L’Europa nell’anno delle elezioni, l’Onda neopopulistica e la Controffensiva europea….(Analisi e riflessioni da gennaio a maggio)

 

(febbraio 2017)
Elezioni in Francia e Germania, sorprese antipopulistiche?

 
ELEZIONI IN GERMANIA E FRANCIA, SORPRESE ANTI-POPULISTE?
Siamo solo alle prime battute, ma le campagne elettorali di Francia e Germania regalano già sorpresine e novità intriganti. Tutti, con in testa investitori finanziari internazionali, guardano al programma No UE-No NATO della LePen, ma in effetti le cose più interessanti di questi giorni forse vengono da ben altro campo politico.
I dati. In Francia, secondo l’ultima rilevazione (i sondaggi in questa stagione politica sono da prendere con le molle ma possono comunque essere interessanti per mostrare le tendenze), la LePen al primo turno conquista il 26 per cento delle intenzioni di voto, E. Macron, il centrista riformatore europeista emergente, il 23 per cento, il neogollista conservatore F. Fillon cade al 20 per cento, il candidato di sinistra del Partito socialista ritorna al 14 per cento. Al secondo turno delle presidenziali dei nostri cugini d’Oltralpe, Macron conquista il 65 per cento dei voti ‘di paglia’, la LePen il 35 per cento. Questo sondaggio è del 3-5 febbraio, e rispetto a quello precedente, Macron conquista due punti e la LePen nel perde due nel confronto del secondo turno. Insomma l’ipotesi Macron sta prendendo quota e, oggi, appare il candidato più probabile che affronterà al secondo turno la neopopulista di destra LePen.
Andiamo dalle parti della Merkel. Per la prima volta un sondaggio (6 febbraio), di un istituto importante che tende a proporre rilevazioni un po’ ‘eretiche’ rispetto agli altri, ma comunque molto intriganti, la SPD, i socialdemocratici, hanno sorpassato la CDU-CSU della Cancelliera, 31 per cento contro 30 per cento. I neopopulisti di destra di ‘Alternativa per la Germania’, si fermano solo al 12 per cento. L’ultima media dei sondaggi indica un 33,6 per cento per la CDU-CSU, un 26,3 per cento per la SPD, e il 12 per cento per i neopopulisti di destra. Liberali, Grunen e Linke si dividono le altre intenzioni di voto.
Siamo di fronte a dati molto molto parziali. La campagna elettorale è appena iniziata. Sorprese e tensioni sono le uniche cose prevedibili in questo difficilissimo 2017. Insomma ne vedremo delle belle, e delle brutte: le considerazioni che possiamo qui fare sono quindi superficiali e limitate. Non di meno, abbiamo di fronte questioni potenzialmente interessanti.
Sta succedendo qualcosa nelle società politiche della vecchia Europa? Forse: come abbiamo detto, è troppo presto per indicare processi politici stabilizzati. In Francia, il candidato più europeista, Macron appare decisamente in quota mentre la LePen ha perso qualche punto rispetto a pochi mesi or sono. Macron oltre ad essere europeista (anche il candidato socialista appare piuttosto europeista), è anche un candidato ‘nuovista’, rispetto ai candidati più ‘tradizionali’, o ‘partitocratici’, il neogollista Fillon o la stessa Marine LePen paradossalmente, poichè è ormai da molti anni sulla scena politica. Ciò porta ovviamente ulteriore vento alle vele di Macron.
In Germania, invece, sembra assistere in questo momento, ad una specie di fenomeno di parziale ‘assorbimento’ politico delle tendenze neopopulistiche da parte del confronto elettorale dei due maggiori partiti politici.
Insomma nel paese più nazionalista d’Europa, la Francia, due-tre candidati appaiono essere decisamente europeisti, e, guarda caso, sono le novità emergenti degli ultimi giorni; nel paese più importante d’Europa, la Germania, il paese con un sistema politico ‘concertativo’ (ovvero differente dal modello competitivo tipo Westminister), guarda caso, i partiti maggiori sembrano in condizione di assorbire in parte le tensioni neopopulistiche. Vedremo quello che accadrà nei prossimi mesi, anzi nelle prossime settimane. Per ora possiamo solo segnalare che due sistemi politici diversi fra di loro (e che infatti reagiscono in modo abbastanza difforme), sembrano entrambi ‘colpiti’ da una ‘Sindrome europeista’.
C’è un fattore politico che sta agendo in senso europeista, contrapposto alle insorgenze neopopulistiche? Secondo noi, questo fattore c’è. Potrebbe essere il valore e il significato politico dell’euro, della moneta unica. La moneta è da sempre un grande segno politico di coesione, più delle forze armate e più delle guerre: è il fattore di coesione che permanentemente viene utilizzato da ognuno di noi e con il quale ogni giorno, ogni minuto, i cittadini di una realtà politica confermano il proprio sostegno e consenso ai fondamentali di quella realtà politica. Forse questo è il fattore che, oggi, (domani si vedrà), potrebbe spiegare in parte questi orientamenti che emergono nelle società politiche di Francia e Germania. Ovviamente altri fatti, ad esempio, atti terroristici o crisi di migranti potrebbero reintrodurre fattori politici di destabilizzazione. Intanto leggiamo con attenzione quello che ha detto il Presidente Draghi, proprio sull’euro e la sua importanza, ’Con la moneta unica abbiamo forgiato legami che sono sopravvissuti alla peggiore crisi economica del dopoguerra’. (C.L.)

