘schierate’ di fronte alla Corea del nord: peraltro non si sa se il dispiegamento militare in atto sia tale da essere considerato propedeutico ad operazioni militari.
O piuttosto, come giorni fa indicava un autorevole politologo americano, esperto del sistema delle relazioni internazionali, tutto ciò non era altro che strumento della cd ‘diplomazia coercitiva’. Insomma, l’amministrazione Trump, dispiegando un dispositivo navale, intenderebbe fare pressioni su Pyongyang perchè la smetta con le provocazioni missilistiche e nucleari che, dall’inizio del 2016, ormai con cupa regolarità di infrangono nelle acque del Mar del Giappone, mettendo a rischio pace e stabilità regionali.
In effetti, secondo questa lettura, l’amministrazione Trump farebbe la parte del ‘poliziotto cattivo’ mentre la Cina avrebbe la parte del ‘poliziotto buono’ nel trattare il regime comunista dinastico della Corea del nord: gli apprezzamenti pubblicamente rivolti dal presidente americano a quello cinese sarebbero la conferma di questa ‘strategia’ da parte americana.
Dunque siamo in presenza di una operazione di ‘diplomazia coercitiva’, che Washington sta mettendo in atto, con un sostanziale consenso di Pechino, per indurre a più miti consigli Pyongyang? In effetti questo aspetto è per lo meno presente nell’agire dell’amministrazione Trump. Anche se a ben guardare le cose non mancano contraddizioni: ad esempio, per fare pressione politico-militare adeguata, il dispiegamento in atto è davvero funzionale? Ed ancora, tra Washington e Pechino, c’è una trama geopolitica di collaborazione come sarebbe indispensabile nel caso di ‘diplomazia coercitiva’ in funzione antiPyongyang?
Non è facilissimo rispondere a queste due domande. Verrebbe da dire che, a ben guardare, l’amministrazione Trump proceda un po’ ‘a tentoni’ anche in questa crisi che potrebbe assumere aspetti ‘nucleari’. Ad esempio, che logica ha, da un lato dispiegare una manovra di diplomazia coercitiva contro Pyongyang e dall’altro lato, negli stessi momenti, chiedere a Seul il pagamento del dispiegamento in territorio sudcoreano del dispositivo antimissilistico THAAD?
Come è noto, il dispiegamento di questo dispositivo antimissilistico è molto ‘contestato’, per usare un eufemismo, dalla Cina. In queste settimane, Seul e tutta la Corea del sud è impegnata in una difficile campagna elettorale per la Casa Blu’, la Presidenza della Repubblica. L’opposizione liberale sudcoreana, nella sua versione Partito democratico, o in quella più centrista, Partito del popolo, è data per vincente. Mettere ora sul tavolo la questione del pagamento da parte sudcoreana del dispiegamento del THAAD non pare una mossa favorevole agli interessi americani a Seul. Al contrario, rischia di spingere la sinistra liberale sudcoreana su posizioni critiche verso Washington e aperte nei confronti di Pechino. E come è noto, la sinistra liberale sudcoreana è stata la protagonista della ‘sunshine policy’ nei decenni scorsi.
Insomma la campagna coreana di Trump più che dalla logica della diplomazia coercitiva sembra dettata da interessi di politica interna: magistrati, Democratici, media, opinione pubblica, città ‘santuario’ sono all’attacco verso una amministrazione che non ha iniziato benissimo il suo mandato. Basta pensare alle ‘traversie’ di M. Flynn, prima designato consigliere per la sicurezza nazionale, poi destituito e sostituito dal generale MacMaster; o a quelle di Steve Bannon, consigliere strategico di Trump, prima insediato nell’organico del consiglio per la sicurezza nazionale, e poi espunto dal vertice in materia di sicurezza e difesa.
Insomma l’amministrazione Trump, fra offensive esterne e contraddizioni interne, non appare in perfetta salute politica: un attacco militare in Siria e una campagna assertiva in Corea, sono passaggi importanti per cercare di ridare smalto all’amministrazione. Comunque sia, due fatti sembrano assodati. Per ora, ovviamente. Uno, l’eventuale strategia di ‘dialogo’ verso la Russia di Putin sembra arenata. La reazione dura di Mosca contro le iniziative americane in Corea ne è un indizio ulteriore. Due, la Cina da parte sua, sembra avere uno spazio geopolitico ulteriore, in questo quadro, come mostrano le stesse mosse di Pechino nella regione. Per ora.
