Liberali fra Seul e Tokio…(13-15 novembre 2017!!)

Good Morning Asia
13-15 novembre 2017

 

LIBERALI E PROGRESSISTI, FRA SEUL E TOKIO
La sinistra è in crisi in tutto il mondo; la sinistra riformista di governo, in particolare, non riesce a toccare palla. La globalizzazione ‘deregolamentata’ del ciclo ‘neo-liberistico’, ancorchè in crisi, impedisce comunque ad una sinistra che non è in grado di ‘leggere’ ed ‘interpretare’ innovativamente i rapporti sociali, di presentarsi e di rappresentare efficacemente sia le forze sociali emarginate e ‘perdenti’ sia quelle ‘illuminate’. Ciò accade in particolare nell’ex Occidente.
Ma che accade in Asia, in particolare nella porzione della regione chiamata Asia nord-orientale? In pochi mesi, da quelle parti, si sono tenute almeno due elezioni importanti (in effetti se allarghiamo un pochino lo sguardo al Pacifico, possiamo contare almeno quattro elezioni significative: ci ritorneremo…), le elezioni presidenziali in Corea del sud e le consultazioni per il rinnovo della Camera dei rappresentanti o Camera bassa a Tokio. Sono stati due test politici intriganti da tanti punti di vista, compreso il tema che stiamo affrontando. Le cose interessanti, in queste due consultazioni, infatti, sono arrivate dalla sinistra liberale, e progressista.
A Seul ha vinto il leader del locale Partito democratico di Corea, schierato su posizioni di sinistra per ciò che riguarda l’agenda sociale e le politiche economiche e collocato storicamente su posizioni di dialogo politico e diplomatico per quanto concerne le crisi internazionali, Dossier della Corea del nord sopratutto. I Democratici liberali e progressisti di Seul sono gli eredi, infatti, dei sostenitori della ‘Sunshine policy’ delle amministrazioni liberali sudcoreane che hanno trasformato positivamente il panorama politico-istituzionale della democrazia sudcoreana negli anni Ottanta e Novanta. Sono i fautori di una politica di dialogo con Pyongyang e di una linea di partnership economica e strategica con Pechino.
I Democratici di matrice liberale progressista della Corea del sud sono anche piuttosto critici verso scelte americane ‘bellicose’ e verso la stessa presenza americana nella penisola, ma quando hanno governato sono sempre stati attentissimi ad adottare decisioni e scelte politiche molto pragmatiche, (come ad esempio partecipare seppure lateralmente all’impegno dell’amministrazione di Bush junior in Iraq), pur di avere spazi di manovra nella penisola.
Anche oggi, l’amministrazione liberale di Moon ha una ispirazione sociale riformista e continua con l’approccio di dialogo con la Corea del nord, (tanto da prendersi rimbrotti dal presidente americano Trump) e ha ripreso una relazione intensa con Pechino (la relazione Cina-Corea del sud era entrata in fibrillazione e in crisi a causa della decisione sudcoreana di dispiegare il THAAD e della reazione cinese relativa). Insomma l’attuale amministrazione al potere alla Casa Blù si ampiamente collocata nel solco della tradizione liberale sudcoreana, una tradizione che coniuga politiche sociali ed economiche riformatrici e progressiste con approcci internazionali di dialogo con tutti e di partnership con la Cina. I liberali del DPK hanno vinto le ultime elezioni parlamentari prima e presidenziali poi. Il ‘campo conservatore’ a Seul è stato devastato dagli scandali dell’amministrazione Park e di alcuni conglomerati capitalistici nonchè dalle scelte di politica del lavoro, piuttosto neo-liberistiche, effettuate dall’allora Presidente signora Park e che provocarono, a suo tempo, forti proteste da parte del movimento dei lavoratori sudcoreano.
Fin qui a Seul. A Tokio, nelle ultimissime elezioni per la Camera bassa, elezioni anticipate, volute dal primo ministro Shinzo Abe, inaspettatamente, è emerso con grande forza, una nuova formazione politica, il Partito Costituzionale democratico, nato a sinistra dalle costole dell’ambiguo Partito democratico del Giappone, DPJ. I Costituzional-democratici, di orientamento liberale e progressista, sono nati contro l’operazione di ‘consegna’ del DPJ alla destra neo-nazionalista del ‘Partito della speranza’. Sono nati in nome della difesa della Costituzione giapponese, dell’articolo 9 di base pacifista. Insomma i liberali giapponesi progressisti del CDP sono favorevoli ad impostazioni pacifiste e vogliono politiche sociali re-distributive. Hanno conquistato il 20 per cento circa del voto popolare, meno 13 per cento rispetto al 33 per cento del PLD, il Partito liberal-democratico, di orientamento conservatore. I Costituzional-democratici quindi sono minoranza, il che non meraviglia in un paese molto conservatore come il Giappone, ma possono rappresentare indirizzi progressisti che, su alcuni temi, aggregano la maggioranza dei nipponici. La maggioranza dei cittadini giapponesi ad esempio rimane a favore della Costituzione e contraria alla sua revisione voluta dal premier Shinzo Abe; e la maggioranza dei nipponici continua ad essere scettica sul premier conservatore in quanto tale.
Insomma a Seul i liberali progressisti hanno riconquistato il potere con programmi interessanti che mettono assieme approcci internazionali di dialogo e politiche sociali riformatrici e progressiste; a Tokio i liberali progressisti hanno conquistato una posizione di opposizione importante mettendo assieme impostazioni pacifiste con orientamenti progressisti in ambito sociale.