 

 

(marzo 2017)
Olanda fra sondaggi e Turchia
Lezioni olandesi
Debolezza e forza del candidato Macron

 

L’OLANDA TRA SONDAGGI E TURCHIA
La ‘Grande Partita Europeo dell’anno del Gallo’ inizia in Olanda. Con le elezioni del 15 marzo. Elezioni imminenti. Fino a qualche settimana or sono, i populisti del ‘Partito della libertà’ olandese sembravano in procinto di un considerevole successo. Il partito olandese emulo di Trump non avrebbe avuto, quasi sicuramente, la capacità di formare una coalizione di governo nel sistema proporzionalistico dei Paesi Bassi. Ma un voto popolare rilevante per i populisti di destra olandesi sarebbe stato comunque un evento politico di prima grandezza. Per l’Olanda e per l’Europa. In attesa delle decisive elezioni presidenziali in Francia.
Ma gli ultimi sondaggi, per quanto possono valere queste rilevazioni di opinione (ma ciò vale comunque..), propongono una situazione parzialmente differente: il partito populistico è in corsa per il primo posto e sicuramente crescerà, ma ora è testa a testa con il Partito liberale (di centrodestra) del premier Rutte. E poi emergono altre formazioni in forte sviluppo: queste formazioni sono i liberali di sinistra di ‘Democrazia 66’ , la ‘Sinistra verde’, e forse l’Unione democratico-cristiana (quest’ultima, di centro e tendenzialmente progressista): per la cronaca tutte queste formazioni sono europeiste. Il penultimo sondaggio, ad esempio (le rilevazioni divergono per qualche numero), dà 24 seggi ai liberali di centrodestra (in netto calo, dai precedenti 41 seggi, come peraltro accade allo storico Partito laburista), dà ai populisti del Partito della libertà 20 seggi (più 5 seggi, dunque), dà ai liberali di sinistra di D66 18 seggi (più 6 seggi) e 20 seggi alla Sinistra Verde (più 16 seggi). I numeri, se fossero questi (ripetiamo siamo nel mondo ipotetico..), sono chiari: i populisti di destra avrebbero un successo minore di quello che si poteva pensare solo alcune settimane or sono; i partiti tradizionali, liberali di centrodestra e laburisti in particolare perderebbero molti voti; alcune formazioni non convenzionali avrebbero un importante successo; la formazione di una coalizione di governo sarà comunque una faccenda molto delicata, pur senza la destra neopopulistica Trump-style tra i piedi. Ma questi numeri sono solo ‘voti di paglia’.
Però stanno emergendo alcuni fattori interessanti: con l’avvicinarsi delle elezioni e quindi della scelta vera dei cittadini, e con il radicalizzarsi dei populisti del Partito della libertà sull’onda della vittoria di Trump, gli elettori dei Paesi Bassi potrebbero aver iniziato a fare bene i conti, politici e socialI. Sicuramente alcune politiche economiche dei partiti tradizionali al potere, in particolare i liberali di centrodestra e i laburisti, non sono minimamente soddisfacenti, ma evidentemente l’Europa, o meglio l’euro, forse, sono ‘valori’ importanti.
Come abbiamo detto prima, siamo alle prese con ‘voti di paglia’ , cioè con intenzioni di voto: solamente la sera del 15 marzo prossimo avremo una situazione più chiara, con i ‘voti di petra’, quelli veri degli elettori.
Il voto olandese, come dicevamo, è il primo passaggio della Grande Partita Europea: come conferma la crisi diplomatica fra l’Europa, Olanda in testa e la Turchia, per la vicenda per i comizi degli esponenti di governo di Ankara a favore dei referendum iper-presidenzialistico di Erdogan. La crisi con Ankara potrebbe avere effetti non rilevati dai sondaggi sulla campagna elettorale e sul risultato. Essa comunque mostra come l’Europa unita stia affrontando un anno molto difficile, tra elezioni decisive e crisi potenziali o in atto, dal Medio Oriente alla Russia.
Morale, questo voto olandese sarà molto importante: in primo luogo, ovviamente, perchè si tratta del primo voto europeo di questo difficile e travagliato anno del Gallo, il 2017; in secondo luogo, perchè questa crisi turca, ci mostrerà quanto la costruzione europea possa reggere a prove politiche difficili. 
Detto per inciso, questa ultra-bistrattata unità europea, proprio in queste ore, pare molto richiesta: la Scozia non intende seguire il Regno Unito nella corsa a Brexit. E’ un bel problemino per il governo conservatore di Londra. C.L.).

 

