Lo strano governo della Nuova Zelanda (27-29 novembre 2017)

Good Morning Asia
27-29 novembre 2017

 

LABURISTI, PROGRESSISTI E NEO-POPULISTI A WELLINGTON….
Forse per capire meglio quello accade oggi nel mondo è utile guardare ai paesi del Pacifico. Non solo dell’Asia, ma quelli proprio dell’oceano Pacifico. Nel South Pacifico infatti ci sono alcune nazioni che uniscono l’appartenenza alla regione economica più dinamica del mondo con le caratteristiche di democrazia pluralistiche di stile ‘anglosassone’ . Esse meriterebbero esami ed analisi attente, sono in particolare l’Australia e la Nuova Zelanda.
A settembre si sono tenute le elezioni per il Parlamento di Wellington, capitale della Nuova Zelanda, all’esatto opposto della superficie terrestre, rispetto a noi, rispetto all’Italia. Il locale National Party, di orientamento conservatore e di centrodestra, precedentemente al governo, ha perso tre seggi, mantenendone 56; il Partito laburista, di ‘centrosinistra’, ha conquistato 46 seggi, prendendone 14 in più rispetto al precedente parlamento, ‘New Zealand First’ (NZF), la locale formazione neo-populista ed anti-immigrazione, ha conquistato 9 seggi, meno quattro rispetto a prima, i Verdi, progressisti e liberal, (‘Greens’), hanno preso 8 seggi, meno 6. Fin qui si potrebbe dire tutto quasi normale, con la crisi dei partiti al potere e con uno spazio per la destra neo-populista. Il tutto ovviamente in un paese anglosassone, con un sistema elettorale ‘misto’ e con una organizzazione statale erede dell’Impero britannico. Frammentazione, governi di coalizione, assetti politici post-Wesminister sono di casa anche in questo lontano paese del SouthPacifico. Fin qui, appunto, tutto quasi normale in un mondo dove le democrazie competitive di stile anglosassone sono in una fase di ‘transizione’.
La cosa interessante però arriva ora: dopo alcune trattative infruttuose fra National Party, di centrodestra, e New Zealand First, (neo-populista di destra ed anti-immigrazione), a Wellington si è insediata una nuova (ed inedita) coalizione di governo, composta da laburisti, neo-populisti di New Zealand First e progressisti di sinistra Greens. Appunto una coalizione del tutto inedita, basta dire che i Verdi avevano accusato di razzismo New Zealand First. Il tema comune dei tre partiti pare sia stata la critica agli assetti capitalistici e la politica di bilancio del precedente governo conservatore, ripresentata dal primo ministro uscente, tagli alle tasse e flessibilità del lavoro.
Risultato: al potere in Nuova Zelanda ora c’è una coalizione un po’ particolare e largamente imprevista; i ‘mercati’ finanziari non hanno particolarmente apprezzato questa svolta della ‘democrazia al kiwi’, che comunque viene attesa alla prova dei fatti, tra politica economica e questioni commerciali. La Nuova Zelanda infatti è uno dei principali paesi firmatari del TPP, il trattato di Partnership Transpacifico, di cui facevano parte gli Stati Uniti prima che Trump ritirasse l’adesione americana. Tokio cerca di far ripartire il treno del TPP senza Washington; Wellington pare essere della partita, ma sarà molto interessante capire che cosa uscirà dalla Strana coalizione fra centrosinistra/destra neo-populista/sinistra progressista, no?

LA CINA E LA CRISI ROHINGYA      I Rohingya sono una minoranza musulmana sottoposta a repressione nel Myanmar. Repressioni e violazioni dei diritti umani in Myanmar hanno provocato esodi e migrazioni di questa comunità musulmana nel confinante Bangladesh, paese dell’Asia meridionale di religione musulmana, anzi uno dei più popolosi paesi musulmani del mondo, assieme ad Indonesia e Pakistan.
La faccenda ha creato tensioni e crisi politiche fra Myanmar e Bangladesh. Proprio in queste ore, Papa Francesco, molto significativamente, è in missione in questi due paesi. Gli Stati Uniti dio Donald Trump, poi, hanno recentemente accusato il Myanmar di ‘pulizia etnica’ contro i Rohingya: è piuttosto interessante questa preoccupazione dell’amministrazione Trump verso le condizioni di una minoranza musulmana in un paese a maggioranza buddista. Ma tant’è.
Ovviamente non ci sono solamente gli Stati Uniti a preoccuparsi della condizione dei Rohingya e della locale situazione politica. Un’altra importante nazione del mondo, molto più vicina in termini geografici alla regione della crisi, ha iniziato a preoccuparsi della questione, anche perché in quei territorio birmani, dovrebbe passare una delle, (tante), rotte della Nuova Via della seta. Parliamo della Repubblica Popolare.
La Cina, dopo il 19° Congresso del Partito comunista, ha iniziato un intenso lavoro politico e diplomatico verso i paesi asiatici vicini, (Pechino sta rimettendo a nuovo approcci e direttrici della sua Strategia asiatica, il che appare intrigante alla luce degli approcci e dei riti dell’amministrazione Trump…): una di queste direttrici riguarda le relazioni fra Myanmar e Bangladesh.
Nei giorni scorsi, il ministro degli esteri cinese si è recato nelle capitali dei due paesi interessati, le stesse capitali che in queste ore ospitano Papa Francesco! La diplomazia di Pechino ha messo sul tavolo una ipotesi di pacificazione della regione, distinta in tre fasi. La prima fase dovrebbe prevedere un cessate il fuoco e la restaurazione della ‘stabilità’, concetto sempre particolarmente caro a Pechino. Nella seconda fase, le due parti devono essere ‘incoraggiate’ a rafforzare canali di comunicazione. Infine con la terza fase dovrebbero essere messi in atto politiche di sviluppo per risolvere stabilmente problemi e contraddizioni.
E’ un approccio ‘particolare’ dunque della Cina per la crisi Rohingya; un approccio che conferma il nuovo attivismo politico cinese. E’ interessante, che Papa Francesco sia arrivato in Myanmar (e in Bangladesh) proprio a cavallo delle iniziative politiche e diplomatiche cinesi sulla crisi. La stampa ufficiale di Pechino peraltro è attentissima alla missione papale ai confini della Repubblica Popolare.
Insomma da un lato la Cina ha proposto un approccio particolare per la crisi della minoranza musulmana del Myanmar e d’altro lato le iniziative politiche cinesi si stanno intrecciando con la missione di Papa Francesco, proprio quando il dialogo fra Repubblica Popolare e Santa Sede pare svilupparsi positivamente con la cosiddetta ‘diplomazia dell’arte’.

 

(27-29 novembre 2017)