La Ripartenza dei BRICS e La Partita asiatica di Gersulamme….(11 settembre 20\7

.I BRICS RIPARTONO DA XIAMEN

BRICS, un acronimo di successo, si erano ‘appannati’ negli ultimi mesi. Xiamen, il recente vertice delle massime economie emergenti del mondo, lo ha rilanciato. Nei primi giorni di settembre, nella città cinese, infatti, il Presidente della Repubblica Popolare ha ricevuto a corte i massimi leader di India, Russia, Sudafrica, Brasile più alcuni altri paesi appositamente invitati da Pechino, Messico e Thailandia ad esempio.
E ha rilanciato, alla grande, la formula dei BRICS, una formula inventata da un chief economist di Goldman Sachs e diventato molto fortunato con la grande crescita di questi paesi, le principali economie emergenti del mondo dell’inizio 21° secolo, Brasile, Russia, India, China e infine SouthAfrica, (BRICS appunto): una crescita che negli anni successivi al crollo del 2008 ha salvato il capitalismo globale dalla crisi della finanza ‘neoliberistica’.
Pochi numeri per chiarire le cose: all’ingrosso, i BRICS costituiscono il 40 per cento della popolazione mondiale, il 30 per cento dell’economia mondiale e contribuiscono per un 50 per cento alla crescita mondiale. Detto in soldoni, le massime economie emergenti BRICS contribuiscono alla crescita globale più delle massime economie avanzate G7. Questo semplice ultimo numero parla da solo circa la, crescente, importanza di queste economie emergenti per il capitalismo mondiale. Una importanza, potenzialmente, ormai maggiore del complesso delle economie avanzate!. E ciò costituisce un fattore innovativo importantissimo.
Ovviamente non è tutto oro ciò che luccica, men che mai parlando di economie emergenti. In questi ultimi mesi, i paesi emergenti hanno dovuto affrontare serissime crisi economiche e finanziarie per via anche del ‘rinculo’ del tassi americani e quindi dei flussi finanziari verso di loro: le politiche e ancora di più le aspettative per le politiche della FED hanno fatto emergere forti contraddizioni e sbilanciamenti nelle economie emergenti. Tutti, pur con molte differenze, Cina, India e paesi fortemente dipendenti dall’export di materie prime ed energia, hanno dovuto mettere mano a questi sbilanciamenti. E ciò ha provocato una specie di ‘selezione della specie’: le economie fortemente dipendenti dall’export di materie prime hanno patito più la crisi; la Cina ha superato più brillantemente alcune contraddizioni di quello che ritenevano gli economisti delle banche di investimento americane (ma ovviamente sbilanciamenti e squilibri sociali ed economici della Cina sono ancora immensi e complessi…ma forse sono diversi da quelli prospettati da quegli economisti-consulenti di Wall Street..); l’India infine è partita abbastanza bene con la crescita (pur in presenza di contraddizioni maggiori di quelle rilevate dagli economisti delle banche di investimento..).
Insomma i BRICS hanno dovuto affrontare una specie di corsa ‘darwiniana’: il risultato è stato il rafforzamento del ruolo ‘quasi-centrale’ della Cina nel complesso BRICS. Non mancano però conflitti e rivalità, economiche e geopolitiche fra questi paesi: fra Cina e India, (solo al vertice di Xiamen si è stata conclusa una stagione di tensioni di frontiera fra i due giganti dell’Asia emergente attorno al confine con il Bhutan); o fra Cina e Russia (solamente le politiche di Washington, di Obama come di Trump, riescono a far mettere un po’ di sordina ai fattori di rivalità strategica sinorussi).
Insomma i BRICS non sono minimamente un insieme unitario e coeso: sono ancora un insieme complesso e pieno di conflittualità. Ma sono comunque paesi emergenti, ben consapevoli della loro crescita, e della loro profonda differenza con l’Occidente ‘colonialista’ e neocolonialistico.
Bisognerebbe sempre stare bene attenti a questa faglia, storica e geopolitica, fra ex Occidente ex coloniale ed ex Terzo Mondo ex colonizzato, per capire adeguatamente certi processi geopolitici. G7 da un lato e BRICS dall’altro, dunque?
Certamente i BRICS rimangono sull’offensiva nonostante le politiche della FED, e nonostante le forti arretratezze che li caratterizzano e che impongono forti riforme economiche, di crescita e distributive. Il ruolo della Cina, comunque, consente a questi paesi di proseguire con la loro corsa geopolitica: la ‘New Development Bank’ , figlia dei BRICS e nuova istituzione finanziaria made in China dopo la AIIB, è un esempio preciso di questa grande corsa geopolitica dei BRICS a parziale ‘centralità’ cinese nel mondo del 21° secolo.