LEZIONI OLANDESI
La Diga olandese ha resistito, l’Ondata neopopulista, per ora, si è infranta sulla patria di Erasmo da Rotterdam e di Spinoza. L’Europa unita tira un, comprensibile, sospiro di sollievo. Però da queste elezioni, le prima dell’Anno del Gallo in Europa, dopo arriveranno Francia e Germania (l’Italia è un discorso del tutto diverso, come vedremo prossimamente), noi europei dovremo ricavare tre-quattro piccole lezioni.
Uno. L’Onda neopopulistica è contenibile. E’ contenibile nei sistemi politici più capaci di coalizioni e di governo ‘concertativo’; e pare più contenibile nei sistemi politici dell’Eurozona. L’Olanda infatti, come elezioni al cardiopalmo in Eurolandia, arriva dopo le presidenziali austriache. Dunque l’Onda neopopulistica di destra è contenibile: ma l’assetto dei partiti e della politica ‘tradizionale’ o ‘convenzionale’ è in gravissima crisi. In Austria, in Olanda, prossimamente in Francia, e lasciamo perdere i casi anglosassoni dove l’intero assetto politico competitivo mostra la corda.
La ‘politica convenzionale’, per tante e convergenti ragioni, è stata messa in crisi, proprio nel momento in cui, all’economia capitalistica servirebbe una forte capacità politica di intervento e correzione per poter aprire un nuovo, grande ciclo di espansione. La crisi della politica convenzionale, unita ai drammatici squilibri dell’economia capitalistica prodotti dal fallimento delle formule neoliberistiche, provoca l’avvitamento della crisi economica, sociale, politica e financo istituzionale.
In Eurolandia, però, pare che l’Onda neopopulistica per almeno due ragioni, la forza politica della moneta ‘unica’, l’euro, e la capacità di coalizione trasversale dei sistemi politici ‘alla tedesca’ o affini, sia contenibile.
Due. Questo ‘contenimento’ politico avviene al prezzo di ulteriore frammentazione e segmentazione dei sistemi politici e di partito. Per formare il prossimo governo, in Olanda, saranno indispensabili settimane o mesi di negoziati politici seri e trasparenti. Non è nulla di tragico, come ha mostrato nei mesi scorsi, la Spagna: i sistemi politici di governo complessi e diversificati sono in grado di gestire, o devono essere in grado di gestire situazioni del genere; ma rimane la complessità dell’intera vicenda.
In questo processo di frammentazione, emergono alcune formazioni politiche ‘non convenzionali’. In particolare come prodotto della crisi drammatica del Partito laburista, la socialdemocrazia di governo olandese, ritenuta prima responsabile dagli elettori, delle riforme di consolidamento fiscale e di mercato adottate dei governi di ex grossa coalizione, liberali più laburisti. Le agende riformatrici di mercato e le politiche di consolidamento fiscale sono necessarie: ma esse devono essere, uno, bene implementate; due, devono essere necessariamente accompagnate da fortissime politiche di investimento pubblico. Per ragioni economiche (Keynes and Kalecki docent). E specialmente per ragioni politiche: la classe politica riformatrice deve ridurre le incertezze economiche e le insicurezze politiche, sociali, psicologiche. Le forti politiche di investimenti pubblici servono a ridare fiato alla domanda interna, a migliorare l’offerta complessiva e, specialmente, a dare un po’ di sicurezza ai ceti deboli circa la volontà, la capacità, la forza delle classi politiche riformatrici di rispondere alle domande sociali. Purtroppo queste politiche di forti investimenti civili pubblici spessissimo mancano. In Europa e in tutto l’Occidente.
Tre. E qui arriviamo al punto delicato: l’Olanda ha dato prova della possibilità di contenimento. Noi pensiamo che questa capacità di contenimento dell’Onda neopopulistica sia in buona parte figlia della ‘forza politica dell’euro’. Nessuno facilmente accetta di mandare al macero una moneta forte e rispettata a livello globale, per andare appresso alle pulsioni distruttive del neopopulismo di destra. 
Ma sta di fatto, che codesto neopopulismo di destra, distruttivo, tenta, malamente, di dare una risposta, pessima politicamente e forse catastrofica economicamente, a domande di sicurezza ineludibili. Solamente se i sistemi politici saranno in grado di rispondere diversamente a quelle domande di sicurezza, sociale, economica, psicologica, solamente in questo caso, l’Ondata neopopulistica sarà sconfitta e rappresenterà una crisi ‘di sviluppo’ politico dell’Eurozona, financo indispensabile.
Liberali di sinistra di D66, Sinistra Verde etc possono svolgere la loro funzione innovatrice solo se ci saranno cambiamenti significativi delle agende pubbliche e se le leadership politiche che li gestiranno saranno credibili. In Olanda e in tutta Eurolandia.
Insomma la battaglia sarà lunga e è appena iniziata. Il fatto che un partito vicinissimo a certi settori della destra americana, ‘alternativa’ o per meglio dire ultrareazionaria, sia stato sconfitto sonoramente in campo aperto (tweet a parte, di questo si tratta: Verdi, liberali di sinistra e democratico-cristiani hanno guadagnato molti più seggi dell’ineffabile leader del cosiddetto Partito della libertà; e ciò in presenza di una fortissima affluenza alle urne..), non vuol dire minimamente che i problemi di fondo siano stati minimamente risolti: la classe politica democratica olandese ha saputo difendere il Re della scacchiera politica locale, l’issue Europa, magari sacrificando qualche pedone su altri issue, ma come abbiamo argomentato prima, l’Eurozona, ora o per meglio dire dopo la fase elettorale dell’Anno del Gallo, Olanda, Francia, Germania, dovrà finalmente darsi una agenda forte anche di investimenti civili, e un assetto di governo relativo senza i quali non può minimamente pensare di continuare ad affrontare le gravissime tensioni prodotte dai miasmi della morte dell’economia neoliberistica.
La nostra opinione. L’ordine globale dell’’Impero’ (alla Reagan-Bush-Obama-Hillary, per capirci sommariamente) è morto; per questo motivo ha vinto Donald Trump negli Usa; l’Eurozona, se intende andare avanti, non deve essere l’ultimo baluardo di un ordine ormai morto, ma diventare uno dei facitori di un diverso ordine globale, sperando di ritrovare presto sul cammino del cambiamento anche gli amici americani. Deve farlo ad iniziare dai negoziati per i grandi Trattati commerciali. (C.L.).

 

