La Corea del nord, il ‘regno eremita’, fra la Cina di Xi Jinping e l’America di Trump, un vero ‘groviglio strategico’……(3 luglio 2017)

 

NORTHKOREA E USA, IL ‘GROVIGLIO STRATEGICO’
Pyongyang non ha perso tempo: le relazioni fra Cina e Usa non sono ottimali. C’è un anniversario simbolico, l’Indipendence Day americano. Quale migliore occasione per lanciare l’ennesima provocazione missilistico-nucleare per la Corea del nord? E infatti i nordcoreani hanno ‘testato’ un missile balistico, per dire la loro nell’arena mondiale.
Il presidente americano, da parte sua, non poteva perdere tempo: e immediatamente ha twittato, (ma che meravigliosa macchina sono i ‘social’ per certi politici!), ‘Ora linea dura’. e ha poi continuato chiedendo alla Cina di prendere ‘misure decisive per mettere fine a questa cosa’,
Da un po’ di settimane, in effetti, l’amministrazione Trump cerca di ottenere da Pechino un intervento antiCorea del nord più ‘forte’ delle azioni messe in campo finora dalla Cina. Di fronte alle posizioni della diplomazia cinese, l’amministrazione Trump non ha esitato, in questi ultimi giorni, ad una vera escalation di misure verso la Repubblica Popolare. Prima gli Stati Uniti hanno deciso di mettere la Cina nella Top Ten della lista dei paesi trafficanti di esseri umani; poi Washington ha messo una banca cinese sotto sanzione per sue sospette relazioni con la Corea del nord; dopo gli americani ben conoscendo la relativa sensibilità di Pechino hanno deciso una vendita di armi a Taiwan,; infine, (infine per ora), l’amministrazione più ‘complicata’ della recente storia Usa ha spedito una avanzatissima nave da guerra vicinissima alle isole contese del Mar cinese meridionale, tanto per ‘avvertire’ Pechino in una regione molto molto delicata. Sono tutte, evidentemente, ‘mosse-schiaffi’ verso la Cina. Sul tavolo c’è, come appare anche dai tweet ‘presidenziali’ trumpiani, la Corea del nord, ma al centro della scena c’è la Cina.
Eppure sembrava che le cose, nonostante tutto, fra cinesi ed americani, con Trump alla Casa Bianca, non si fossero messe male. Ricapitoliamo brevemente. In campagna elettorale, Donald Trump aveva duramente contestato la Cina e i rapporti degli Usa con la Cina, ‘manipolatrice di moneta’, economia responsabile della fuga del lavoro, sfruttatrice degli accordi contro il cambiamento climatico. Una volta vinto le elezioni contro Hillary Clinton, e una volta formata la nuova amministrazione, (peraltro riccamente infarcita di alcuni esponenti ‘neo-protezionistici’), ci si poteva aspettare l’inizio di un duro confronto, economico-commerciale e politico-strategico, fra gli Usa e quella che una importante scuola di pensiero politico americana ritiene ‘l’avversario prossimo’ del potere Usa, la Cina ovviamene.
Invece, l’amministrazione Trump, pur fra contraddizioni, ha fatto scelte che, in qualche modo, hanno fatto ‘comodo’ a Pechino, come l’uscita dal TPP, l’Accordo di partnership transpacifico, cardine del ‘Pivot to Asia’. Non solo: nel recente vertice sino-americano in Florida, Xi Jinping e Donald Trump, avevano iniziato pure un percorso politico comune, complicato ma potenzialmente importante. La Corea del nord aveva ed ha un posto importantissimo in quell’agenda strategica sino-americana.
Ed ora che è accaduto? Non è difficile capirlo. L’amministrazione Trump ha chiesto alla Cina di usare tutta la sua influenza e capacità di persuasione su Pyongyang per far mettere fine ai test missilistici e nucleari del ‘regno eremita’, e per far risolvere la questione nucleare nordcoreana (su quali siano gli obbiettivi strategici effettivi dell’amministrazione Trump in realtà non c’è chiarezza nella capitale americana!!). Washington, detto per inciso, nel mentre aveva pure inviato forze navali ingenti ed aveva ulteriormente cercato di stringere rapporti strategici con gli alleati storici, Giappone e Corea del sud.
Con la Corea del sud in effetti, l’amministrazione Trump sta proprio in queste settimane trovando qualche problema dopo l’avvento alla Casa Blu’ del leader della sinistra liberale. L’amministrazione liberale sudcoreana è favorevole ad una politica di dialogo con il Nord e ha deciso di fare una valutazione ‘ambientale’ per il THAAD, il dispositivo antimissilistico americano gli gli americani vorrebbero dispiegare al più presto in SouthKorea e che ora dovrebbe avere un ritardo significativo.