SOUTHKOREA. LA RI-CONQUISTA LIBERALE Il liberale Moon Jae-in ha vinto, con grande distacco, la corsa alla Casa Blu’: è diventato il nuovo Presidente della Repubblica di Corea. Leader del Democratic Party of Korea, studente negli anni settanta, militante, attivista e avvocato dei diritti civili, è stato consigliere politico dell’ex Presidente Roh Moo-hyun, ultimo capo dello stato liberale e progressista a Seul.
Allora Seul perseguiva la ‘Sunshine policy’ verso la Corea del nord, ovvero un approccio imperniato sul dialogo e la ricerca di intese politiche: Moon continua ad essere assertore di una politica di dialogo e di contatti con Pyonygang. Negli ultimi otto anni, la Corea del sud, assieme agli Stati Uniti, ha cercato di ‘premere’ sul regime comunista del Nord con sanzioni più forti e con l’isolamento internazionale. Ma questa opzione assertiva contro la Corea del nord non pare aver conseguito risultati positivi sul dossier nucleare: Pyonygang ha continuato e intensificato i test missilistici e nucleare per mostrare la mondo le sue ‘intenzioni’.
Dunque Moon ha vinto con grande distacco la corsa alla Casa Blu’, residenza della Presidenza della Repubblica: ha ottenuto il 41,03 per cento dei voti popolari contro il debole 24,03 per cento conquistato dal candidato conservatore del Liberty Korea party, l’ultrareazionario Hong Jun-hyo. Un risultato, dunque, molto importante anche perchè al terzo posto, per poco, si è collocato un altro candidato liberale (centrista), Ahn Cheol-so, leader del People’s party. Insomma i liberali centristi o un po’ più progressisti hanno dominato sostanzialmente come previsto questa campagna elettorale in uno dei paesi più importanti dell’Asia orientale.
Moon non si è smentito quanto a posizioni in politica internazionale. Il nuovo presidente della Corea del sud infatti vuole il dialogo con il Nord: ha dichiarato di essere pronto ‘sotto le giuste condizioni’ di andare in visita nella Corea del nord. Il nuovo presidente della Corea del sud appare pronto anche a risolvere le tensioni degli ultimi mesi con la Cina in merito alla dispiegamento del THAAD, il sistema antimissile americano ora operativo. Sarebbe pronto a consultazioni ‘sincere’ con Pechino e Washington al riguardo: i cinesi appaiono orientati a dare credito, almeno per ora, alle iniziative della nuova amministrazione liberale della Corea del sud e ciò è comunque un dato positivo.
Moon appena è risultato vincitore, ha immediatamente annunciato le designazioni del nuovo primo ministro, del nuovo capo dello staff presidenziale, del nuovo direttore dell’agenzia nazionale di intelligence e del nuovo capo della Sicurezza presidenziale: insomma si è subito messo al lavoro senza perdere un minuto. D’altra parte Moon ha la preparazione per sapere dove mettere le mani nel sistema di governo sudcoreano e la situazione di fortissima tensione attorno alla Corea del nord impone decisioni rapide.

NORTHKOREA. TRA PROVE DI DIALOGO ED ENNESIMO TEST La Corea del nord è pronta a un dialogo diretto con gli Stati Uniti? Oppure Pyongyang continua con la consueta strategia di provocazioni missilistico-nucleari? Oppure ancora, il regime nordcoreano è diviso e spaccato al suo interno? Sta di fatto, che, da una parte, la intensa attività di mediazione cinese di questi giorni ha prodotto qualche piccolo frutto: le dichiarazioni dell’inviato nordcoreano a Pechino sulle possibilità di un dialogo con gli Stati Uniti.
Insomma, dopo giorni di fortissima tensione con tanto di dispiegamento di navi, gruppi tattici da battaglia, minacce di nuovi test missilistici e nucleari, il presidente americano Donald Trump aveva affermato di essere ‘onorato’ di incontrare se ce ne fossero state le condizioni, il leader nordcoreano. Da un lato, come abbiamo detto, c’è stata l’intesa opera di mediazione della Cina che a suo tempo aveva chiesto, alla Corea del nord di sospendere i test e agli Stati Uniti e Corea del sud non dispiegare ulteriori manovre militari. Dall’altro lato, evidentemente, c’è stato in queste ore un fatto nuovo, politicamente alquanto rilevante: l’elezione del nuovo Presidente della Corea del sud, Moon Jae-in. Il neoPresidente liberale sudcoreano, appena eletto è stato immediatamente insediato alla Casa Blu’; e appena al potere, ha immediatamente iniziato colloqui telefonici con Trump, Xi Jinping e Shinzo Abe, facendo trovare Seul al centro reale dell’attività politica in Asia nord-orientale. Moon è seguace di un approccio di dialogo con Pyongyang. Questo atteggiamento ‘dialogativo’ nuovo della nuova amministrazione sudcoreana, che si è riflesso anche su un atteggiamento meno assertivo riguardo il dispiegamento del THAAD, il dispositivo antimissilistico molto molto contestato da Pechino.