FORZA E DEBOLEZZA DEL CANDIDATO MACRON E. Macron potrebbe diventare il prossimo Presidente francese. Sarebbe una novità politica importante. Macron infatti è un candidato europeista e se davvero conquistasse l’Eliseo, costituirebbe un esempio del ‘nuovo europeismo’ che potrebbe in parte contenere l’Ondata neopopulistica di destra. Le recentissime elezioni olandesi con l’avanzata di Sinistra Verde, Democrazia 66 e Appello democratico-cristiano sono state interessanti.
Avremo Macron all’Eliseo? Forse. Per capirlo meglio vediamo gli elementi di forza del candidato di En Marche e i fattori di debolezza. Quest’ultimi non mancano, e quindi prudenza e cautela sono obbligatori.
Dunque gli elementi di ‘forza’. Macron è esattamente, in termini di campagna politica e di percezione della pubblica opinione, nella posizione di Donald Trump rispetto ad Hillary Clinton. Macron è il ‘nuovo’ estraneo abbastanza alla politica politicante, come Trump era percepito come ‘nuovo’ ‘estraneo’ alla politica politicante. Marine LePen, nonostante la carica anti-establishment, rimane una candidato fortemente ‘partitocratica’, impegnata in forze politiche organizzate da anni ed anni. Ciò costituisce un fattore di forza politica evidente per E. Macron, che paradossalmente lo rafforza contro la LePen come fu rafforzato Trump contro Hillary Clinton.
Non solo. L’ipotesi Macron sembra poter attrarre positivamente voti e sostegni da sinistra, e da destra: è molto ‘trasversale’, e quindi, da un lato, attiva bene la ‘mobilitazione repubblicana’ e, dall’altro lato, potrebbe evitare, in parte, una caduta del muro della destra conservatrice di governo, i neogollisti, di fronte all’Ondata neopopulista di destra.
Oltre a questi due elementi ‘soggettivi’ ovvero del soggetto Macron, ci sono alcuni elementi ‘oggettivi’: due per la precisione a leggere i sondaggi ‘profondi’. Il 58 per cento dei francesi ritiene il Front National ‘pericoloso’ per la democrazia; il 68 per cento dei francesi sostiene l’euro. Un candidato che prende voti potenzialmente a destra, al centro, a sinistra e che sostiene l’euro può, in teoria, mobilitare bene questa maggioranza silenziosa ed europea della Francia.
Fin qui gli elementi di maggiore forza, ma ahinoi ci sono anche i fattori di debolezza. Uno. Macron è stato ministro dell’economia del peggior presidente francese recente, F. Holland. E’ facile immaginare che la LePen cercherà di ‘inchiodare’ il candidato Macron al ministro Macron. L’attacco lepenista è ovvio, la risposta macroniana non dovrebbe però essere difficilissima: alla fin fine, l’economia francese sta crescendo in modo relativamente sostenuto. Le ricette lepeniste le farebbero fare un pauroso salto nel buoi, le ricette macroniste possono farle prendere il volo. La scelta per il 68 per cento dei francesi proEuro non dovrebbe essere impossibile.
Due. L’elettorato proMacron è molto volatile, è il più volatile di tutti i candidati all’Eliseo, è il meno ‘fidelizzato’. Ma anche qui ci sono dati non negativi: i ‘fidelizzati’ di Macron stanno aumentando e poi proprio questa caratteristica fa di Macron un candidato attraente a destra e a sinistra. Si potrebbe dire che questo il prezzo da pagare per la ‘trasversalità’, quindi di per sè non è negativo. Il punto è che ciò rende Macron suscettibile a bolle e tempeste mediatiche. Insomma la sua forza è anche la sua debolezza.
Tre. Infine, l’assenza di un partito alle sue spalle. Certamente anche questo fattore è, in parte, legato al carattere ‘nuovista’ del Macron, ma questo fattore rende non solo volubile l’elettorato macronista ma rende complicato il Muro antiLePen a destra, muro indispensabile per battere bene in campo aperto il neopopulismo di destra.
Morale? La conclusione provvisoria è che Macron potrebbe avere buone possibilità di vittoria contro la LePen, ma è anche bene essere molto prudenti. Un ultimo fattore: l’eventuale elezione di Macron sarebbe probabilmente uno tsunami per il sistema istituzionale di governo francese. Macron infatti non ha un partito organizzato alle sue spalle e dato che immediatamente dopo le presidenziali, si dovranno tenere le elezioni parlamentari, appare evidente che una Presidenza Macron assai probabilmente significa una nuova forma di Coabitazione politica ed istituzionale e una rinascita, finalmente verrebbe da dire, della politica delle coalizioni in Francia……(C.L.).

 

(aprile 2017)
Il Bivio francese

 