 

TRA ‘INDO-PACIFICO’ E TPP Due sono, forse, le notizie più interessanti di questa lunga e concentratissima missione asiatica del presidente Trump: l’incontro del QUAD e l’accordo per il TPP. QUAD sta per la partnership informale fra quattro nazioni importanti della regione ‘indo-pacifica’, il nuovo concetto strategico americano, Stati Uniti ovviamente, Giappone, Australia e India. QUAD per convergenze quadrilaterali dunque. Si tratta di una idea del primo ministro giapponese Shinzo Abe, per cercare di limitare la sempre più forte influenza economica e strategica della Cina nella regione dell’Asia-Pacifico. Il concetto dell’IndoPacifico invece è la nuova narrazione strategica americana che sostanzialmente sta per Asia marittima.
A Manila si sono incontrati alti funzionari dei quattro governi, Usa, Giappone, Australia e India: da tempo queste quattro nazioni stanno effettuando manovre militari congiunte, acquisti di armamenti (americani), scambi militari e di intelligence. L’obbiettivo comune è quello di limitare, come abbiamo detto, l’influenza cinese; e difatti al Cina non ha gradito l’incontro di Manila; lo strumento sono le convergenze informali, nulla quindi di affine ad una alleanza militare modello NATO. Anche perchè non ve ne sono le condizioni storiche e geopolitiche: alla fin fine infatti tutti e quattro questi paesi, Giappone, India e Australia in testa, hanno fortissimi legami proprio con la Cina. Anzi si potrebbe dire che sono proprio questi legami in presenza dell’ascesa tumultuosa della Repubblica Popolare a richiedere ai governi una polizza strategica. L’incontro di Manila dunque costituisce un fatto interessante ed importante, anche se non siamo di fronte ad una novella NATO Indopacifica.
L’altro notizia è l’accordo per il TPP, la Partnership economica transpacifica, di 11 paesi del Pacific Rim, senza gli Stati Uniti. Per iniziativa del Giappone che è riuscito ad evitare per ora l’inizio del negoziato per un trattato commerciale nippo-americano.
Mentre la prima notizia coinvolge non solo tre nazioni dell’Asia-pacifico ma anche gli Usa, l’altra notizia esclude proprio gli Stati Uniti. Tutto ciò costituisce una forte contraddizione per la strategia Indopacifica. Una contraddizione nella quale, ovviamente, si sta inserendo la strategia della Cina di Xi Jinping. Non è un caso che Pechino sta ri-tessendo le sue relazioni con la Corea del sud come con il Vietnam.
Insomma la Cina sta anch’essa mettendo in piedi una sua strategia nell’Asia-Pacifico di un certo peso. Ne riparleremo, per cercare di capirla e di capirne i punti deboli: per ora comunque ricordiamo che alla fine il terreno geopolitico chiave dell’Asia-Pacifico-Africa-Indiano, è e resta la relazione bilaterale fra le due grandi economie capitalistiche della regione, la Cina e il Giappone. Il recentissimo bilaterale fra Xi Jinping, che si era stato appena rafforzato dal Congresso del Partito, e Shinzo Abe, che aveva appena riconquistato la ‘super-maggioranza’ parlamentare, potrebbe essere andato andato benino. Comunque sia, Cina e Giappone sono i due, veri, protagonisti della geopolitica dell’Asia-Pacifico fino all’Africa e all’oceano Indiano.