La resistenza delle economie avanzate alle, ovvie e legittime, richieste degli Emergenti di contare più nel sistema di governance globale figlio di Bretton Woods e dominato dagli Usa, sono state di fatto completamente disattese. Risultato? I BRICS tentano nuove strade in parte autonome, come è ovvio. Dunque, come dicevamo, BRICS da un lato, G7 dall’altro
Non proprio. I BRICS non sono un insieme unitario: solamente la storia controversa con il colonialismo occidentale, le politiche della massima capitale occidentale verso le loro richieste e la loro grande capacità di crescita economica e politica, consente di superare rivalità e criticità. Ma intanto i BRICS si organizzano ed organizzano, in parte, il mondo del 21° secolo.
E se i BRICS non sono unitari, sicuramente il G7 costituisce un insieme terribilmente stanco, antiquato e diviso: la faglia emersa fra una Europa aperta alla globalizzazione e una America trumpiana pronta a buttarla a mare almeno a parole, la faglia geopolitica in procinto di sbocciare fra un Giappone comunque legato all’Asia e una America trumpiana pronta ad assassinare il TPP, il TransPacific Patnership, senza contare le convulsioni della Gran Bretagna fra tradizionale legame anglosassone e nuovi legami europei, rendono la situazione del G7 piuttosto ‘problematica’, per così dire.
Insomma abbiamo ‘da un lato’ i BRICS ancora all’offensiva, in modo peraltro pacifico e multilateralistico, come ha mostrato Xiamen; e ‘dall’altro lato’ il G7 spaccato dal cambiamento climatico e dal commercio globale come non mai, come ha ampiamente mostrato Taormina, e con la sola Europa e Germania che sembrano avere un approccio parzialmente adeguato al mondo del 21° secolo.
In effetti, però, e per fortuna, BRICS e G7, come dimostrano anche le posizioni della Germania e dell’Europa (o quelle del Giappone, della Corea del sud, del Regno Unito, del Canada, e forse persino della difficile Russia putiniana, ma qui il discorso è molto molto complesso!!), non sono affatto contrapposti politicamente e geopoliticamente. Resta comunque il fatto che i BRICS non sono moribondi come una certa ‘opinionistica’ occidentale tendeva a raffigurarli. In effetti, se si confrontano Xiamen e Taormina, la crisi profonda, ‘di sistema’, è quella del G7, mentre la transizione del BRICS appare una ‘crisi di sviluppo’. I BRICS non solo non sono moribondi, ma stanno cambiando pelle e, per strategia della Cina, si stanno ‘allargando’.
Forse, infatti, la notizia importante di Xiamen non è quella, pur importantissima, riguardante la ‘New Development Bank’, istituzione finanziaria del sistema post-Bretton Woods, come abbiamo accennato precedentemente, ma la presenza nella città cinese di leaders di paesi come il Messico o la Thailandia, rappresentanti di regioni del mondo anch’esse emergenti,come il pezzo di America latina ‘confinante’ con gli Usa o l’Asia sudorientale ‘associata’ nell’ASEAN. Le direttrici geopolitiche della strategia dei BRICS a ‘quasi-centralità’ cinese sono a questo punto abbastanza chiare: nuove istituzioni di governance globale e creazione di un ‘Polo’ (il concetto è impreciso!) degli Emergenti comprendenti non solo i ‘paesi storici della formula BRIC, Brasile, Russia, India, Cina. Prima l’allagamento a Pretoria, poi altri allargamenti. ‘BRICS Plus’, ‘Nuova via della seta’, ‘SCO’ sono le nuove istituzioni di un multilateralismo ‘post-occidentale’ che, speriamo si bene affiancato da un multilateralismo occidentale un po’ più made in Europe. E’ intrigante annotare che ad alcune di queste nuove istituzioni degli Emergenti, aderiscono anche importanti economie avanzate, dalla Germania al Regno Unito.
Dunque, i BRICS non sono moribondi: i BRICS al contrario tendono a riprendere la loro corsa storica seppure con modalità diverse: ma essi rimangono pieni di contraddizioni ad iniziare dalla Cina, insomma niente funerale. Intanto la posizione globale degli Stati Uniti e della ‘loro’ rete di istituzioni di governance globale, seppure sotto un crescente stress, rimangono ancora imponenti. La domanda finale è semplice: ma quale saranno le reazioni future allora della grande nazione americana di fronte al ‘Polo’ dei BRICS?
(Ringraziamo il prof. Paolo Guerrieri per le notizie e le riflessioni che abbiamo raccolto in una sua intervista a Radio radicale- C.L.).