IL BIVIO FRANCESE
In Francia, si ‘fa la storia’ d’Europa. Le imminenti elezioni presidenziali francesi costituiscono un momento centrale: l’Europa o si riprende e pone le basi per un cambiamento forte o muore nelle acque della Senna. La Francia spessissimo ha avuto questo ruolo nella storia. Nel 1992, ad esempio, un’altra consultazione made in France, il referendum sul Trattato di Maascrict fu un voto decisivo, in attesa del quale, l’intero processo europeo si era bloccato. In quelle settimane, per inciso, si era bloccato pure il riallineamento delle monete nello SME, il sistema monetario europeo, con gravi conseguenze per il nostro paese.
Stavolta, l’elezione per l’Eliseo, è addirittura un momento topico per l’Europa e per l’intero assetto occidentale: o vince un candidato proEuro, Macron o Fillon (E qui facciamo la nostra prima osservazione: forse infatti dovremo stare attenti a dare per completamente defunto il candidato della destra neogollista: i suoi fans potrebbero non risultare tutti nei sondaggi di questi giorni!), o vince la candidata entiEuro ed antiUe, Marine LePen. Oppure, chissà, potremo avere la super-sorpresa: il passaggio al secondo turono di J.Malenchon, leader del Front della Gauche, il candidato emergente di queste ore nelle rilevazioni dei sondaggi.
Per essere chiari: o la Francia ridiventa il secondo pilastro fondamentale dell’asse di trazione dell’unità europea, con la Germania, una funzione che si è molto indebolita con l’amministrazione Hollande, con effetti gravi anche per l’equilibrio della governance europea; oppure diventa l’attore della rottura storica dell’unità europea mediante la fine dell’euro, con conseguenze potenzialmente devastanti per l’euro, ovviamente, per l’Unione europea e, secondo noi, per l’intero Occidente. La fine dell’Euro avrebbe effetti enormi sull’Europa la quale ben difficilmente potrebbe mantenere il mercato comune (il che è ovvio). Essa però avrebbe avrebbe effetti potenziali rilevantissimi sul sistema finanziario d’Occidente essendo impensabile che la fine della seconda moneta globale possa passare come un fuscello per banche e istituzioni finanziarie private.
Come abbiamo accennato prima, stiamo assistendo all’emergere di un sistema politico frantumato in quattro grandi aree politiche ed elettorali: destra nazionalista populista, lepenista insomma, destra conservatrice repubblicana, centro liberale, sinistra ‘neoradicale’. LePen, Fillon, Macron, Malenchon, questi sono i quattro nomi.
Destra nazionalista populista al 20 per cento, destra conservatrice repubblicana al 20 per cento, centro liberale al 20 per cento, sinistra neoradicale al 20 per cento: siamo di fronte a quattro aree quasi equivalenti, con un settori fluttuanti, a destra e a sinistra, piuttosto ampio, un altro 20 per cento.
In apparenza siamo di fronte al ritorno sotto altre forme, della storica ‘quadriglia’ della Quinta repubblica, comunisti, socialisti e radicali, centro giscardiano e destra neogollista tradizionale. Il punto è che le cose, sotto l’apparenza, sono ben diverse.
In primo luogo, nella quadriglia tradizionale, la sola forza ‘massimalistica’ era la sinistra comunista: tutte le altre tre aree erano perfettamente integrate nel sistema politico di governo. In secondo luogo, oggi c’è una fascia di elettorato fluttuanti molto più larga. E peraltro la stessa area di centro liberale è largamente costituita per ora almeno da elettori volatili e fluttuanti.
Morale: se nella Quinta repubblica funzionante, avevamo un sistema politico con due campi potenzialmente alternativi e un sistema istituzionale che favoriva la competizione e la corsa verso le posizioni di governo di destra e di sinistra, con l’emarginazione delle ali ‘estreme’, oggi le dinamiche sono molto diverse.
Oggi abbiamo due aree ‘radicali’: la sinistra neoradicale e la destra nazionalista populista, sia chiaro ben differenti quanto a affidabilità democratica ed anche quanto a visione europea, ma comunque entrambe molto ‘critiche’ verso l’ordine esistente. Ed quindi abbiamo la tendenza ad una Grande Coabitazione sistemica. Quella che un tempo poteva essere una coabitazione transitoria di destra e sinistra ai vertici del potere, oggi diventerebbe la modalità di governo concreta e di sistema della Quinta repubblica.
Se infatti vincesse Macron, candidato senza partito vero, il sistema politico repubblicano ne uscirebbe travolto: alle successive elezioni legislative, la presidenza Macron assai probabilmente dovrebbe acconciarsi ad una Coabitazione con i conservatori o con una coalizione tra conservatori e socialisti, avendo all’opposizione le due ali ‘estreme’ di Front de Gauche o Front National.
Se poi vincessero LePen o Melanchon avremmo comunque presidenze di forte minoranza con dietro probabilmente l’assenza di una maggioranza parlamentare, addirittura meno gestibili.
Solamente una vittoria di Fillon con una successiva probabile vittoria della destra neogollista repubblicana, avremo un partito al potere all’Eliseo e all’Assemblea nazionale: ma anche in questo caso, avremo un sistema politico comunque con due ali ‘estreme’ molto forti. Insomma non avremo la Grande Coabitazione ma comunque avremo un sistema politico bloccato fra conservatori dominanti e socialisti perdenti e declinanti.
Insomma la prima annotazione che vogliamo proporre è che, comunque andranno le elezioni presidenziali, la Quinta repubblica cambierà natura in modo molto profondo.
La seconda osservazione riguarda proprio le elezioni. Uno. Per capire chi vincerà saranno determinanti gli astenuti. Per dirla sinteticamente, più astenuti ci saranno, più possibilità ha LePen; meno astenuti ci saranno, più LePen dovrebbe perdere alla grande.
Due. Non solo: in queste condizioni di quasi parità fra quattro candidati, Macron e LePen in testa ma non di moltissimo, Fillon e Malenchon alla pari poco indietro, con Fillon secondo noi sottovalutato dai sondaggi, potrebbe davvero accadere di tutto: potrebbe accadere che avremo un secondo turno impensabile LePen-Malenchon senza candidati esplicitamente proEuro, o che avremo un’altro secondo turno impensabile, Macron-Fillon senza LePen.
Ciò vuol dire, e siamo alla terza osservazione, che pur essendo le destre neopopulistiche probabilmente più deboli di quello che molti osservatori mainstream pensavano (Olanda e Austria docent), la contestazioni all’ordine europeo esistente, (ovvero agende di consolidamento fiscale non eque e senza un secondo pilastro di agende di bilancio e di rilancio da un lato; e dall’altro lato un equilibrio geopolitico tedesco senza un collegamento sufficientemente stretto con Parigi, Madrid ed altre capitali,) sono comunque molto forti e impongono una revisione dell’Europa ed una evoluzione politica e culturale del famoso modello dell’’economia sociale di mercato’. Le elezioni in Olanda prima e probabilmente domani in Francia ci dicono che serve, urgentemente, una grande innovazione intellettuale e politica per l’Europa. (C.L.).

 

(maggio 2017)
Macron e la sinistra alla Melanchon
Lezioni francesi
Viva Macron ed ora?