Ma come abbiamo visto, anche in queste ore, non tutto è pacifico: proprio in queste ore infatti la Corea del nord ha effettuato l’ennesimo test-provocazione missilistica. Seul ovviamente non ha apprezzato: il nuovo presidente della Repubblica infatti è impegnato in un approccio di ‘coinvolgimento’ politico verso la Corea del nord. Questa ennesima provocazione nordcoreana da un lato inquieta la nuova amministrazione liberale sudcoreana e dall’altro lato rende oscura la dichiarazione di disponibilità al dialogo di prima. Vedremo!
COMMA 22 PER LA NORTHKOREA
Dopo l’invio del gruppo tattico di battaglia della Marina degli Stati Uniti, e dopo le nuove iniziative diplomatiche della Cina verso il regime nordcoreano per cercare di ‘portarlo’ alla ‘ragione’, sono arrivati i nuovi, ennesimi, test missilistici di Pyongyang: chiusura del dialogo o mossa alla nordcoreana per disporsi al tavolo negoziale?
Al di là della risposta immediata, il fatto chiave è che la crisi nordcoreana è una tipica situazione da Comma 22 per la ‘Comunità’ internazionale o ciò che ne resta dopo l’amministrazione Obama e con l’avvento di Trump alla Casa Bianca. Comma 22 per la NorthKorea, dunque.
La spiegazione è semplicissima, se si va al cuore del problema: per affrontare il tema del dossier nucleare nordcoreano, è indispensabile il dialogo politico e diplomatico con Pyongyang. La capacità nucleare della Corea del nord, la difficoltà insita in una operazione militare unilaterale, la stessa collocazione geografica e geopolitica del regime e dello stato nordcoreano impongono un po’ di dialogo per cercare di venirne a capo. Ma d’altra parte, il dialogo con Pyongyang in realtà consente alla Corea del nord di affinare e far crescere le capacità nucleari. Insomma il dialogo è indispensabile, ma il dialogo porta al rafforzamento delle capacità nucleari, il che rende a sua volta indispensabile il dialogo e così via in un circuito politico senza fine.
Non solo: questa posizione della Corea del nord, stato canaglia ma dotato di capacità nucleare, alla fin fine fa comodo. Fa comodo alla Cina, perchè da un lato consente a Pechino di poter giocare la carta nordcoreana nella relazione con gli Stati Uniti, e dall’altro lato perchè evita alla Cina di dover affrontare una ri-unificazione coreana complessa, con il dislocamento di eventuali truppe Usa al confine cinese.
Fa comodo, molto, agli Stati Uniti, perchè agitando la minaccia nucleare nordcoreana, gli consente di continuare a mantenere e consolidare il dispositivo militare e strategico americano in Corea del sud, Okinawa, Guam e Giappone e di confermare le forti relazioni militari con Tokio e Seul.
Insomma fa comodo a due maggiori attori strategici della regione, e del mondo globalizzato del 21° secolo. Fa comodo almeno fino a quando alcuni fatti ‘sistemici’ non cambieranno l’equazione geopolitica attorno a Pyongyang: ovvero, fino a quando o una crisi umanitaria catastrofica figlia del collasso del regime, non riverserà milioni di profughi nordcoreani nel Nord est cinese; oppure fino a quando la capacità nucleare nordcoreana dotata di adeguati vettori missilistici non ponga una minaccia reale al territorio metropolitano americano o non spinga il Giappone a cambi traumatici della strategia di sicurezza del Sol levante. Fino ad allora, Cina e Stati Uniti, potrebbero continuare a ritenere alla fin fine ‘comoda’ la situazione ambigua della crisi nucleare nordcoreana. Ecco perchè il Comma 22 per la NorthKorea alla fin fine continua nell’arena internazionale.
Se però la situazione evolvesse verso una delle ‘crisi di sistema’ che abbiamo ricordato or ora sommariamente, o se la Cina ritenesse di poter governare a proprio vantaggio la ri-unificazione coreana, allora, l’equazione geopolitica di Pyongyang cambierebbe radicalmente e saranno indispensabili altri paradigmi geopolitici. Fino ad allora, la situazione rimarrà critica ma sotto ‘controllo’? Vedremo. (C.L.).

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