Ora che cosa ‘pretende’ l’amministrazione americana dalla Cina? Pechino ha certamente una certa influenza sulla Corea del nord e difatti, prima del test missilistico delle scorse ore, Pechino si stava dando da fare per evitare ulteriori provocazioni. Ma Washington vuole di più, molto di più: vuole probabilmente un successo politico rilevante sul fronte internazionale coreano da usare nella politica nazionale interna. Che cosa potrebbe dire Trump su ‘social’ e dintorni, se ottenesse uno stop ‘definitivo’ dei programmi nucleari nordcoreani, dopo gli insuccessi coreani dell’amministrazione Obama? L’amministrazione Trump potrebbe occultare per un bel po’ gli effetti politici del devastante ‘RussiaGate’. L’interesse politico di Trump appare quindi molto forte ed anche abbastanza evidente.
Le cose di questi giorni a questo punto diventano un po’ più chiare: la Cina, dal suo lato, ha un interesse strategico a mantenere la situazione nella penisola in un modo tale da esaltare, e magari far aumentare, il proprio ruolo di negoziatore in capo delle crisi coreane. La prima parte della manovra americana di fatto ha accresciuto proprio questo ruolo della Cina. Washington, oggi però, vorrebbe un successo grosso, molto grosso, da ‘vendere’ alla propria opinione pubblica interna come prova delle capacità di una amministrazione sotto attacco da tanti, tantissimi fronti.
Per cercare di ottenere da Pechino un grosso successo in Corea, l’amministrazione Trump ha quindi messo sotto tiro Pechino con le misure che abbiamo prima elencato. A questo punto la domanda è: che farà la Cina in questo contesto geopolitico? Non siamo in grado di dare una risposta, per ora. Per ora, possiamo solamente annotare che il Presidente cinese è andato in missione eurasiatica, prima in Russia e poi, fra qualche ora, in Germania, prima di arrivare al G20 di Amburgo. Poi ici sono n ballo tanti altri fattori: la posizione dell’India fra Via della seta cinese e problemi di frontiera con la Cina; oppure il vertice trilaterale Cina-Giappone-Corea del sud in preparazione, che si dovrebbe tenere fra qualche settimana.
Il Gambetto russo di Xi Jinping per ora è evidentissimo: Cina e Russia stanno per ora andando d’accordo, nonostante indubbi fattori di rivalità politica, per ‘contrastare’ la pressione uniltaeralista americana in un mondo dove il ‘Polo’ di influenza americano appare francamente indebolito nel mondo del 21° secolo. Ma difficilmente la risposta e la strategia cinese si fermeranno al Gambetto russo. Xi Jinping si prepara ad incontrare la Cancelliera tedesca: Cina ed Europa da settimane si stanno annusando per capire la possibile trama comune. Ci sono poi le relazioni crescenti della Cina con l’America latina, grazie alla quali la presenza americana nell’Asia marittima, è, solamente in parte, ‘equilibrata’ dalla presenza cinese nel ‘cortile di casa’ americano in America latina. Tutti questi Gambetti, russo, euro-germanico, latinoamericano, assieme alla politica di Pechino verso India e Corea del sud meritano analisi molto serie in altra sede.
Il punto qui che ci pare da osservare con molta attenzione è relativo comunque alla Corea. Pechino appare sotto ‘tiro’ da parte dell’amministrazione Trump e questa ‘pressione’ americana viene esaltata presso una parte della opinione pubblica occidentale. Sicuramente la Cina, per quanto riguarda il teatro coreano e dintorni, può essere vista apparentemente come messa all’angolo.
Ma forse ci potrebbe essere un’altra lettura geopolitica. L’amministrazione Trump infatti appare ‘contraddistinta’ da linee ed orientamenti diversi e conflittuali. Un piccolo esempio: l’amministrazione prima ha elaborato un ‘nuovo approccio’ sulla Corea del nord che prevederebbe anche una opzione militare; poi il presidente americano parlando con il presidente liberale sudcoreano ha invece parlato di ‘dialogo’ con Pyongyang. Dunque l’amministrazione Trump appare afflitta da conflitti e differenze importanti. A quelle latitudini, alcuni vogliono ottenere un successo politico rilevante in Corea sulle spalle della Cina; altri vorrebbero assai probabilmente iniziare un confronto, strategico e commerciale, con Pechino; altri ancora intendono dare battaglia a tutto il ‘campo’ delle nazioni eurasiatiche che sono fuori dall’orbita strategica e storica americana, Cina e Russia in testa. Sono ipotesi strategiche diverse, opposte e contraddittorie che rischiano di moltiplicare le già elevate contraddizioni della nostra epoca.