 

MACRON E LA SINISTRA ALLA MELANCHON
Siamo alle ultimissime battute. Ora ci sono pure i ‘MarconLeaks’, tanto per non far mancare nulla alla campagna presidenziale più ‘pazza’ della recente storia di Francia. Comunque sia, fra poche ore sapremo se i cittadini dell’Esagono hanno scelto l’Europa o hanno optato per il nazionalismo populistico; se hanno deciso di puntare su quello strano ma modernissimo Ircocervo che si chiama UE, in particolare su quella straordinaria innovazione politica, intellettuale, economica che si chiama euro; oppure se hanno preferito ritornare al passato delle potenze e dei revanscismi nazionalististici.
Ancora una volta, la Francia ha in mano il destino della vecchia Europa, come sempre peraltro è successo nella lunga e tragica storia moderna del nostro continente. I sondaggi danno in vantaggio Emanuel Macron, ma oggigiorno è bene aspettare i voti ‘di pietra’, prima di fare osservazioni ‘conclusive’. E’ vero che la ‘stabilità’ delle rilevazioni per il secondo turno e la precisione di quelle del primo turno dovrebbero costituire un segnale importante: ma oggigiorno è bene essere molto prudenti. Un dato appare fin d’ora rilevante: il ruolo nel secondo turno degli elettori al primo turno della sinistra ‘neomassimalista’ di Melanchon. Secondo le rilevazioni, circa il 50 per cento, sembra, di questi cittadini dovrebbero riversare il loro voto su Macron, nonostante le fortissime differenze di programma e di sensibilità. Un 10 per cento circa, invece, dovrebbe i andare alla LePen, nonostante la ‘affinità’ eurocritica o euroscettica.
Un dato dunque pare emergere, salvo smentita dei voto reale: nel sistema politico dei partiti della Quinta repubblica, la frattura destra/sinistra ancora pesa. E pesa molto. In questi anni sono emerse altre faglie politiche, in Francia e fuori la Francia: euro si/euro no, immigrazione, globalizzazione. Ma, almeno nel sistema politico di governo francese, la frattura ‘ordinatrice’ destra/sinistra appare ancora influente (al contrario, si potrebbe arguire’, di ciò che accade nel caso italiano…).
Molti elettori di sinistra ‘radicale’, dunque, nonostante tutto, sarebbero pronti a votare, (turandosi il naso e quant’altro), Macron, ex banchiere della Rotschild, forte sostenitore dell’UE e forte ideatore delle riforme di liberalizzazione di mercato. Ciò è un dato importante, che però produce un risultato che potrebbe essere scritto sull’acqua: appare evidente che questa (eventuale) tendenza di una parte consistente dell’elettorato di sinistra ‘radicale’, non sarà eterna.
Ci spieghiamo. In questa consultazione, forse Macron riuscirà a creare nelle urne una ‘coalizione’ di voti fra il settore importante di establishment che vuole il cambiamento, e un importante settore della protesta sociale che teme ulteriori incertezze ed insicurezze, indebolimenti e emarginazioni ma che non vuole a che fare con il nazionalismo neolepenistico. Macron forse riuscirà a creare questa ‘coalizione’ nelle urne, ‘gratuitamente’ per così dire. Anche ove ciò accadesse, nessuno però dovrebbe dare questa tendenza per scontata in ‘eterno’: sarebbe un errore fatale. Per Macron e per l’Europa.
In realtà, qualora Macron vincesse, secondo noi, dovrebbe avere come suo compito rilevantissimo quello di cementare una vera coalizione sociale fra establishment e protesta, con riforme, interventi pubblici, iniziative ed agende innovative europee, dandole senso politico e solidità programmatica ed anche identità ideologica. Se Macron, ove vincesse, dopo il voto si richiudesse in un fortino delle forze pro-establishment, farebbe un errore gravissimo! Senza ‘integrare’ in un nuovo ‘compromesso sociale’ vincente, settori consistenti delle classi medie in declino, delle classi lavoratrici più in difficoltà, delle classi emarginate ed impaurite, una eventuale presidenza Macron rischierebbe seriamente di fare la indecorosa fine della presidenza Hollande. Un tale ‘compromesso sociale’ vincente non può, secondo noi, che avere una solida base europea.
Ecco perchè parlare di ‘sinistra lepenista’, secondo noi, è semplicemente sbagliato: il tema è quello del fortissimo disagio e insicurezza sociale di larghi ceti e classi ‘popolari’ e intermedi. La scienza sociale e politica moderna spiega, (Gino Germani ad esempio), il peso del declino delle classi intermedie nelle crisi democratiche che portano a fenomeni di destra antidemocratica: fare errori di analisi, in questi momenti storici, è molto pericoloso!! (C.L.).