 

 

LA PARTITA DI ISRAELE VERSO L’ASIA, CENNI…
Nei mesi scorsi, nella prima parte del 2017, il premier di Israele ha incrociato i massimi leaders delle due grandi nazioni emergenti dell’Asia, Cina e India. Prima, il 20-21 marzo di quest’anno, il primo ministro israeliano si è recato in missione in Cina incontrando i massimi dirigenti della Repubblica Popolare, ad iniziare dal Presidente della Repubblica Popolare, Xi Jinping. Poi, il 6-8 luglio scorso, il primo ministro indiano Narendra Modi si è recato in Israele e ha incontrato il premier di Gerusalemme.
Le due grandi nazioni emergenti dell’Asia, storicamente, sono sempre state vicino, per molteplici ragioni, storiche, ideologiche, politiche, alle istanze del mondo arabo e alla causa palestinese. Queste missioni che hanno al loro centro Gerusalemme, quindi, sono piuttosto intriganti.
Non è minimamente la prima volta che Israele apre a relazioni politiche strette con queste nazioni asiatiche. I rapporti, addirittura in ambiti delicatissimi come quelli della difesa, fra Cina e Israele, ad esempio, hanno avuto sviluppi potenzialmente interessanti già da tempo: sono stati sviluppi spesso bloccati o limitati dalle ‘interferenze’ degli Stati Uniti, che non gradivano e non gradiscono la crescita di relazioni militari sino-israeliane.
Quest’anno si è assistito ad un salto di qualità in questa ricerca di patnership strategica israeliana con India e Cina: il premier nazionalista indù Modi è un sostenitore di nuove relazioni con Gerusalemme ed appare molto meno legato all’eredità pro-araba della tradizionale diplomazia indiana. La relazioni anche militari India-Israele quindi sono destinate ad allargarsi sempre di più. La Cina, da parte sua, è uno sbocco economico formidabile per l’industria tecnologica israeliana e quindi Gerusalemme, pressioni americane a parte, intende continuare a sviluppare la relazione con Pechino. E d’altra parte, la Cina è pronta a rimodulare la sua relazione con la causa palestinese pur di avere rapporti interessanti con la tecnologia israeliana. Insomma i motivi di convergenza e di cooperazione delle due grandi nazioni emergenti dell’Asia con Israele ovviamente non mancano: la Cina ma anche l’India, ovviamente, non metteranno con ciò in pericolo le relazioni importantissime che hanno, entrambe, con il mondo arabo e musulmano mediorientale, dall’Iran all’Egitto, ma comunque questa nuova via delle Indie ‘made in Israel’ sta diventando particolarmente intrigante. E potenzialmente molto importante.
C’è infatti un tema storico di fondo che spesso non viene apprezzato come sarebbe indispensabile. Il ‘Medio Oriente’, come regione geopolitica, è una costruzione ‘occidentale’, emersa con la fine dell’Impero ottomano e gli accordi di spartizione colonialistici fra potenze europee. Il Medio Oriente era una ‘costruzione occidentale’ messa in piedi in particolare dalla politica imperiale britannica per la protezione della Via delle Indie. Il Medio Oriente insomma storicamente nasce in funzione dell’Oriente, dell’Impero anglo-indiano. Successivamente, però, con la crescita del ruolo del petrolio nelle economie capitalistiche occidentali, il Medio Oriente è diventato qualcos’altro, la regione chiave per le produzione energetica mondiale. Gli eventi di questi anno, però, stanno riportando il Medio Oriente verso l’Asia, rifacendolo diventare l’Asia occidentale, o West-Asia. La trama delle relazioni di Gerusalemme verso India e Cina è da ascriversi a questo processo storico.