Questo groviglio ‘strategico’ americano, forse, è un elemento di una eccezionale abilità politica dell’attuale amministrazione: noi non vogliamo escludere nulla. Però abbiamo il sospetto (se ci sbagliamo, ovviamente, faremo ammenda, errare è umano, perseverare è diabolico, come è noto) che in effetti, quel groviglio strategico sia il frutto delle faglie politiche che stanno devastando il panorama di governo degli Stati Uniti in questa epoca storica. Il groviglio strategico, se le cose stanno così, e comunque in un mondo a più ‘capitali’ economiche e strategiche molto influenti, da un lato può facilmente spingere gli Stati Uniti oltre l’invisibile ‘linea blu’ degli interessi fondamentali della Repubblica Popolare, innescando una reazione di Pechino probabilmente al di fuori del teatro asiatico. D’altro lato, gli Stati Uniti potrebbero invece ritrovarsi alla fine di fronte ad un bivio drammatico: o accettare completamente uno schema geopolitico cinese, sostegno per la Corea del nord da parte cinese in cambio sostanzialmente di una ritirata strategica americana, lo ‘scambio geopolitico’ previsto da mesi da Luigi Zingales; oppure piombare nel baratro dell’intervento militare contro la Corea del nord e riuscire a fare della Cina, l’arbitro politico numero uno del teatro coreano. Per Washington sarebbe la catastrofe, magari orchestrata da un signore che Donald in cuor suo vede come ‘amico’, ma che in realtà è tuttaltro che ‘amico’ per gli Usa.(C.L.).

 
‘STRANGEPOWER’ DELLA VECCHIA EUROPA
Una volta c’era il ‘soft power’ di Joseph Nye (grande politologo americano). Poi è arrivato lo ‘smart power’ dell’amministrazione Obama e della diplomazia clintoniana. L’amministrazione Trump li ha seppelliti o ‘mascariati’ entrambi. Ora abbiamo un nuovo strano animale che si aggira nell’arena globale, e che provoca effetti e conseguenze con il suo passaggio: è lo ‘strange power’ del vecchio continente, riunito nell’UE, e caratterizzato dalla moneta unica, l’Euro.
Due piccole ‘prove’? Il caso Google e Brexit. La Commissione europea ha disposto una maxi-multa per ‘abuso di posizione dominante’ a Google, Gigante della nuova E-economy americana. Al di là degli aspetti ‘tecnici’ siamo evidentemente di fronte ad una questione politica di prima grandezza. L’Unione Europa si rende sempre più conto delle proprie potenzialità e delle proprie possibilità quanto a ‘potere’ di controllo del mercato globale. L’Europa costituisce la più grande e ‘ricca’ regione capitalistica del mondo oggigiorno: essa viene prima degli Usa e prima della Cina. La crescita dell’Eurozona, fatte salve alcuni ‘aspetti’ e numerose contraddizioni, è di tutto rilievo, e a ben guardare non ha molto da invidiare neppure agli Stati Uniti. La moneta europea, nonostante crisi e contraddizioni anche qui, è comunque la seconda moneta del sistema economico globale e domani chissà che accadrà.
Le istituzioni europee stanno diventando sempre più rilevanti per difendere gli interessi di quello che un tempo si sarebbe chiamato senza enfasi ‘il capitale europeo’. Per difenderne gli interessi anche rispetto al ‘capitale nordamericano’. L’avvento al potere dell’amministrazione Trump, e le profondissime spaccature politiche e di power-elite negli Stati Uniti che tale avvento ha fatto emergere, hanno posto il ‘capitale europeo’, (o se si preferisce l’elite istituzionale, economica, finanziaria d’Europa) di fronte alla necessità di puntare sull’Europa, sull’euro, sulle istituzioni e sul modello sociale europeo per tutelare efficacemente i propri interessi (i propri interessi ‘di classe’, si sarebbe detto semplicisticamente un tempo non lontano).
Le elezioni, prima in Olanda poi in particolare in Francia, hanno reso manifesto questo programma politico ed economico del ‘capitale europeo’: la decisione di Bruxelles verso Google costituisce un altro passo in questa direzione. Tutto ciò avviene in un mondo, quello globalizzato del 21° secolo, che è molto diverso da quello caratteristico dell’equilibrio di potenza della tradizione occidentale. Nel mondo del 21° secolo, ad esempio, ci sono molte più ‘interconnessioni’ fra le diverse economie e le diverse nazioni, di quello che poteva essere anche solo concepito nel mondo dell’equilibrio di potenza tradizionale. Nel nuovo contesto, l’’Europa Ircocervo’ potrebbe essere, (potenzialmente poichè ci sono tantissime contraddizioni come scriviamo sempre), uno strumento particolarmente adatto.
Morale: l’Europa inizia ad essere consapevole del proprio potenziale e della propria capacità di influenza e di penetrazione politica, economica, culturale, geopolitica, civile nel nuovo contesto. Essa inizia a muoversi sotto una regia tedesca e franco-tedesca: ciò costituisce una novità interessante. Basti pensare alla recentissima ‘convocazione’ a Berlino dei capi dei governo dei paesi europei che partecipano al G20: la Cancelliera tedesca li ha voluti nella capitale della Repubblica per coordinarsi di fronte a Donald Trump ad Amburgo. La cosa molto intrigante è che tra i leaders europei vi era pure Theresa May: la premier britannica ‘convocata’ dalla Cancelliera tedesca, una cosa impensabile solo pochi anni or sono! (*)
E qui arriviamo al secondo passaggio interessante in questa ricostruzione, sommaria, dello ‘strange power’ europeo, Brexit. Dopo il referendum, con la vittoria imprevista delle forze anti-europee in Gran Bretagna, gli osservatori ritenevano che l’Europa unita avrebbe subito serissimi contraccolpi politici da Brexit. Anche il Regno Unito, argomentavano molti osservatori, avrebbe patito i suoi problemi, da quelli economici e bancari a quelli riguardanti Scozia ed Irlanda, ma, alla fine fine, l’Unione europea aveva perso un pezzo di estremo prestigio e potere, insomma di prima grandezza.
L’uscita di Londra costituisce sempre un problema rilevante, ma quello che quasi nessuno aveva previsto è che l’Europa, dopo il successo delle forze anti-europee, si ritrovasse come fattore politico e civile enorme rilevante per un pezzo rilevante della società britannica. Le recentissime elezioni in Gran Bretagna, con la sconfitta clamorosa del progetto di Theresa May per una ‘Hard Brexit’ plebiscitata dai cittadini inglesi, ha questo significato: gli inglesi si rendono conto dei legami, sociali, economici, civili, storici, che legano la Gran Bretagna all’Europa unita in modo probabilmente indissolubile. L’Europa scopre quindi di avere un ‘potere di attrazione’, (uno ‘strange power’), fortissimo anche nei confronti di una nazione che, per statuto e storia, è sempre stata ostile all’unità dell’Europa continentale.
Il Regno Unito, storicamente, è il depositario del mondo dell’equilibrio di potenza ‘tradizionale’: è la potenza marittima che, giocando il ruolo di divide et impera, ha sempre cercato di tenere il banco g in quell’equilibrio di potenza, cercando di evitare una unità del continente che limitasse il suo spazio gioco geopolitico. Ora il Regno Unito scopre di essere legatissimo proprio all’unità dell’Europa continentale.
Lo ‘strange power’ europeo, (anzi dell’Europa a leadership franco-germanica), avanza. Ma dove potrà arrivare, esso avrà le risorse e le capacità per affermarsi? Questo è ancora tutto da vedere, ma una cosa, secondo noi, è probabile: il Mondo dell’Asia abbisogna di una Europa forte ed innovatrice. Il Mondo dell’Asia, in particolare le maggiori nazioni d’Asia, la Repubblica Popolare e l’Impero del Sol levante, in questi anni, ha avuto davanti i ‘modelli americani’. Noi pensiamo che molti dei problemi che trova la ‘transizione cinese’ e molti problemi che affliggono gli assetti geopolitici del Far East dipendano proprio dalla ‘dipendenza culturale’ rispetto a questi ‘modelli americani’. Le potenzialità dei ‘modelli europei’, se possiamo definirli così, potrebbero essere molto molto importanti per superare problemi e contraddizioni. Il discorso della Cancelliera tedesca agli studenti dell’Università di Pechino, sulla necessità del governo della legge in Cina, fatto nel corso della sua ultima missione in terra cinese, ci pare un ottimo esempio di questa ‘esportazione’ pacifica di ‘modelli europei’ per ora solo a livello intellettuale.
(*). La Cancelliera tedesca, lo scorso giovedì, ha organizzato un vertice europeo ‘ristretto’ ai componenti del G20 membri dell’Unione: ha appunto ‘convocato’ i leaders d’Europa, come ad esempio la premier britannica Theresa May, un po’ indebolita dalle recentissime elezioni nazionali. Poi è andata al Bundestag, la Camera bassa del Parlamento federale tedesco, (la Cancelliera non ama parlare molto attraverso i ‘social’ e preferisce parlare nella sede istituzionale della democrazia parlamentare, il Parlamento appunto!!), per ribadire che gli accordi sul clima erano ‘non negoziabili’. Insomma, da un lato, Angela Merkel ha cercato di rinsaldare il fronte europeo del G20 (alla faccia degli osservatori che la davano per sconfitta in campo aperto) e poi, d’altro lato, ha chiarito che lei ormai è la leader dell’’Occidente’ liberale. Lo ha chiarito anche al presidente americano. Ciò ovviamente non deve nascondere tutti i grandi e pericolissimi ostacoli che incontra la Cancelliera tedesca, ma francamente, non c’è che dire….(C.L.)

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