LEZIONI FRANCESI 
Emanuele Macron è il nuovo Presidente della Repubblica francese: sulle note dell’’Inno alla Gioia’ si è presentato nella spianata del Louvre. E chi l’avrebbe detto solo poche settimane or sono? . Macron ha surclassato Marine LePen più di quanto prevedevano i pur favorevoli sondaggi della vigilia. Lo ha fatto in chiave esplicitamente europeista. E ha tenuto un ‘discorso della corona’, tutto su innovazione, disuguaglianze sociali parlando pure della ‘transizione ecologica’, e ovviamente guardando all’Europa. Una vittoria e un discorso dunque importanti.
Macron è il primo presidente francese che si è fatto scudo della bandiera europea: l’asse franco-germanico in chiave neo-europeista ora può prendere davvero forma. Ciò potrebbe essere una innovazione, politica e geopolitica, fondamentale. Ma ovviamente la vittoria di Macron porta con sè molte lezioni. Politiche e geopolitiche. Vedremo quanto se queste lezioni saranno proficue.
Qui, intanto, accenniamo ad alcune questioni di ‘sistema politico’. Macron ora dovrà vedersela con le prossime elezioni legislative: si tratta a tutti gli effetti del ‘terzo turno’ politico di questa congiuntura eccezionale da tutti i punti di vista. Macron e ‘En March’, il movimento politico da lui fondato, avranno la maggioranza assoluta dei seggi nella prossima Assemblea nazionale? Oppure Macron dovrà vedersela con la politica delle coalizioni parlamentari? Insomma Macron dovrà vedersela con una coalizione parlamentare probabilmente di colore vario, una ‘grosso coalition’ alla tedesca? Per caso, vedrà la luce è una coabitazione ‘organica’ fra un presidente riformatore ‘liberale’ e una ampia coalizione parlamentare conservatori-centristi-socialisti moderati? Nella Quinta repubblica ci sono stati esempi di coabitazione, fra il presidente di uno schieramento politico e una maggioranza parlamentare e relativo governo espressione dello schieramento politico alternativo: era una coabitazione ‘competitiva’.
Come si vede gli interrogativi, anche a livello del funzionamento reale del sistema istituzionale della Quinta repubblica, non sono pochi, ma per ora, in attesa delle elezioni legislativi, essi rimangono interrogativi. Quello che invece è un fatto, è il mutamento del sistema dei partiti della Quinta repubblica. La vittoria di Macron e l’ascesa di ‘En March’ , a cui i sondaggi sulle legislative danno oltre il 20 per cento delle intenzioni di voti (le presidenziali potrebbero ‘trainare’ anche le legislative), infatti cambia drasticamente il quadro politico francese.
D’ora in poi abbiamo a destra due formazioni contigue ma divise da faglie politiche di ordine e di portata storica: il Front national nezionalista-populistico, e i Repubblicani neogollisti. A sinistra invece ci sono i resti del Partito socialista e l’area composita ma in via di organizzazione della sinistra ‘massimalista’ di Francia Indomita. In mezzo il movimento di Macron. Insomma al posto di quattro aree politiche con una sola forza ‘antisistema’, il Partito comunista e tre aree politiche totalmente prosistema, socialisti, gollisti e centristi. abbiamo due aree molto critiche alle ‘estreme’, destra nazionalista-populistica e sinistra massimalistica e due/tre formazioni ‘proeuropee’, centristi liberali, gollisti conservatori e i resti socialisti. Mentre prima era ‘agevole’ per un meccanismo a doppio turno trainare gli elettori delle ‘estreme’ verso le forze ‘prosistema’, ora al contrario, abbiamo due aree ‘critiche’ molto forti con due/tre forze proeuropee che, per consentire al sistema politico di funzionare bene, devono diventare disponibili a forme di collaborazione politica o/e istituzionale. Le dinamiche del sistema politico insomma sono diversissime rispetto alla Quinta repubblica che abbiamo conosciuto finora.
Da un sistema competitivo di alternanza, la Francia si incammina verso un assetto politico ‘concertativo’ con forte presenza di aree critiche, destra neolepenista e sinistra alla Melanchon, e con una presenza molto influente di una formazione innovativa, i centristi di Macron.
Sarà un caso, ma mentre la Francia ‘supera’ il sistema politico di alternanza della Quinta repubblica (’*), l’altra grande democrazia europea campione della democrazia competitiva maggioritaria, anzi la patria per definizione del ‘modello Westminister’, la Gran Bretagna, si avvia gloriosamente sul sentiero del sistema partitico a partito dominante.
I sondaggi parlano chiaro, Oltremanica: il partito conservatore ormai quasi doppia in termini di intenzioni di voto il partito laburista. Ma il problema non è di volume di intenzioni di voto semplicemente: alla fin fine, se fosse così, prima o poi una formula politica adeguata potrebbe ridare ai laburisti il loro antico splendore.
Il punto, tragico per la sinistra tradizionale inglese, è che il partito laburista ha perso stabilmente, lo mostrano anche le recenti elezioni locali, i collegi scozzesi. E senza la Scozia i laburisti non possono pensare di conquistare una maggioranza alla Camera dei comuni. I collegi scozzesi ormai sono appannaggio del partito nazionalista scozzese, nazionalista e progressista, anzi leftista. I laburisti o inseguono i nazionalisti scozzesi sulla via dell’autonomia e della sinistra, perdendo ciò che ancora hanno in Inghilterra, o lasciano stare la Scozia e non possono più pensare di conquistare una maggioranza parlamentare. Corbyn in questi mesi non ha trovato una formula magica che salvasse i laburisti, e ciò è ovviamente un dramma, ma obiettivamente, la tragedia non è targata Corbyn, pur con tutti i suoi errori. La tragedia del Labour è tutta targata blairismo, che è riuscito a perdere l’intera Scozia. Ed ora, sia come sia, il sistema politico di Westminister non è più un esempio di ‘modello Westminister,’ ma sta transitando verso il modello del ‘partito dominante’, quello conservatore ovviamente.
Dunque, Francia e Gran Bretagna, patrie dei due modelli più consistenti di democrazia maggioritaria competitiva in Europa, stanno prendendo altre strade: il Regno Unito sta prendendo la via del ‘partito dominante’. La Francia ha preso la strada di un nuovo assetto ‘assediato’ da due aree critiche molto forti (un sistema politico potenzialmente ‘concertativo’, forse la declinazione francese del modello germanico di sistema politico). La Francia, dopo la Spagna, si sta ‘politicamente germanizzando’? Un caso, o il frutto delle dinamiche dei sistemi politici di Eurolandia, i sistemi politici dominati dalla forza politica dell’Euro?
Proprio questa forza politica dell’Euro, in verità, è il pilastro dell’Europa nel Mondo dell’Asia; un pilastro politico e un pilastro geopolitico. Ci sono ovviamente tante altre lezioni francesi, (ad esempio l’ampiezza del voto di protesta e l’imponenza e la gravità delle disuguaglianze sociali), da tenere molto ben presenti, e di cui parleremo in altre Note: per ora, benvenuti nel Mondo dell’Asia. Una lezione su tutte, ribadiamo ancora una volta: la bandiera europeista issata con forza da Macron. Un caso?
* PS: Macron potrebbe fare un errore politico, secondo noi, molto pericoloso. Se ‘En March’ riuscisse a conquistare una maggioranza parlamentare con un 25 per cento dei voti popolari grazie al doppio turno di collegio, secondo la nostra opinione, il presidente francese dovrebbe evitare di perseguire ‘strategie maggioritaristiche’: se Macron intende affrontare le sofferenze e i disagi sociali pesanti, dovrebbe, secondo noi, comunque, avviare una strategia di collaborazione politica ed istituzionale con altri attori politici, il Parlamento serve appunto a questo, anche in regime semi-presidenziale. Ovviamente in caso di maggioranza solo relativa di ‘En march’, la politica delle coalizioni diventerebbe obbligatoria, ma lo ripetiamo, un po’ di ricerca di collaborazione coalizionale sarebbe comunque indispensabile, secondo noi. Lo impongono le sofferenze sociali, lo richiede un sistema politico con due aree critiche molto forti! (C.L.).

 

VIVE MACRON, ED ORA? Macron ha vinto, è verissimo, e ciò è un bene, ma le cose non sono affatto risolte. In primo luogo c’è l’ampiezza del voto di protesta: non tutta la protesta e la sofferenza sociale si sono indirizzate verso il lepenismo, ma purtuttavia se uniamo i voti della LePen con quelli di Melanchon al primo turno o se sommiamo l’incremento degli astenuti con le schede bianche al secondo turno, appare evidente l’estensione del voto di contestazione. Questo dato francese conferma il dato olandese di poche settimane prima: è verissimo che la destra neopopulstica olandese è andata malino, ma è purtuttavia vero che Sinistra verde e socialisti di sinistra avevano fatto il pienone di voti popolari. Insomma la protesta è vastissima e ignorarla è suicida.
E’ altrettanto vero che, nei sistemi politici di Eurolandia, oltre al voto di protesta, c’è pure una tendenza impostante verso un centro riformatore ‘liberale’: in Spagna abbiamo Ciudadamos, in Olanda Democrazia 66, in Austria i neoliberali, in Francia En March: si tratta di un dato importantissimo. Il punto è se questa tendenza, che secondo la nostra opinione è molto legata all’euro come forza politica importante, riuscirà ad esprimere una agenda innovativa o se invece essa si esaurirà nelle politiche ‘ortodosse’. Il punto è se questo orientamento saprà costruire coalizioni sociali capaci di leadership: ovvero se sarà capace di attrarre settori consistenti del voto o delle formazioni della protesta sociale. Marcon ha vinto solo perchè gli elettori della sinistra massimalista o l’hanno votato o si sono astenuti: Macron riuscirà a conquistare politicamente il consenso di una parte di loro? Per farlo, servono ovviamente agende innovative di politiche dell’offerta e di politiche della domanda; ma specialmente serve un atteggiamento e una strategia politica drasticamente diversa da quella ‘maggioritaristica’ .
E serve Europa, ma una Europa social-liberale. L’euro non è ‘solo’ una moneta: è una formidabile forza politica. Per affermarsi richiede politiche di ‘rigore’ e di consolidamento fiscale. Questa dato è spessissimo occultato o trascurato dai paleo-Keynesiani. Ma è vero allo stesso tempo, che una unione monetaria abbisogna anche di politiche di bilancio, di investimenti, del credito che consentano la ‘convergenza’ economica: Ciò specialmente in tempi di grande crisi economica e sociale: servono politiche di investimento pubblico e di credito per correggere gli squilibri privati e per dare certezze ad una società in preda a paure e insicurezze: e qui hanno torto i liberisti, che sembrano ignorare come i processi economici capitalistici per funzionare abbisognano di un (forte) intervento pubblico, proprio per consentire al libero mercato di fare il suo dovere.
E’ possibile per una Europa a leadership germanica, avere non solo una Unione monetaria ma anche una ‘Unione di bilancio’ per dirla sinteticamente? La nostra opinione è positiva, ma abbisognano alcune precondizioni politiche che finora sono state deboluccie: in primissimo luogo, abbisogna la volontà della Francia di fare alcune forti riforme economiche e di avere un forte orientamento europeista, ad esempio; e , in secondo luogo, abbisogna la volontà dell’Italia di mettersi ‘in ordine’. Solamente a queste condizioni, si potrà ottenere da Berlino il completamento dell’Unione bancaria e finalmente una politica di bilancio e degli investimenti ‘coordinata’ a livello europeo, una ‘Unione di bilancio e degli investimenti’. Questa è almeno la nostra impressione. Comunque sia, dovrebbe essere chiaro che senza politiche e progetti di investimento pubblici, non ci sono santi che tengano: l’Europa resterà debolissima e prima o poi potrebbe cadere nelle proprie contraddizioni e nei marasmi di una situazione globale drammatica.
Secondo noi, con la vittoria di Macron (e la sperabile vittoria di centristi o gollisti, ma questo è un’altro discorso, per le elezioni legislative di giugno), si apre una finestra politica importantissima per il consolidamento del progetto europeo e per l’allargamento dell’asse franco-tedesco. L’Europa a questo punto ha una occasione di portata storica: di fronte alla situazione politica degli Stati Uniti, l’Europa potrebbe in primo luogo rafforzarsi e fare un salto in avanti; in secondo luogo, potrebbe dare segnali liberali importantissimi alla comunità internazionale nel senso della ri-partenza di un ‘ordine commerciale globale’ aperto anche se diverso da quello che abbiamo conosciuto finora; infine, in terzo luogo, in tal modo potrebbe forse aiutare le forze democratiche americane a riprendersi dai gravissimi errori commessi.
L’Europa a leadership tedesca ci riuscirà? Il problema non sta solamente in Francia, che dimostra, con Macron ma anche con Melanchon, di avere ancora, per qualche tempo, frecce democratiche importanti; il problema non sta solamente in Germania che, a nostro avviso, dovrebbe condurre qualche importante innovazione intellettuale per dare sostanza alla sua leadership inevitabile in Europa.
Il problema grosso, veramente molto molto grosso, sta in Italia, che sembra avere ormai esaurito frecce ed archi, e che si trova ad una crocevia storico senza averne contezza e consapevolezza. Ma questo è proprio un altro discorso, arrivederci per ora! (C.L.)

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