 

 

LA GUERRA DEL GAS PUTIN-TRUMP E LA VECCHIA EUROPA!!
(Stati Uniti e Federazione russa si scontrano su tutto: si scontrano anche attorno alle forniture di gas per la vecchia Europa, la quale vecchia Europa potrebbe iniziare a fare da ‘arbitro’ nella Grande partita energetica globale..…)
Le prime navi con il gas naturale liquefatto prodotto dalla tecnologia, e dall’industria americana dello shale sono arrivate in agosto in Polonia. Polonia e Lituania sono pronte ad iniziare a rifornirsi dello shale gas americano per ridurre la dipendenza dal gas naturale convenzionale russo. Le pessime relazioni di Varsavia, in particolare in questa stagione di governo di ‘Legge ed Ordine’, la formazione politica polacca neopopulistica-nazionalistica, con Mosca sono ben note e quindi non meravigliano scelte e decisioni anche energetiche di contrasto con la Federazione russa.
Pare di capire che questa vendita di gas americano a Polonia e Lituania sia solo l’inizio: l’inizio della campagna americana proShale Gas made in Usa; l’inizio di una interessantissima battaglia per la conquista o il consolidamento delle posizioni in Europa delle industrie del gas russa e americana.
Gli Stati Uniti, con lo shale gas, sono ridiventati esportatori di risorse energetiche classiche: ciò sta producendo molti effetti ‘sistemici’ anche di natura contro-intuitiva ed anche in ambito geopolitico. Ad esempio, una America non più importatrice di petrolio mediorientale cambia profondamente la natura del suo ‘impegno’ in Medio Oriente e il peso del suo ‘ruolo’ anche nel sistema finanziario globale.
Ma al di là di questi effetti ‘sistemici’, sta di fatto che gli Stati Uniti sono ora esportatori di gas verso l’Europa. La Federazione russa da parte sua ha nell’industria del gas, il suo punto di forza, energetico, economico, politico, geopolitico. Per consolidare la sua posizione in Europa, la Russia del Gas è prontissima non solo alla costruzione di nuove infrastrutture di trasporto, i gasdotti del Nord, ma anche ad una drastica politica dei prezzi.
Il gas convenzionale russo infatti tenderebbe a costare meno del gas non convenzionale americano. Lasciamo stare che le strutture dei prezzi delle risorse energetiche fossili sono profondissimamente condizionate da scelte politiche e geopolitiche, anzi spesso ne sono determinate: il punto importante è che la Russia e gli Stati Uniti hanno dato inizio ad una guerra del gas per il cuore dell’Europa.
Ciò ci pare che imponga una serie di annotazioni. Uno, come spesso abbiamo affermato, ciò ci pare che confermi come Russia e Usa siano molto molto rivali, economicamente e strategicamente, nel mondo del 21° secolo. Ipotesi di accordi duopolistici russo-americani stanno in piedi molto poco, ci pare, in un mondo siffatto.
Due, più importante per la vecchia Europa: l’Unione europea si trova oggi nella ottima condizione di essere richiesta in sposa da due contendenti; essa può anzi secondo noi deve mantenere diplomaticamente in piedi entrambe le relazioni, energetiche, cercando anzi di mettere ancora più in competizione americani e russi e cercando di diventare ancora di più ‘centrale’ ed arbitra quindi dell’arena energetica mondiale.
Se ciò riuscisse, la vecchia Europa assumerebbe un ruolo chiave sia nell’ordine commerciale prossimo venturo, con i Grandi Trattati con Canada, Giappone, e magari, India, MercoSur e Cina, e sia nell’’ordine’ energetico del gas prossimo venturo.
Se poi l’UE portasse in porto per tutta l’unione, con adeguati investimenti privati, bancari e pubblici, nazionali ed europei, una audace agenda energetica di efficienza e di risparmio nonchè di fonti rinnovabili, allora questa disunita e deboluccia (secondo i suoi tanti critici…), Europa avrebbe carte politiche e geopolitiche per ‘imporsi’ nel mondo del 21° secolo. Forse, anche più di certi attori globali ancora legatissimi a concezioni e logiche geopolitiche da Novecento. (C.L.).

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *