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	<title>Buongiorno Asia</title>
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		<title>Karnataka, la grande vittoria del Congresso</title>
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		<pubDate>Thu, 09 May 2013 16:12:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>VIRGINIA</dc:creator>
				<category><![CDATA[Buongiorno Asia]]></category>

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		<description><![CDATA[I numeri delle elezioni in Karnataka, importante stato meridionale dell'India, parlano chiaramente: la destra nazionalista indù del Bjp ha perso, e ha perso malamente, l'unico stato merdionale che governava. Il partito del Congresso invece, dopo Kerala e Andrha Pradesh conquista la sua terza roccaforte del Sud dradivico. E' vero che in AP, l'egemonia del Congresso è indebolita da conflitti locale, fazionismi di partito, corruzione e scandali, ma oggi il clima politico per il partito di Sonia è decisamente migliorato!]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><span style="text-decoration: underline;">Good Morning Asia</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="text-decoration: underline;">9-10 maggio 2013</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="text-decoration: underline;"> </span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="text-decoration: underline;">Sommario:</span> <em>a.India. Ultime notizie e Primi commenti</em></p>
<p style="text-align: center;"><em>b.India., Karnataka, ‘Una Analisi’</em></p>
<p style="text-align: center;"><em>c.Bangladesh. Brevissime da Dacca</em></p>
<p style="text-align: center;"><em>d.EastAsia. ‘L’Analisi’: Svalutazione dello yen ed Assetti regionali</em></p>
<p style="text-align: center;"><em>e.La Nota sull’Italia</em></p>
<p style="text-align: center;"><em> </em></p>
<p style="text-align: center;"><span style="text-decoration: underline;">1.Il BuonGiornoIndia</span></p>
<p>a.KARNATAKA, ULTIME NOTIZIE E PRIMI COMMENTI                 Le ultime notizie confermano exit poll e prime indicazioni della Commissione elettorale: il partito del Congresso ha vinto, anzi ha quasi stravinto nelle elezioni per il rinnovo dell’Assemblea legislativa del Karnataka. Il partito di Sonia e Rahul Gandhi ha ottenuto infatti 121 seggi su un totale di 224. Il Congresso ha quindi conquistato una confortevole maggioranza parlamentare che gli consente di formare un governo monocolore. L’<em>Indian National Congress </em>(questa è la denominazione vera del partito di Sonia e Rahul) ora controlla, da solo, 14 stati e territori dell’Unione, e in coalizione con altre formazioni politiche, uno, per un totale di 15 stati e territori. L’opposizione di destra, da sola o in coalizione, governa solo 5 stati indiani.</p>
<p>Era da 15 anni che il partito del Congresso non controllava in questo modo la maggioranza parlamentare e il governo dello stato che ha come capitale la città di Bangalore. I commenti e le analisi sono abbastanza convergenti: questo è un voto dal significato politico forte. Un significato politico forte ovviamente, per la destra nazionalista e per il possibile candidato premier di quella destra, il controverso Narendra Modi (ma di ciò ne parliamo fra pochissimo nell’analisi prossima ventura in questa Nota!); un significato politico forte, spiegano questi commentatori, per gli stessi alleati del Congresso. Il partito di Sonia Gandhi è forte e può vincere le elezioni, anzi a dir la verità è anche ben posizionato, ‘Non è una forza spenta’, scrive un autorevole giornale progressista. Ma ovviamente ora in Karnataka arrivano anche qualche problemino per i vincitori: in primo luogo c’è la questione di chi sarà il prossimo chief minister dello stato. Negli ultimi cinque anni, il Bjp era riuscito a mettere in campo ben tre chief minister: il Congresso riuscirà a dare stabilità politica allo stato? In secondo luogo, anche il Karnataka è stato toccato da affaire e scandali: il Congresso riuscirà a dare una buona governance allo stato di Bangalore? Queste sono le domande, e come si sa, fare le domande giuste costituisce sempre un bel passo avanti. <em>(Fonti: Outlook, The Hindu).</em></p>
<p><em> </em></p>
<p><em>b.’’INDIA, UNA NOSTRA ANALISI’’: KARNATAKA, BUONE NOTIZIE PER IL CONGRESSO…</em><em>          </em><em>Come abbiamo or ora visto, da Bangalore, capitale del Karnataka, sono giunte per il partito di Sonia Gandhi, buone notizie. Anzi ottime notizie. Parliamo, ovviamente, delle elezioni statali di domenica scorsa, per il rinnovo dell’Assemblea legislativa dello stato. Buone notizie, anzi ottime: non solo il partito del Congresso è riuscito a conquistare lo stato di Bangalore, il Karnataka, (l’unico stato meridionale governato fino ad oggi dal Bjp), non solo è riuscito a conquistarlo da solo (Il Congresso ha la maggioranza assoluta dei seggi), ma è riuscito a sconfiggere il nemico Bjp in modo clamoroso. Il partito della destra nazionalista è riuscito ad essere superato anche dallo Janata Secular Dal, una formazione locale.</em><em> </em></p>
<p><em>Tutto ciò è importante, molto importante, ovviamente, per lo stato del Karnataka, ma è forse ancor più rilevante per l’intera India. L’India si avvia, nel prossimo anno, all’appuntamento elettorale nazionale, previsto per la primavera del 2014 Il candidato premier sul quale la destra nazionalista e alcuni importanti ambienti di potere indiani, ad iniziare da alcuni grandi magnati del capitale privato indiano, stanno puntando le loro carte si chiama Narendra Modi, chief minister del Gujarat, personaggio estremamente controverso. È un personaggio molto olto controverso, per usare un eufemismo, ma di questo abbiamo già parlato ed avremo occasione per riparlarne: qui accenniamo solo al progrom antimussulmano del 2002, duemila vittime, migliaia di rifugiati, un governo statale complice, politicamente, del massacro. Oggi merita di essere sottolineato un dato politico: Narendra Modi, anche per confermare il suo ruolo da potenziale candidato premier, era andato in Karnataka per fare campagna elettorale a favore del Bjp locale. Il Bjp locale ha perso. Il risultato quindi non solo è un preciso segnale negativo per la destra nazionalista indù, alla fin fine siano di fronte ad elezioni statali e le faccende ‘locali’ (stiamo attenti a questo concetto, stiamo parlando di questioni locali riguardanti uno stato di grandezza pari all’Italia o alla Francia!) sono molto importanti in queste consultazioni statali, ma è un dato negativo proprio per Narendra Modi e per la sua candidatura a primo ministro. Evidentemente le  chance di Modi fuori il Gujarat non sono particolarmente positive. La classe dirigente della destra nazionalista dovrà evidentemente discutere di tutto ciò, per ora non resta da registrare l’evidente insufficienza dell’ipotesi Modi.</em></p>
<p><em>Ma il Karnataka costituisce un segnale comunque importante: il Karnataka è uno dei quattro stati meridionali del Sud dravidico dell’India, una regione chiave per i risultati elettorali nazionali. Nelle ultime elezioni nazionali, ad esempio, il Congresso e la sua coalizione, l’Alleanza progressista unita, hanno vinto grazie al risultato dell’Andrha Pradesh, uno dei quattro stati meridionali assieme al Karnataka ovviamente, al Kerala e al Tamil Nadu. </em></p>
<p><em>Ora il Congresso controlla il Karnataka, ha una maggioranza risicata ma comunque significativa in Kerala. Il Tamil Nadu per ora, invece, è governato da un partito avversario del Congresso, l’AIADMK, ma rimane comunque campo di battaglia fra l’AIADMK e il DMK, partito alleato del Congresso. E in Andrha Pradesh, pur in presenza di scontri e lotte gravi, il Congresso ha ancora chances importanti da giocare. Morale: il partito di Sonia Gandhi con questo risultato del Karnataka si colloca piuttosto benino nella Madre di tutte le battaglie per le elezioni del 2014, il Sud. E Rahul Gandhi, l’Erede della Dinastia, ora, si può presentare meglio a quel decisivo appuntamento elettorale. E l’India secolare e laica sta un pochino meglio! (C.L).</em></p>
<p><em> </em></p>
<p style="text-align: center;"><span style="text-decoration: underline;">2.Il Laboratorio Bangladesh</span></p>
<p>c.STRAGE SENZA FINE, BREVISSIME DA DACCA             Stanotte, nuova drammatica tragedia in fabbrica nella capitale del Bangladesh, Dacca. In un altro stabilimento industriale tessile, è scoppiato un altro incendio. Risultato: 8 lavoratori morti. È la nuova, l’ennesima tragedia operaia dell’industria tessile del Bangladesh e di una certa forma della globalizzazione che non ha alcun ‘riguardo’ (possiamo dire così?) per le condizioni e i diritti dei lavoratori (e dei consumatori, peraltro…). Stavolta i morti sono ‘solo’ 8, la volta precedente sono stati centinaia e centinaia, ma non c’è differenza. La tragedia è esattamente la stessa. <em>(Fonte: Bbc online).</em></p>
<p><em> </em></p>
<p style="text-align: center;"> </p>
<p style="text-align: center;"><span style="text-decoration: underline;">3.EastAsia, tra Tensioni e Trasformazioni</span></p>
<p><em>d.’’L’ANALISI’’: SVALUTAZIONE DELLO YEN ED ASSETTI REGIONALI</em><em>                  </em><em>Che cosa sta accadendo in Asia  e nel Pacifico rispetto agli assetti economico-strategici della regione chiave del mondo del 21° secolo. Cerchiamo di capirlo, un pochino, con queste righe. Nei giorni scorsi, abbiamo parlato della missione in Thailandia, Singapore, Indonesia e Brunei del ministro degli esteri cinesi e spesso, in queste settimane, abbiamo trattato della ‘Abenomics’. Cina e Giappone stanno dispiegando le rispettive strategie ed opzioni sullo scacchiere strategico estasiatico. In particolare c’è un fattore, economico e monetario apparentemente, che potrebbe svolgere un ruolo chiave negli assetti regionali.</em></p>
<p><em>Parliamo dello yen. La pesante e consistente svalutazione dello yen giapponese, oltre il 20 per cento ad esempio sulla moneta europea, sta avendo forti ripercussioni, valutarie, economiche e pure politiche e geopolitiche in tutta l’Asia-Pacifico. In primo luogo, ci sono le ripercussioni sulle economie regionali: la svalutazione dello yen infatti sta provocando, come previsto, l’aumento dell’export giapponese e quindi una temibile concorrenza ‘disonesta’ da parte del Giappone nei confronti di tutte le economie avanzate o parzialmente avanzate della regione, Corea del sud, Taiwan, Singapore, Malaysia, Thailandia. </em></p>
<p><em>Risultato: questi paesi stanno soffrendo per la competizione di cambio e di prezzo del Sol levante, la loro bilance correnti ne  risentono. Alcuni osservatori iniziano a parlare di possibile ‘seconda crisi asiatica’. Il riferimento è alla crisi asiatica del 1997-98, la crisi che innescò la Grande Trasformazione dell’Asia orientale, o almeno la sua ultima fase. Anche allora alcuni paesi della regione avevano le bilance correnti e dei pagamenti in forte deficit; le loro crescite erano largamente finanziata dai capitali esteri; i rispettivi sistemi economici erano affetti da mepotismi ed arretratezze. La fuga dei capitali internazionali partita dalla Thailandia e dal bath thailandese innescò una corsa alla fuga dalla regione e un ciclo di svalutazioni competitive delle rispettive valute.</em></p>
<p><em>Anche oggi vi sono situazioni di deficit delle partite correnti ed è probabile che ci siano tuttora fortissimi elementi di arretratezza nei sistemi economici locali, ma al di là di questi pur rilevanti elementi, il quadro generale e dei singoli paesi appare piuttosto differente: le riserve valutarie, le capacità di accumulazioni autonome dei paesi estasiatiche sono semplicemente senza precedenti, le loro economie e le loro imprese hanno ingenti capitali propri, e il quadro geopolitico è decisamente diverso. Dunque non pare esserci un rischio di ‘seconda crisi asiatica’, quanto piuttosto di situazioni molto delicate di nuovo conio e comunque collegate all’immane sviluppo della regione.</em></p>
<p><em>Ma al di là dei fattori economici, comunque interessanti ma che sono in parte al di fuori della nostra giurisdizione, quello che qui ci preme sottolineare sono i fattori politici e geopolitici. Allora, nel 1997-98, la crisi asiatica su superata grazie alla decisa azione anticiclica del governo cinese. Pechino, al contrario delle altre capitali, decise di non svalutare la propria moneta, garantendo così un fortissimo ancoraggio all’intero sistema. Grazie a quella scelta di Pechino, la crisi fu rapidamente archiviata e l’intera regione iniziò a diventare il nuovo centro del capitalismo mondiale. La Cina divenne anche il punto di riferimento geopolitico regionale, di fatto sostituendo in parte la tradizionale centralità degli Stati Uniti.</em></p>
<p><em>Da allora molta acqua è passata sotto i ponti, di Pechino e delle capitali del sud est asiatico. Da allora, le relazioni della Cina con alcuni paesi dell’Asia sudorientale, Filippine e Vietnam per primi, sono diventate ‘complesse’, per via delle controversie marittime ed insulari. A dir tutta la verità, storicamente, le relazioni della Cina con molti paesi del sud est asiatico, per tantissime ragioni, sono sempre state complesse: solamente la gestione cinese della crisi economica del 1997-98 e l’offensiva ‘charme diplomacy’ di Pechino nella regione, avevano cambiato alcuni elementi di queste relazioni: Malaysia, Singapore, Indonesia ad esempio, avevano deciso di avviare una politica di cooperazione con il potente vicino cinese.</em></p>
<p><em>Da allora, però, come abbiamo detto alcuni fattori sono mutati: si è molto parlato delle controversie marittime, ma a ben guardare i fattori economici sono sempre stati in prima linea nel disegnare relazioni e rapporti regionali. In particolare la ‘prudenza’ cinese nel rivalutare lo yuan: quella prudenza di Pechino ha creato più di un problema alle economie emergenti dell’Asia sudorientale che hanno continuato a soffrire per la concorrenza della Cina in numerosi settori. Quella non sufficiente rivalutazione, non sufficiente ovviamente secondo gli occhi di quei paesi del sud est asiatico, hanno creato problemi nelle relazioni della Cina con l’Asean.</em></p>
<p><em>Ora però, l’azione monetaria del Giappone sta cambiando profondamente i termini della questione geopolitica regionale. Ancora una volta. In primissimo luogo bisogna ricordarsi bene come l’economia e lo spazio regionale siano profondamente integrati a livello di segmenti e di pezzi delle filiere produttive. Guardiamo alla filiera dei computer: le terre rare necessarie vengono estratte in Cina,m o in Mongolia. I chip dei computer vengono fabbricati a Taiwan o in Giappone, i brands più progrediti sono giapponesi e sudcoreani, seguono quelli cinesi. Malaysia e Thailandia danno altri componenti chiave mentre Singapore costituisce assiema ad Hong Kong la piazzaforte finanziaria del tutto. Un sistema economico integrato, dove la svalutazione dello yen sta producendo una riorganizzazione economica e produttiva dello ‘spazio estasiatico’.</em></p>
<p><em>Una riorganizzazione economica e produttiva però che non è diretta dal capitale giapponese: in ultima istanza infatti il mercato e il capitale chiave, per la sua forza, per la sua estensione e ancora di più per le sue potenzialità, sono quelli cinesi. Sarà la Cina, quindi, prevedibilmente, a gestire il processo di riorganizzazione economico e spaziale messo in moto da Giappone. </em></p>
<p><em>Che cosa accadrà sarà uno dei grandi temi, prevedibilmente, dei prossimi mesi: per ora possiamo solo annotare, uno, alcuni paesi chiave della regione, Taiwan, Corea del sud, Malaysia, Thailandia, soffrano per le scelte giapponesi e ciò potrebbe avere ulteriori conseguenze geopoliiche; due, se la Cina procedesse, con la cautela cinese of course, ad ulteriori rivalutazioni dello yuan, potrebbe gettare le basi, ma questa è una congettura personale, di una vera leadership regionale. </em></p>
<p><em>Morale. Se accadesse tutto ciò, se accadesse quello che abbiamo sommariamente scritto or ora, il Giappone conservatore e nazionalista di Shinzo Ave, con la sua politica economica, avrebbe dato in mano a Pechino una bella chance strategica. Se accadesse ciò che sospettiamo, ma ovviamente i nostri sospetti spesso rimangono solo tali, ‘l’errore è umano’!! (C.L, Da Nostre Conversazioni).</em></p>
<p><em> </em></p>
<p style="text-align: center;"><em></em></p>
<p style="text-align: center;"><em><span style="text-decoration: underline;">4.‘’Italia e Dintorni’’</span></em></p>
<p><em>e.’’L’ITALIA SPIEGATA AGLI ASIATICI’’: IL NODO SCORSOIO DI AUTUNNO</em><em>                                              L’odierna situazione di crisi politica e il difficile accordo Pd-Pdl-Scelta civica richiederebbero un Partito democratico con un vertice nel pieno delle sue funzioni e potenzialità. In teoria, sarebbe una cosa ovvia. In teoria. Invece il Pd sta iniziando una confusa stagione di scontri, incontri, confronti, summit e caminetti interni con la previsione di un congresso in autunno, sembra ad ottobre secondo le ultime indicazioni. Alcuni osservatori, ed anche alcuni esponenti ‘avvertiti’ del Partito democratico, hanno però perfettamente inquadrato la situazione e i relativi pericoli. E’ vero che il percorso per un congresso nel Pd è cosa e procedura complessa, ma è ancora più vero che un Pd senza un vertice politico perfettamente legittimato ed operativo, rischia moltissimo in questa fase. Come spiegare, ad esempio, a militanti, base, dirigenti intermedi, circoli locali, le scelte di questo ultimissimo periodo, in particolare la controversa scelta di allearsi con la destra tardoberlusconiana?</em></p>
<p><em>Senza un vertice politico legittimato ed operativo, il Pd rimane acefalo in una contingenza politica molto complessa da gestire e da spiegare. E senza una qualche spiegazione alla ‘base’, non c’è neppure legittimazione: rischia di rimanere solamente l’avvitamento della crisi politico. Del ‘sistema’ in genere, del Pd in particolare.</em></p>
<p><em>Come si può pensare di arrivare in queste condizioni in autunno, si chiedono quegli osservatori ‘avvertiti’? Non ci si rende conto, continuano costoro, che in questo modo, in  autunno non troveremo più nessun partito nel ‘territorio’? Il Partito democratico, insomma, sta rischiando e sta rischiando grosso. Sta rischiando quello che resta del suo insediamento sociale e territoriale: ciò vale per il suo ‘gruppo dirigente’, ma vale anche per i leaders prossimi venturi, dal sindaco di Firenze, Renzi, all’ex ministro Barca. Dunque in autunno, rischieremo di avere più un Partito democratico devastato, ed essendo il Pd un pilastro chiave del sistema politico di governo del paese e un fattore chiave della maggioranza dell’attuale governo, appare evidente che la cosa non è proprio secondaria. Dopo la campagna elettorale, sostanzialmente subalterna all’ideologia dell’’austerità espansiva’, dopo la gestione delle consultazioni per il nuovo governo e per l’elezione del Colle, ora il Pd sembra proprio deciso a fare un terzo passo sulla via del suo suicidio politico, con il rinvio delle scelte ad un ipotetico congresso autunnale?</em></p>
<p><em>Sia come sia, dunque, l’autunno prossimo venturo si prospetta come una stagione politica chiave: un Pd che rischia davvero grosso, (l’ex presidente del consiglio e leader del Pdl alle prese con i suoi problemi giudiziari), e l’appuntamento con il destino da parte del nostro paese. Facciamo un piccolo ragionamento: l’intero sistema politico dei partiti della Seconda repubblica sembra beatamente bearsi degli andamenti dello spread e delle scelte di liquidità assunte da Francoforte. Il punto è che, per ora, come peraltro era facile prevedere (i ‘mercati’, lo abbiamo detto e ridetto, tendono ad agire in buona parte in base a logiche ‘geopolitiche’!!!), la Germania non vuole crisi finanziarie sull’Italia prima delle elezioni federali. Elezioni previste, appunto, per il prossimo autunno. La decisione della BCE, (ricordiamo nel board della Banca centrale il ruolo chiave del consigliere tedesco di nomina merkeliana!), di assicurare liquidità illimitata al sistema per i prossimi mesi va esattamente in questa direzione. Ma che cosa potrebbe accadere dopo quelle cruciali elezioni tedesche? L’intero sistema politico di governo della Seconda repubblica, ed anche molti osservatori, sembrano supporre che la Germania, a quel punto, deciderà di aprire, anzi di aprirci i cordoni della borsa. Di fronte al ‘ricatto’ di una crisi sistemica italiana, si pensa, Berlino non può che fare di necessità, virtù. Una nuova coalizione di governo, Cdu-Spd, a Berlino, si pensa, sarà più possibilista di fronte al rischio italico.</em></p>
<p><em>Ci permettiamo di dissentire da questi pensieri e retropensieri. Le elezioni federali in Germania sono ovviamente un appuntamento chiave. È possibile, (solo possibile), che dopo quelle elezioni, Berlino decida di cambiare in parte l’impostazione dell’approccio economico seguito ed imposto ad Eurolandia. È possibile anzi è auspicabile, che ciò accada davvero, anche se politicamente si deve tenere conto il ruolo del nuovo partito ‘Alternativa per la Germania’, che rosica voti a destra e pure a sinistra. Secondo noi, e questo è il punto critico, il sistema politico di governo della Seconda repubblica non ha chiara la situazione politica reale della Germania. E peraltro non sarebbe la prima volta che a Roma non comprendiamo appieno la realtà politica di Berlino!</em></p>
<p><em>È plausibile, (anzi è ed altamente auspicabile dal nostro modesto punto di vista), che Berlino cambi in parte rotta. Ma quello che appare molto difficile è che Berlino, qualunque sia la coalizione al potere, (tenendo comunque presente il ruolo di ‘Alternativa per la Germania’ e tenendo sempre conto della fortissima influenza della Bundesbank nel sistema politico reale della Repubblica Federale), potrà mai accettare di finanziare il debito e i debiti del ‘regime’ italico. Che cosa potrebbe accadere in realtà? La Francia, l’alleata chiave della Germania in Eurolandia, senza la quale la Repubblica Federale non può andare avanti nel vecchio continente, presenta anch’essa seri problemi di bilancio pubblico e di competitività reale. La Germania dovrà consentire, anche per interessi geopolitici, alla Francia di affrontare positivamente codeste contraddizioni: una diversa impostazione economica appare quindi indispensabile da questo punto di vista, da una ridefinizione dei parametri della politica di bilancio fino ad una politica della domanda via investimenti su scala europea. Berlino, auspicabilmente, dovrà acconciarsi a pagare il relativo prezzo. Ma ciò vale per la indispensabile Francia, non per la mediterranea Italia. Anzi, l’Italia potrebbe diventare, con facilità, lo scalpo che Parigi e le altre capitali di Eurolandia accetteranno di consegnare affinché Berlino evolva nella direzione auspicabile. D’altra parte, se vogliamo guardare le cose benino, ci sono segnali in tal senso: pochissimi mesi or sono, ad esempio, autorevoli esponenti dell’elite bancaria tedesca hanno osservato come l’Italia abbia la ricchezza privata propria per pagarsi il debito pubblico; alcune recentissime ricerche della BCE vanno in quella direzione. Insomma la Germania ci ha già preavvisato, per chi ha orecchie per intendere: cari italiani, hanno detto i teutonici, guardate che non potete davvero aspettare un cavaliere bianco per il vostro debito pubblico di nazionalità tedesca, dovete far fronte alle rilevanti necessità finanziarie con le vostre rilevanti ricchezze.</em></p>
<p><em>Morale: quando Berlino non sarà più ristretta a causa delle imminenti elezioni federali, è probabile che farà staccare la spina sul fronte dello spread italico. A novembre, questo novembre 2013, tanto per fare previsioni facilmente smentibili, si potrebbe quindi riaccendere la crisi finanziaria dell’italico spread. A quel punto le cose diventerebbe davvero difficili. Il governo Letta dovrebbe infatti fare scelte veramente difficili e politicamente costose, ma comunque imposte dalla durissima logica degli investitori internazionali. A quel punto, a fare quelle scelte dolorosissime, non potrebbe più essere chiamato un tecnico di vaglia come presidente del consiglio (Monti, con tutti i suoi errori, è stato quel tecnico di vaglia nel dicembre 2011!): dovranno essere direttamente i partiti della Seconda repubblica a dover fare le necessarie, dolorose, costose scelte. (C.L).</em></p>
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		<title>Leaders mediorientali a Pechino</title>
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		<pubDate>Wed, 08 May 2013 07:26:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>VIRGINIA</dc:creator>
				<category><![CDATA[Buongiorno Asia]]></category>

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		<description><![CDATA[Via vai di leaders mediorientali nella capitale cinese, dal primo ministro di Israele al presidente dell'Autorità nazionale palestinese. A conferma del ruolo di Pechino sulla scena mondiale. Ma forse la notizia più interessante, che approfondiremo domani, arriva dall'India: In Karnataka, infatti, ha vinto il partito del Congresso e ha vinto bene!]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><span style="text-decoration: underline;">Good Morning Asia</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="text-decoration: underline;">8 maggio 2013</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="text-decoration: underline;"> </span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="text-decoration: underline;">Sommario: </span><em>a.China/Israele, Le Missioni del Premier e del Presidente</em></p>
<p style="text-align: center;"><em>b.China/India, Controversie e Intese sui i confini</em></p>
<p style="text-align: center;"><em>C.India, Vittoria per il Congresso</em></p>
<p style="text-align: center;"><em> </em></p>
<p style="text-align: center;"><span style="text-decoration: underline;">1.Il Dragone in WestAsia</span></p>
<p>a.LE MISSIONI DEL PREMIER E DEL PRESIDENTE, C’E’ UN RUOLO PER LA CINA IN MEDIO ORIENTE?    La situazione mediorientale alla luce della gravissima crisi siriana diventa sempre vieppiù delicata. La Repubblica Popolare sta costruendo relazioni sempre più influenti nella regione, il Medio Oriente per gli osservatori occidentali, l’Asia occidentale per quelli asiatici: queste relazioni sempre più influenti potranno giocare un ruolo nella gestione o addirittura nella risoluzione dei dossier difficilissima della regione? Per dirla in altre parole, ci può essere un ruolo importante della Cina nella più delicata e difficile crisi del Medio Oriente, quella israeliano-palestinese?</p>
<p>Fino ad ora, questa crisi di fatto è stata gestita dalla diplomazia della superpotenza americana, ma come è ben noto i rapporti internazionali sono profondamente mutati e stanno ancora profondamente mutando, mettendo sempre più in risalto il ruolo delle nuove grandi potenze asiatiche e del Sud del mondo, Cina per prima.</p>
<p>In questi giorni, anzi in queste ore, a Pechino e a Shanghai, le due città cinesi più importanti, si rincorrono due leaders mediorientali chiave, il primo ministro di Israele e il presidente dell’Autorità nazionale palestinese. I due leaders si incontreranno, Pechino permettendo? Probabilmente no, ma il fatto stesso che entrambi siano nella Repubblica Popolare, assieme e in una fase così ‘delicata’ della crisi siriana, ovviamente, è oro puro per dietrologi ed osservatori disincantati.</p>
<p>I cinesi d’altra parte sono piuttosto appagati per la considerazione che queste due visite dimostrano sul ruolo crescente della Repubblica Popolare e difatti, appagati, si chiedono se la Cina possa davvero riuscire a giocare un ‘ruolo più importante’ in Medio Oriente. D’altro canto, come osserva la stampa ufficiale cinese, la missione del presidente palestinese è la prima di un leader arabo in Cina dopo l’ascesa al potere dei nuovi dirigenti della Repubblica Popolare, e la missione cinese del primo ministro israeliano arriva immediatamente dopo la missione americana. Insomma Pechino registra con favore, ed è ovvia che sia così, questo viavai cinese di esponenti importanti del Medio Oriente.</p>
<p>Da qui però a delineare un quadro nuovo e decisivo per Pechino nella regione più guerreggiata del mondo, ovviamente ce ne corre: come mostra peraltro proprio la crisi siriana. <em>(Fonti: Bbc on line, Xinxua, China Daily).</em></p>
<p><span style="text-decoration: underline;"> </span></p>
<p style="text-align: center;"> </p>
<p style="text-align: center;"> </p>
<p style="text-align: center;"><span style="text-decoration: underline;">2.China/India</span></p>
<p>b.CINA-INDIA, CONTROVERSIE E INTESE PER I CONFINI CONTESI……                Continuiamo oggi la nostra Nota, con la Grande Geopolitica, ovvero la geopolitica che riguarda le due grandi potenze dell’Asia emergente e che quindi dovrebbe interessarci parecchio: stiamo infatti dando conto di quello che accade fra quasi tre miliardi di uomini e donne impegnatissimi a diventare i nuovi, grandi protagonisti del capitalìismo globale.</p>
<p>Che sta succedendo in questi giorni tra Pechino e Delhi. Dallo scorso mese di aprile, fra cinesi e indiani è in corso un gioco di scacchi attorno ad alcune ‘incursioni’ di truppe di Pechino in una area contestata dei confini sinoindiani. Polemiche e controversie sono scoppiate in particolare sulla stampa per via di questa situazioni sul terreno. Anche perché nei prossimi giorni è prevista una importante missione in Cina da parte del ministro degli esteri indiano.</p>
<p>In queste ultime ore, però, la situazione pare schiarita: Cina e India hanno infatti confermato che sono stati raggiunti accordi per evitare un confronto visivo fra le truppe dei due paesi. Sia che gli indiani che i cinesi, pare, faranno ‘indietreggiare’ le rispettive truppe. ‘L’attitudine fra Cina e India è stata cooperativa’, ha commentato un portavoce ufficiale di Pechino, ‘Noi non intendiamo accentuare la situazione’, aveva commentato a Delhi il primo ministro indiano.</p>
<p>Il tutto è accaduto nella regione del Ladakh, per la precisione della valle di Depsang. Secondo le fonti indiane, il mese scorso, truppe cinesi sono penetrate in territorio conteso per una decina di kilometri, creando quasi un confronto a vista. La questione delle frontiere, peraltro, è di vecchia data per le due grandi potenze emergenti dell’Asia dinamica. India e Cina, per conseguenza di accordi e trattati ‘complessi’ figli dell’era dell’imperialismo britannico nella regione, non hanno frontiere definite ed accettate attorno al Kashmir e all’Arunchal Pradesh. Per cercare di affrontare queste issue o almeno per provare ad ‘incardinarle’ diplomaticamente, si tengono periodicamente negoziati sulle questioni di confine, ma il tema appare comunque molto complesso, anche per via delle pressioni nazionaliste delle rispettive opinioni pubbliche. Anche stavolta, in alcuni osservatori vi è stata la sensazione di una contesa per la maggior parte a causa delle rispettive pressioni interne. Sensazione o verità? Lo vedremo alle prossime puntate, per ora attendiamo di guardare ai prossimi incontri e vertici sinoindiani, <strong>Namaste’!</strong> <em>(Fonte: Bbc online, The Hindu, Hindustan Times, China Daily).</em></p>
<p><em> </em></p>
<p style="text-align: center;"> </p>
<p style="text-align: center;"><span style="text-decoration: underline;">3.Il BuonGiornoIndia</span></p>
<p>c.KARNATAKA, LA VITTORIA DEL CONGRESSO     Lo scrutinio dei voti popolari conferma ed anzi rafforza il dato dei sondaggi: il partito del Congresso sta vincendo nello stato meridionale del Karnataka per il rinnovo della locale Assemblea legislativa. Il Bjp, il partito della destra nazionalista indù, ora al potere a Bangalore, capitale dello stato, non solo perde, ma perde clamorosamente.</p>
<p>I dati indicativi del trends in base alle risultanze della Commissione Elettorale: il Congresso si avvia a vincere in 117 collegi, in India lo ricordiamo funziona il sistema elettorale inglese, mentre al Bjp resterebbero solamente 41 seggi. La destra nazionalista arriverebbe terza, dopo anche lo <em>Janata Secular Dal</em>, un partito regionale, che si avvia a conquistare 44 seggi, 12 infine andrebbero alla formazione dissidente del Bjp, il KJP dell’ex <em>chief minister </em>dello stato. Se andrà effettivamente così, il Congresso non solo vince in Karnataka, ma come ha affermato in queste ore il suo leader locale, si avvia a formare un governo statale monocolore. Un successo quindi indubbio e per alcuni versi clamoroso! <em>(Fonti: The Hindu, Hindustan Times).</em></p>
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		<title>Elezioni in Karnataka, India del sud</title>
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		<pubDate>Tue, 07 May 2013 06:08:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>VIRGINIA</dc:creator>
				<category><![CDATA[Buongiorno Asia]]></category>

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		<description><![CDATA[Domenica scorsa si sono tenute le elezioni statali in Karnataka, importante stato del Sud dell'India: lo scrutinio inizia domani, ma i primi sondaggi, da prendere con molta cautela, danno la vittoria al partito del Congresso!]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><span style="text-decoration: underline;">Good Morning Asia</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="text-decoration: underline;">7 maggio 2013</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="text-decoration: underline;">Sommario: </span><em>a.India, I Sondaggi del Karnataka</em></p>
<p style="text-align: center;"><em>b.WestAsia, La relazione China-Israele</em></p>
<p style="text-align: center;"><em>c.La Nota sull’Italia</em></p>
<p style="text-align: center;"><em> </em></p>
<p style="text-align: center;"><span style="text-decoration: underline;">1.Il BuonGiornoIndia</span></p>
<p>a.PRIMI SONDAGGI NEL KARNATAKA, INDIA DEL SUD!                      Prima un piccolo riassunto: domenica scorsa, oltre che in Malaysia, importante paese del sud est asiatico, in Asia si è votato in uno stato chiave del Sud dell’India, il Karnataka. Lo stato, tanto per capirci, con capitale la città famosa di Bangalore. Il Karnataka è importante per diverse ragioni: è appunto lo stato di Bangalore; è uno dei quattro stati del Sud dell’India, assieme a Kerala, Tamil Nadu, Andrha Pradesh, e il Sud dravidico costituisce una realtà sociale, politica e culturale molto differente dal Nord hindi; nel Sud dell’India, la destra nazionalista indù del Bjp e dell’RSS non ha mai avuto molta fortuna politica ed elettorale, quindi l’esame da parte degli elettori dell’unico governo statale di destra, appunto il governo attualmente al potere nel Karnataka, costituisce un fattore molto interessante; queste elezioni statali per il rinnovo della locale Assemblea legislativa siano l’ultimo appuntamento elettorale prima delle grande consultazioni nazionali del prossimo 2014;  e nelle elezioni del 2014, i quattro stati del Sud dell’India saranno decisivi per i risultati nazionali.</p>
<p>Le elezioni, come abbiamo detto, si sono tenute in un unico turno, domenica scorsa, ma lo scrutinio avverrà domani. Per ora, opinione pubblica, osservatori e uomini politici si devono accontentare dei sondaggi e degli exit poll. E dato che siamo in una società complessa e strutturata come quella indiana, questi strumenti di rilevazione della pubblica opinione sono da prendersi con la dovute pinza, insomma con immensa cautela. Spesso negli anni addietro i sondaggi hanno sbagliato: le rilevazioni ad esempio prevedevano una disfatta per il partito del Congresso di Sonia Gandhi alle penultime elezioni, correva l’anno 2004, ed appunto sono stati clamorosamente smentiti dai cittadini indiani e dai fatti.</p>
<p>Fatte tutte queste precisazioni, guardiamo un momento questi benedetti, ipotetici numeri. I sondaggi e gli exit poll infatti danno una importante vittoria al partito del Congresso che riuscirebbe a conquistare, da solo, la maggioranza parlamentare necessaria per fare un governo monocolore. Secondo le rilevazioni, da prendere lo ripetiamo con molta molta cautela, il Congresso avrebbe conquistato da 110 a 118 seggi all’Assemblea legislativa, lasciando decisamente dietro gli avversari del Bjp, il partito attualmente di governo nello stato, il partito della destra nazionalista indù, che si collocherebbe attorno ai 50 seggi. Un po’ pochino rispetto agli attuali 116. Come si vede, potremo essere di fronte a dati piuttosto interessanti. Per commentare i numeri veri comunque aspettiamo domani con lo scrutinio ufficiale. Intanto Namaste’! <em>(Fonte: The Hindu).</em></p>
<p><em> </em></p>
<p style="text-align: center;"> </p>
<p style="text-align: center;"><span style="text-decoration: underline;">2.Il Dragone in WestAsia</span></p>
<p>b.CINA-ISRAELE, LA VISITA DEL PREMIER                          Il primo ministro di Israele a Pechino. Questa missione cinese del premier di Gerusalemme arriva in un momento estremamente delicato del Medio Oriente, con la crisi siriana che è entrata in una nuova fase dopo gli attacchi militari di Gerusalemme in territorio siriano, e con i rischi crescenti di un confronto regionale tremendo per la regione e per il mondo intero.</p>
<p>È significativo che questa volta il primo ministro di Israele abbia ritenuto di confermare la visita nonostante questa delicatissima situazione in Medio Oriente. Ciò conferma in qualche modo il valore delle relazioni dei paesi mediorientali, Israele compreso, con la Repubblica Popolare.</p>
<p>Nella visita, secondo le fonti cinesi, si parlerà moltissimo di economia e di accordi economici, in agricoltura come nelle nuove tecnologie. Il carattere fortemente avanzato dell’economia e delle capacità israeliane in questi e in altri ambiti, fanno dello stato ebraico un partner potenzialmente pieno di interesse per la Repubblica Popolare. Dall’agricoltura, alla protezione ambientale. Senza dimenticare  scienza e tecnologia.</p>
<p>Gli accenni, continui, ai rapporti negli ambiti della scienza e della ricerca, conoscendo i fatti pregressi della cooperazione sinoisraeliana, fanno nascere qualche interesse intellettuale ulteriore. Pechino e Gerusalemme, nel passato, hanno infatti cooperato sul piano delle forniture militari avanzate. Questi rapporti furono poi stoppati da un intervento diplomatico di Washington su Israele, ma sta di fatto che ci sono stati. Che cosa vogliono dire, alla luce di questi fatti precedenti, gli accordi e la collaborazione in ambito ‘scientifico’ fra Stato di Israele e Repubblica Popolare?</p>
<p>Ultimo aspetto interessante di questa visita: praticamente nelle stesso ore della missione del primo ministro israeliano, arriva in Cina pure il presidente dell’Autorità nazionale palestinese. Premier di Gerusalemme e leader di Ramallah si potrebbero incontrare, notte tempo, cinesi consentendo, in terra della Repubblica Popolare? <em>(Fonte: Xinhua).</em></p>
<p><em><span style="text-decoration: underline;"> </span></em></p>
<p style="text-align: center;"><em></em></p>
<p style="text-align: center;"><em><span style="text-decoration: underline;">3’’Italia e Dintorni’’</span></em></p>
<p><em>c.’’L’ITALIA SPIEGATA AGLI ASIATICI’’: UN GOVERNO E LA SUA AGENDA</em><em>                 </em><em>C’è un fatto che pochissimi osservatori, fin qui, hanno annotato: il governo di Enrico Letta è il primo gabinetto con partecipazione diretta del Pdl senza un ruolo diretto né del leader del Pdl, Berlusconi, né del suo fido plenipotenziario, Gianni Letta. Ciò rappresenta, per il comatoso sistema politico della Seconda repubblica, una novità in tutti i sensi. Una novità che potrebbe sembrare piccola, ma che forse avrà una sua rilevanza: senza un ruolo diretto a Palazzo Chigi, da parte dei due esponenti che in tutto e per tutto hanno fatto ‘la storia’ (per così dire, of course) dell’età del Grande Declino berlusconiano, che cosa accadrà nelle stanze dei bottoni? </em></p>
<p><em>Per dirla in altre parole, dalle parti di Palazzo Chigi, si sta creando una situazione affine per alcuni versi a quella dei gruppi parlamentari di Cinque stelle: lì, dalle parti di Cinque stelle, infatti, senatori e deputati devono fare le loro scelte con i due fondatori del movimento, Grillo e Casaleggio, esterni; là, dalle parti di Palazzo Chigi, ministri e sottosegretari del Pdl devono fare le loro scelte senza la presenza della coppia del Pdl medesimo, Berlusconi-Letta (o Letta-Berlusconi, chissà?).</em></p>
<p><em>Questa situazione duale può provocare contraddizioni in Cinque stelle, soggetto politico comunque all’opposizione; e può provocare ancora più contraddizioni nella destra, schieramento politico al governo. Contraddizioni, tensioni e chissà anche qualche sconquasso. Insomma l’assenza del cavaliere dalla stanza dei bottoni, senza voler sopravalutare questo aspetto, potrebbe comportare, forse già comporta, tensioni o ‘gelosie’. Però questa situazione duale alla fine potrebbe anche favorire il presidente del consiglio, che in tal modo, acquisirebbe spazi di manovra importanti per la sua azione politica. </em></p>
<p><em>Tutto bene, allora, per il presidente del consiglio, nonostante la gravità della crisi sociale ed economica? Beh, qui qualche cautela sarebbe obbligatoria. Per la semplice ragione che francamente non ci sono molte ragioni di ottimismo, almeno per l’Italia. In primo luogo, dobbiamo registrare il funerale della famosa agenda Monti. Il decreto SalvaItalia, varato in  tutta fretta dal governo Monti nel dicembre del 2011, con l’Italia prossima al default, aveva due pilastri, l’IMU e la riforma delle pensioni. Ora il governo Letta sta picconando senza pietà entrambi: prima con la ‘sospensione’ dell’IMU (ma quasi tutti gli osservatori parlano di una eliminazione dell’IMU per la prima casa), poi con le dichiarazioni del neosottosegretario al lavoro, Carlo Dell’Aringa (uno specialista molto bene informato circa previdenza e sistema pensionistico), che preannuncia revisioni importanti della riforma pensionistica. I due pilastri del SalvaItalia, dovranno presto essere pesantemente ristrutturati.</em></p>
<p><em>Lasciamo qui perdere un giudizio ‘di valore’ su codeste ‘ristrutturazioni’, noi abbiamo qualche serio dubbio circa l’eliminazione dell’IMU per la prima casa (non comprendiamo infatti perché un Berlusconi, tanto per non fare esempi, non debba pagare l’IMU per la sua ‘prima casa’, pensiamo piuttosto che sarebbe cosa giusta e saggia una ‘rimodulazione’ dell’IMU!), il punto è che il governo Letta sta mettendo fine ai due pilastri veri dell’agenda Monti. Per combinare che cosa?</em></p>
<p><em>Qui registriamo solo nebbia in val Padana, come si suol dire. Fino ad ora, il presidente del consiglio, più che altro, ha fatto generose promesse. Ha detto: congeliamo l’IMU, tagliamo le tasse sul lavoro, garantiamo le risorse per la CIG, evitiamo nuovi tagli a istruzione, scuola, ricerca, università, cultura, eccetera eccetera. Insomma Enrico Letta ha messo in piedi la sua agenda, l’agenda Letta (Enrico) per l’appunto. La domanda, non nuova, sorge però spontanea. Dove verranno trovate le risorse necessarie nel bilancio statale per coprire questa agenda Letta (Enrico)? Per caso, il nuovo governo intende creare nuovo disavanzo di bilancio? E infine, ma non proprio secondario, queste nuove spese, questi tagli di tasse, sono davvero quelli indispensabili per la ripresa economica del paese? Come si vede, siamo a di fronte a questioni non secondarie.</em></p>
<p><em> Consentiteci di esprimere qualche dubbio riguardo alla terza domanda, quella relativa al valore effettivo delle decisioni promesse. Certamente rimettere in circolo nel sistema sanguigno della esangue economia italica, 10 miliardi è una cosetta utile, ma purtroppo è una cosetta, è una piccola cosa. I conti sono presto fatti. Ci dispiace per gli pseudoKeynesiani (in giro non ci sono solo pseudoliberisti!), ma fare interventi di rilancio dell’economia dell’ordine di 10 miliardi di euro, quando dal 2008, il Pil nazionale è caduto dell’8 per cento, ci pare francamente fare politica delle briciole. Questo è il punto critico dell’intera faccenda: l’Italia sta andando a picco, economicamente e socialmente (lasciamo perdere le responsabilità di questo disastro, ne abbiamo parlato in altre occasioni, e lasciamo perdere le ‘terapie’ che alcuni ideologi o burocrati si ostinano a proporre, con encomiabile faccia di bronzo!): una manovra di 10 miliardi è quello che ci vuole? </em></p>
<p><em>Alla fin fine, a ben guardare le cose con ‘freddezza’,  tutto si regge attorno ad un elemento molto semplice e molto chiaro: la calma dei ‘mercati’ internazionali di queste settimane. Verrebbe da commentare che, proprio come accadde nell’agosto del 2011, l’Italia, in tempo di bonaccia, tende facilmente a sbracare su conti e bilancio pubblico. Siamo prevenuti? Forse, ma conoscendo la storia della Seconda repubblica, il dubbio ci pare fondato. Comunque sia,  tutta questa calma è provvisoria, dipendente  dagli investitori nipponici particolarmente liquidi grazie alla loro Banca centrale, e dalle scelte politiche di Berlino prima delle elezioni tedesche di autunno. Possiamo davvero pensare che l’attuale bonaccia dei ‘mercati’ possa durare per più di qualche mese, un anno al massimo? La BCE, alla fine della scorsa settimana, ha deciso di garantire liquidità illimitata per un anno al sistema europeo. Appunto, per un anno, e in mezzo ci sono sempre Bundesbank e ambienti finanziari tedeschi! </em></p>
<p><em>Morale: se l’Italia arriva all’appuntamento con il suo ‘destino’ finanziario, senza aver trovato la formula per una crescita non asfittica, una formula che la faccia finita con ideologi e burocrati, sospettiamo che saranno dolori. Per noi italiani. Per il governo. Per la sua ‘strana’ maggioranza! (C.L.).</em></p>
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		<title>Cina del sud, nuove Proteste ambientaliste</title>
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		<pubDate>Mon, 06 May 2013 07:09:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>VIRGINIA</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Yunnan, Cina del sud: nuove proteste ambientaliste. La società civile cinese si conferma piuttosto vivace....]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><span style="text-decoration: underline;">Good Morning Asia</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="text-decoration: underline;">6 maggio 2013</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="text-decoration: underline;"> </span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="text-decoration: underline;">Sommario: </span><em>a.La Settimana 30apr-5mag 2013</em></p>
<p style="text-align: center;"><em>b.Cina, Proteste ambientali nello Yunnan</em></p>
<p style="text-align: center;"><em>c.’MiniDossier, Chindia e i rispettivi Vicini’ I: Il ministro cinese</em></p>
<p style="text-align: center;"><em>d.II: Il maoista nepalese</em></p>
<p style="text-align: center;"><em>e.Malaysia, Urne, urne, urne</em></p>
<p style="text-align: center;"><em> </em></p>
<p style="text-align: center;"><span style="text-decoration: underline;">La Settimana </span><span style="text-decoration: underline;">30 apr-5 maggio</span></p>
<p>a.CRISI IN ASIA NORDORIENTALE, ELEZIONI IN MALESIA E INDIA, ED ALTRO       Partiamo dall’Asia nordorientale: fra Cina e Corea del sud da un lato e Giappone dall’altro sono ricominciate le polemiche ‘storiche’. Molti esponenti del governo conservatore giapponese, in questi giorni, hanno visitato il controverso santuario Shinto dove si onorano idealmente i caduti in guerra.</p>
<p>Non ci sarebbe nulla di male se fra quei ‘caduti in guerra’ nipponici non vi fossero anche fior di criminali di guerra genocidari acclarati come il generale Tojo, solo per fare un nome. Codesti criminali genocidari sono particolarmente odiati da opinioni pubbliche e popolazioni dei paesi della regione, Cina, Corea, Indocina e dintorni. I rispettivi governi, spesso, decidono di cavalcare l’onda sentimentale nazionalistica e troppo spesso i governanti nipponici fanno ‘il verso’ alla loro opinione pubblica nazionalista (ci pensate se qualche esponente del governo di Berlino andasse in ‘visita’ dopo riposano le ceneri di Himmler, che cosa accadrebbe in Europa?). Risultato: le tensioni politiche locali si aggravano.</p>
<p>Anche stavolta è accaduto questo: dopo l’ennesima visita di un esponente governativo giapponese, il ministro degli esteri sudcoreano ha annullato una missione politica importante a Tokio, Seul ha protestato e Pechino ha spedito alcune sue navi nelle acque delle isole contese del Mar cinese orientale.</p>
<p>Passiamo alle elezioni: ieri, domenica, infatti gli elettori sono andati alle urne in Malaysia e in uno stato importante dell’India del sud, il Karnataka. Vedremo il prima possibile i risultati di codeste competizioni elettorali. Infine, ulteriori particolari si sono aggiunti nel dramma dei lavoratori ammazzati nelle fabbriche tessili di Dacca e nuove aggressioni violente di buddisti contro musulmani si sono consumate in Birmania. Notizie tragiche quindi!</p>
<p style="text-align: center;"><span style="text-decoration: underline;">1.Il BuonGiornoCina</span></p>
<p>b.PROTESTE AMBIENTALISTE NELLO YUNNAN    Noi partiamo dallo Yunnan, importante provincia cinese del Sud del paese, con capitale Kunming. Proprio nella capitale, infatti, nel fine settimana, ci sono state proteste e manifestazioni popolari contro i piani per la costruzione di un impianto chimico particolarmente inquinante, un impianto della <em>China National Petroleum Corporation, </em>uno dei colossi dell’industria petrolifera cinese. Un impianto che dovrà produrre PX, ritenuto particolarmente tossico.</p>
<p>‘Noi vogliamo sopravvivere, noi vogliamo la salute, noi vogliamo spedire il PX fuori’, scandivano i manifestanti. Che erano circa 200 secondo i media di stato, 2000 secondo i blogger indipendenti. Comunque si è trattato di una manifestazione interessante, una delle tante che in questi mesi stanno caratterizzando il panorama politico e sociale della Repubblica Popolare.</p>
<p>Abbiamo già rilevato come inquinamento e lotta all’inquinamento siano diventati una issue politicamente rilevante nella società cinese, nella società civile ma anche in parte per i quadri del Partito stato. Le estensioni di queste proteste ambientaliste e la copertura che nonostante tutto viene offerta dai media di stato sono segnali interessanti circa le opzioni della leadership di Pechino. <em>(Fonte: Bbc online).</em></p>
<p><em> </em></p>
<p style="text-align: center;"> </p>
<p style="text-align: center;"><span style="text-decoration: underline;">2.’’MiniDossier’’: Chindia e i rispettivi Vicini</span></p>
<p>c.CHINA &amp; THAILANDIA: LA MISSIONE DEL MINISTRO                                 In questi mesi, la Cina ha avuto relazioni complesse con i paesi del sud est asiatico: le isole contese del Mar cinese meridionale sono state l’oggetto chiave delle controversie politico-diplomatiche, in particolare con due paesi Asean, la Filippine e il Vietnam. Il primo paese è un alleato storico degli Stati Uniti, ex colonia americana; il secondo paese la contrario è il nemico storico nella regione degli Usa, protagonista di una lunga guerra con la superpotenza. Eppure anche il Vietnam, oggigiorno, sta costruendo una solida relazione strategica con Washington. Motivo, le difficili e complesse relazioni con Pechino.</p>
<p>In Asia sudorientale ci sono però anche paesi con buoni o con ottimi rapporti con il potente vicino cinese: la Cambogia e il Laos ad esempio sono alleati stretti per la Repubblica Popolare. L’Indonesia è una grande nazione che sta costruendo una forte relazione con la Cina, ma c’è un paese della regione, anch’esso alleato chiave degli Stati Uniti, che oggigiorno ha un rapporto molto intenso con la Cina.</p>
<p>Parliamo della Thailandia: a dir la verità, la Thailandia da decenni aveva messo su una forte cooperazione, economica ma anche politica e militare con la Repubblica Popolare. Pechino e Bangkok hanno costruito quella forte cooperazione contro Hanoi durante la crisi cambogiana. La Thailandia d’altra parte è il paese chiave, potenzialmente la potenza di riferimento del sud est asiatico. Per la sua economia, per la sua caratteristica di non essere mai stato colonizzato da potenze occidentali, per la sua centralità geopolitica regionale.</p>
<p>Alla fine della scorsa settimana, il ministro degli esteri cinesi ha iniziato il suo tour in Asia sudorientale, proprio da Bangkok, capitale della Thailandia. Incontrando il primo ministro thailandese, Yingluck Shinawatra, sorella giovane del leader storico del neopopulismo riformatore thailandese, Thaksin Shinawatra, quel Thaksin molto controverso a livello internazionale e molto contestato da alcuni poteri ed istituzioni influenti dell’antico regno del Siam.</p>
<p>‘La mia nazione, spiega la Shiniwatra, è molto volenterosa di approfondire la cooperazione con la Cina, partendo dal rafforzamento del commercio bilaterale’. ‘La relazione sinothailandese – dice da parte sua il ministro degli esteri di Pechino &#8211; +è unica, stabile, importante’.</p>
<p>Ed oggi Cina e Thailandia intendono continuare con accordi per ferrovie, nuove energie, educazione, scienze, difesa, turismo. Ma il punto chiave riguarda la relazioni Cina-Asean per le controversie delle isole contese. Ni colloqui sinothai ovviamente si è parlato del particolarissimo ruolo che Bagkok sta giocando nel contesto dell’Asia sudorientale, un ruolo che assomiglia, in una versione del tutto diversa, a quello della Corea del sud in Asia nordorientale. Insomma, la Thailandia, stretta alleata strategica degli Stati Uniti, continuerà a giocare un ruolo di ponte fra la Repubblica Popolare e i paesi dell’Asean, Associazione dei paesi del sud est asiatico: Bangkok fra Pechino e Asean, nel quadro della relazione strategica con Washington. Il ministro degli esteri cinesi, ne parleremo in un’altra occasione, è partito per Singapore, Indonesia e Brunei. <em>(Fonte: Xinhua, Agenzie internazionali).</em></p>
<p>d.INDIA &amp; NEPAL: LA MISSIONE DEL MAOISTA    Cina e India sono due giganti economici. Se ci sono due economie, come quella cinese e indiana, che si stanno sviluppando a ritmi incredibili, non è giusto né sano che un piccolo paese confinante con entrambi rimanga povero, arretrato e sottosviluppato. L’ex primo ministro del Nepal, un paesi himalayano incastonato fra Repubblica Popolare e Repubblica indiana, che ha fatto queste ed altre affermazioni ed analisi, non è un esponente politico qualsiasi. A dir la verità, è uno del protagonisti più importanti della storia recente dell’ex regno del Nepal, capo indiscusso del locale movimento di guerriglia che ha portato, assieme a tanti altri fattori, alla fine della monarchia assoluta nepali: è l’attuale leader dell’Unified Comunist Party of Nepal (Maoist), in sigla, UCPN, il partito maoista nepalese, in arte Prachanda, ovvero P. Kamal Dahal.</p>
<p>Dahal è giunto a Delhi, capitale dell’India, nei giorni scorsi e lì ha avuto incontri al vertice con i leader indiani e ha tenuto un interessante discorso all’Indian Council of World Affaires, dove ha proposto una Partnership triangolare Nepal-Cina-India. Un tema interessante di cooperazione sinoindiana attraverso appunto il Nepal. Il leader maoista aveva un compito complesso in India: quello di cercare di diventare affidabile per l’elite politico militare indiana. La politica del movimento maoista nepalese è sempre stata dominata da un fortissima retorica ed ideologia antiindiana. I rapporti India-Nepal sono regolati da trattati giudicati ‘Ineguali’ dai maoisti nepalesi: finora dunque la leadership del partito aveva mantenuto una posizione molto antiindiana, ma ora Prachanda ha deciso la svolta. La sua missione indiana dei giorni scorsi aveva questo significato: far cambiare opinione circa i maoisti nepalesi.</p>
<p>I vertici politici indiani hanno, o forse, avevano diversi motivi di dubbi circa i maoisti nepalesi: uno per tutti, la presenza e la penetrazione in India di un forte movimento maoista armato che colpisce in una porzione vasta del territorio del subcontinente indiano. Prachanda ha preso la decisione di questa svolta perché si è reso perfettamente conto dell’impossibilità, per un partito dichiaratamente antiindiano, di tenere a lungo il potere politico a Kamandu.</p>
<p>Cambierà qualcosa dopo questa missione indiana e con l’idea di quella Partnership a tre Nepal-Cina-India sulle pendici dell’Himalaya? <em>(Fonti: Xinhua, Livemint).</em></p>
<p><em> </em></p>
<p style="text-align: center;"> </p>
<p style="text-align: center;"><span style="text-decoration: underline;">3.Il Laboratorio Malaysia</span></p>
<p>e.URNE, URNE, URNE           Il Fronte nazionale, la coalizione che governa la Malaysia fin dall’indipendenza, ha confermato la sua egemonia politica, anche se in presenza di una accentuata polarizzazione partitica. Dunque, i numeri: la coalizione guidata dall’<em>UMNO, </em>il partito dell’etnia <em>malay, </em>ha conquistato 133 seggi contro 82 conquistati dalla coalizione alternativa, quella guidata dall’ex viceprimo ministro, ed ex delfino, Anwar Ibrahim, il Fronte del Popolo.</p>
<p>Dunque siamo di fronte ad una nuova vittoria per la coalizione al potere. Una vittoria però stentata. Come annotano gli osservatori si tratta dl peggior risultato elettorale per il Fronte nazionale in tutta la sua storia. Non solo: la coalizione guidata dal primo ministro Rajib ha completamente fallito nel tentativo di riprendere la maggioranza parlamentare dei due terzi. Insomma Rajib riconquista il diritto a fare il governo federale ma, se possibile, in condizioni politico-parlamentari ancora più dure delle legislatura precedente.</p>
<p>Anche il Fronte del popolo però non può essere veramente soddisfatto del risultato, almeno ad una prima e sommaria analisi: la coalizione di Anwar, infatti, ha nuovamente fallito nel sostituire il Fronte nazionale alla guida della Malaysia. Il che non depone proprio a favore della leadership delle opposizioni, almeno anche in questo caso in una prima e sommaria analisi.</p>
<p>Intanto il primo ministro ha chiesto a tutti i malesi di riconoscere al vittoria, ma ancora fino a ieri sera, il leader dell’opposizione, Anwar, non aveva riconosciuto la sconfitta della sua coalizione, accusando di brogli il governo federale. Insomma, la polarizzazione partitica appare molto intensa anche in Malaysia. Mentre il cambiamento appare ancora difficile, la lunga transizione politica malese continua. <em>(Fonte: Bbc online).</em></p>
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		<title>Bangalore alle urne</title>
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		<pubDate>Tue, 30 Apr 2013 06:27:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>VIRGINIA</dc:creator>
				<category><![CDATA[Buongiorno Asia]]></category>

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		<description><![CDATA[Bangalore e il suio stato, il Karnataka, sta per andare al voto per rinnovare la locale Assemblea legislative. Elezioni importanti per l'India tutta.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><span style="text-decoration: underline;">Good Morning Asia</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="text-decoration: underline;">30 aprile-1 maggio</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="text-decoration: underline;">Sommario: </span><em>a.India, Karnataka alle urne</em></p>
<p style="text-align: center;"><em>b.Il Caso Cina-California, Notizie</em></p>
<p style="text-align: center;"><em>c.Il Caso Cina-California, ‘Tra EastAsia e Occidente’</em></p>
<p style="text-align: center;"><em>d.La Nota sull’Italia</em></p>
<p style="text-align: center;"><em> </em></p>
<p style="text-align: center;"><strong><span style="text-decoration: underline;">Buon Primo Maggio</span></strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong><span style="text-decoration: underline;">Arrivederci al 2 maggio</span></strong></p>
<p style="text-align: center;"><em> </em></p>
<p style="text-align: center;"><span style="text-decoration: underline;">1.Il BuonGiornoIndia</span></p>
<p>a.KARNATAKA ALLE URNE               Il 5 maggio gli elettori del Karnataka, importante stato meridionale dell’India, andranno alle urne per scegliere, in una unica fase elettorale, la loro nuova Assemblea legislativa statale. È un occasione interessante per capire meglio ciò che effettivamente pensano, al di là di sondaggi fallaci, i cittadini dell’India, almeno quelli dell’India del sud.</p>
<p>Il Karnataka infatti non è uno stato qualunque: in primo luogo, è lo stato che ha come capitale niente meno di Bangalore, la capitale indiana e una delle capitali mondiali dell’Information Tecnology. In secondo luogo è, appunto, uno dei quattro stati meridionali dell’India, ovvero di quella parte dell’India profondamente differente rispetto alla ‘cintura hindi’ del Nord, assieme al Kerala, al Tamil Nadu e all’Andrha Pradesh. In terzo luogo, è l’unico stato del Sud dell’India ad essere governato dalla destra nazionalista indù del Bjp. Il Sud dell’India è sempre stato piuttosto refrattario agli orientamenti della destra nazionalista indù e difatti il Bjp non è mai riuscito ad insediarsi stabilmente qui nel Sud, dal Kerala all’Andrha Pradesh. E ciò ovviamente ha sempre costituito un handicap non secondario per la capacità di ‘egemonia’ della destra indù sull’India.</p>
<p>Dopo le elezioni legislative statali del 2004, però, in Karnataka alcune cose iniziarono a cambiare, o almeno questa era l’impressione politica: il Bjp, dopo quelle elezioni, infatti, mise in piedi un coalizione di governo assieme al terzo attore politico dello stato, lo <em>Janata Dal (Secular), </em>e andò al governo di Bangalore. Ovviamente l’altro grande attore politico statale, oltre destra e <em>Janata Dal Secular</em> è il partito del Congresso.</p>
<p>Dunque, dicevamo, nel 2004, nacque l’alleanza Bjp-<em>Janata Secular</em>. L’alleanza non ebbe vita facile e infatti la legislatura statale finì prima del suo mandato naturale e nel 2008 i cittadini del Karnataka ritornarono alle urne. E quella volta dettero alla destra addirittura la maggioranza parlamentare, una maggioranza risicata ma comunque la maggioranza. In quell’occasione, dicevano gli osservatori disincantati, avevano avuto un ruolo potente i fratelli Reddy, una potentissima lobby economica che domina l’industria mineraria dello stato e che aveva sostanziosamente sostenuto la destra nazionalista.</p>
<p>Il Bjp dunque aveva raggiunto, sembrava, un obbiettivo storico: era diventato il partito di governo, oltretutto senza alleati, in uno dei quattro stati del Sud dell’India, iniziava, forse, secondo la tribù dell’Hindutva, (l’ideologia del fondamentalismo indù), una nuova fase della crescita della destra radicale in India. Forse. In realtà le cose erano un pochino diverse, a conferma che il Sud dell’India è molto meno disponibile alle istanze della destra nazionalista indù o comunque accetta di meno i leader del Bjp.</p>
<p>Il partito locale della destra ha iniziato a litigare all’interno, a spaccarsi e si ritrovò presto, diviso in fazioni incomunicabili e in preda a gravissimi episodi di corruzione. Il resto è storia degli ultimi mesi, come la nascita di un nuovo partito locale, scissionista della destra e guidato dall’ex <em>chief minister </em>della stessa destra, Yediyurappa, il <em>Karnataka Janata Party</em>, KJP, ora diventato il quarto incomodo del sistema politico del Karnataka.</p>
<p>E così siamo all’oggi, con una destra nazionalista indù in forti difficoltà in quello che doveva diventare il suo ‘laboratorio’ del Sud e con un partito del Congresso che ha anch’esso i suoi bravi problemini: il Congresso secondo alcuni critici infatti non ha saputo scegliere bene le sue candidature con il risultato che potrebbe anche non riuscire a cogliere appieno la tendenza negativa della destra nazionalista. Scrive un magazine autorevole, ‘Il Congresso non è riuscito a trasformare il voto negativo contro il Bjp in una scelta positiva a suo favore’. Tanti possono essere i fattori che hanno giocato in questa incapacità del partito del Congresso, almeno a detta di alcuni osservatori, come ad esempio l’identificazione del partito di Sonia Gandhi come il partito delle caste protette. Con ciò limitando, secondo questi osservatori, il suo bacino potenziale di elettori.</p>
<p>Sta di fatto peraltro che tutti e tre i principali partiti locali hanno precisi referenti di casta o sottocasta: il Congresso come abbiamo detto ha il suo riferimento nelle caste protette, il Bjp nella casta dei Lingayats e lo <em>Janata Secular </em>nella casta Vokkaliga. Insomma anche nello stato dell’IT, la politica indiana si struttura ampiamente su linee e realtà di casta.</p>
<p>Chi vincerà allora questa competizione elettorale? I sondaggi tanto per cambiare sono discordanti: secondo un primo sondaggio, il partito del Congresso potrebbe nonostante tutto prendersi la maggioranza parlamentare con115-17 seggi contro appena 50-60 della destra nazionalista, e 23-53 dello <em>Janata Secular: </em>il partito scissionista KJP resterebbe secondo questa rilevazione a bocca asciutta!.</p>
<p>Secondo un secondo sondaggio, invece, il Congresso si prenderebbe solamente 95 seggi ben lontano quindi dalla maggioranza, contro gli 81 del Bjp, i 27 dello <em>Janata Secular </em>e gli 8 del KJP. In tal caso il Karnataka tornerebbe ad essere governato da una coalizione, ma sarebbe una coalizione guidata dal Congresso o una coalizione piuttosto complicata ma plausibile guidata ancora dalla destra? Agli elettori l’ardua sentenza! <em>(Fonti: Frontline, Outlook).</em></p>
<p style="text-align: center;"><span style="text-decoration: underline;"> </span></p>
<p style="text-align: center;"> </p>
<p style="text-align: center;"><span style="text-decoration: underline;">2.Il ‘Caso Cina-California’</span></p>
<p>b.IL CASO CINA-CALIFORNIA, NOTIZIE SU UN RAPPORTO MOLTO SPECIALE                      Nei giorni scorsi, una foltissima delegazione dello stato della California, guidata dal Governatore dello stato americano più avanzato, il Democratico Jerry Brown, è giunto nella Repubblica Popolare. Lo scopo, consolidare e rafforzare una cooperazione rilevante fra le due sponde del Pacifico. Una cooperazione che potrebbe essere esempio per le relazioni fra le due massime potenze del mondo del 21° secolo, Stati Uniti e Cina, ovviamente.</p>
<p>La delegazione californiana era composta non solo da alti funzionari dell’amministrazione Brown, ma anche da esponenti della business community, da imprenditori e managers. Il risultato? Miliardi e miliardi di dollari in contratti ed accordi sinocaliforniani. Ambiente, investimenti, infrastrutture, agricoltura, turismo, elettronico sono i settori e gli ambiti della cooperazione sinocaliforniana.</p>
<p>La relazione fra Cina e California, spiegano gli osservatori da Pechino, è una relazione di lungo periodo, la California è uno degli stati americani che ha ricevuto più immigrati dalla Cina. Attualmente la Cina è il terzo patner economico e commerciale per la California, e d’altra parte, la Cina è il ‘recipiente’ degli investimenti di miliardi di dollari delle corporations americane della California, Intel, Gap, HP.</p>
<p>Senza contare i rapporti fra istituzioni educative, cinesi e californiane, fra University of Southern California e Shanghai Jiaotong University. ‘Noi siamo totalmente aperti alla Cina’, ha confessato il Governatore Jerry Brown. Commercio e interscambio, investimenti in settori anche in alta tecnologia, sono i due pilastri dell’attuale cooperazione sinocaliforniana. Senza dimenticare gli scambi people-to-people. <em>(Fonte: China Daily).</em></p>
<p><em>c.IL CASO CINA-CALIFORNIA, ’’TRA EASTASIA E OCCIDENTE’’</em><em>                     Il caso California, è particolarmente interessante. Nei giorni scorsi, Federico Rampini ha spiegato con la consueta efficacia, come la politica economica e di bilancio del governatore Brown sia stata di gran lunga più efficace di quella (ideologicamente fondamentalistica e scientificamente poco fondata, secondo gli ultimi studi harwardiani!) dell’’austerità espansiva’, per la crescita e per la stessa stabilità dei conti pubblici. </em></p>
<p><em>Eppure fino a pochissimo tempo fa, la California appariva come uno stato profondamente in crisi dal lato finanziario e non da ora: nel 2001, il bilancio statale aveva un buco di 25 miliardi, oggi è in quasi pareggio, chissà perché?  La terapia liberale del Governatore (in estrema sintesi, tasse più alte per i ricchi, investimenti civili nelle infrastrutture più elevati) però stanno producendo effetti benefici.</em></p>
<p><em>La cooperazione con i cinesi sembra essere orientata in questo ambito. Essa favorisce e migliora ad esempio proprio la politica degli investimenti e consente l’apertura e il link con le aree più dinamiche del mondo, Asia orientale, Oceano Pacifico, America latina. Ma c’è dell’altro in questa cooperazione sinocaliforniana che meriterebbe un po’ di attenzione.</em></p>
<p><em>Uno,essa costituisce un modello per le relazioni sinoamericane, potremo dire che costituisce quasi un paradigma, per consentire alle due massime potenze del mondo, due nazioni-civiltà, di dialogare anche in termini di culture politiche e popolari. Gli scambi fra istituzioni educative, gli scambi tra popoli e giovani da questo punto di vista potrebbero essere importanti. Anzi importantissimi: gli scambi civili fra una società ricchissima di fermenti e di tendenze libertarie e una società pur ingabbiata dal sistema politico del Partito stato ma purtuttavia anch’essa ricchissima di fermenti e di mobilitazioni potrebbero portare a cambiamenti significativi anche in quel sistema politico a partito-stato.</em></p>
<p><em>Il fatto importante infatti per la cooperazione sinoamericana, più che dall’economia o dalla geopolitica, potrebbe arrivare proprio dal dialogo fra le civiltà: Usa e Cina sono non solo due grandi potenze, ma due grandi centri di civiltà politiche differenziate. O queste due grandi potenze dialogano tra di loro in termini di culture politiche e di massa, oppure anche la cooperazione strategica o economica incontra forti punti critici poiché le tendenze nazionaliste assertive possono sempre cercare di mobilitare con efficacia pezzi importanti delle rispettive opinioni pubbliche. </em></p>
<p><em>Ecco dunque un primo fattore importante di questo caso California.</em></p>
<p><em>Due,la cooperazione sinocaliforniana è molto interessante da un altro punto di vista: essa è fondata sulla relazioni fra territori e regioni economiche che favorisce legami, link, contatti al di là delle relazioni politiche al massimo livello. Il mondo del 21° secolo non è solamente un mondo di stati o di nazioni, ma anche un mondo di città, di regioni, di distretti, di municipi eccetera eccetera: la relazione Cina-California costituisce da questo punto di vista un caso importantissimo vista anche l’importanza di uno stato come la California.</em></p>
<p><em>Tre, infine, ma non ultimo fattore in ordine di importanza, la politica anzi il paradigma economico. La politica di Brown costituisce un cambio di paradigma di importanza pari alla politica di Shinzo Abe. Shinzo Abe è il primo ministro conservatore del Giappone, Jerry Brown, dall’altra parte dell’Oceano Pacifico, è un Governatore Democratico e liberale. Giappone e California sono entrambe democrazie pluralistiche pluripartitiche. Il fatto che su entrambe le sponde del Pacifico ci siano paesi ed economie governate diversamente quanto a colori partitici e ideologici, ma di approccio pragmatico, costituisce un fattore politico importante e un fattore di cultura politica potenzialmente eccezionale. </em></p>
<p><em>Jerry Brown e Shinzo Abe, molto differenti politicamente ma pragmatici i  economica: altro che i fondamentalismi dell’austerità espansiva o della deregolamentazione!!! </em><em>(C.L.).</em></p>
<p><em> </em></p>
<p style="text-align: center;"><em></em></p>
<p style="text-align: center;"><em><span style="text-decoration: underline;">3.’’Italia e Dintorni’’</span></em></p>
<p><em>d.’’L’ITALIA SPIEGATA AGLI ASIATICI’’: I 10 MILIARDI CHE MANCANO A LETTA</em><em>                       Rinvio per la rata dell’IMU di luglio, taglio dell’aumento dell’IVA, nuovi fondi per la Cassa integrazione guadagni., interventi per le famiglie numerose e per i giovani disoccupati. Il tutto in sei mesi. Il nuovo presidente del consiglio ha fatto un bel pacchetto di promesso per il ‘rilancio dell’economia’, via appunto riduzioni fiscali  ed aumento di spese per gli ammortizzatori sociali. Il tutto per un valore di almeno 10 miliardi di euro, tra trovare, come abbiamo detto poco fa, in sei mesi ovvero in metà dell’anno. Va tutto bene, ma la domanda sorge spontanea, a noi e a qualche esperto della Banca centrale: ma dove troveranno i soldi, governo e Tesoro, per finanziare queste riduzioni di tasse e questi incrementi di spesa? Si tratta di quasi un punto di Pil. Fare tagli di altre spese in così poco tempo? Oppure aumentare il disavanzo di bilancio oltre la fatidica soglia del 3 per cento?</em></p>
<p><em>Come potrebbe fare allora il nuovo presidente del consiglio? Sembrerebbe quasi che un governo debole, anzi debolissimo (con un unico vero punto di forza, il nuovo ministro degli esteri Emma Bonino), per cercare di darsi una qualche chance politica, si mette a fare promesse fiscali e di bilancio pubblico. Promesse mirabolanti e in linea con la propaganda elettorale dell’ex presidente del consiglio, leader del Pdl. Promesse però che non sembrerebbero suffragate dai numeri del bilancio statale.</em></p>
<p><em>Un bel problemino per il nuovo governo di alleanza Pd-Pdl-Scelte civica. Un bel problemino che conferma un dato politico di fondo, l’alleanza Pd-Pdl appare largamente inadeguata per il governo della drammatica crisi sociale del nostro paese. È d’altra parte come potrebbe essere il contrario? La Grande crisi come potrebbe essere ben governata da un accordo di forze politiche responsabili di quella medesima crisi, in particolare la destra berlusconiana? La cosa appare francamente non risolvibile. E infatti, il nuovo presidente del consiglio si ritrova a fare promesse per 10 miliardi di euro.</em></p>
<p><em>La verità vera è che l’accordo Pd-Pdl è talmente specioso e contronatura da aver reso necessario, per arrivarci, nell’ordine, la crisi politica del partito di maggioranza, il Pd, il percorso travagliatissimo per il Colle e infine la crisi istituzionale con la rielezione di Napolitano al Quirinale. Il tutto per un governo, quello Letta, debole nella struttura e nel programma, a parte come abbiamo detto prima per alcune personalità di spessore e di prestigio anche internazionale.</em></p>
<p><em>La verità vera è che la classe dirigente italiana non sembra avere alcuna idea forte per affrontare la drammatica recessione. L’unica via che sembra concepire è quella del ricorso  ‘antropologico’ all’Europa, per  un cambiamento profondo del paradigma economico del rigore dei conti. È vero che un tale cambiamento è indispensabile, (il rigore economico bene inquadrato e bene implementato deve essere appaiato con una seria politica della domanda Keynesiana per uscire dalla Grande crisi), ma possiamo realisticamente pensare che Berlino accetterà mai che a pagare i conti dello stato improduttivo italico siano i suoi risparmiatori e i suoi contribuenti? La risposta è facilissima. Ecco perché la posizione della classe dirigente italica ci pare piuttosto debole. </em></p>
<p><em>Che cosa accadrà quando, ad esempio, gli investitori internazionali ricominceranno a chiedersi se l’Italia con questa recessione gravissima, possa davvero ripagare il suo debito o se, più prosaicamente, quando gli investitori nipponici, ora dotati di enorme liquidità grazie alla BOJ, riposizionassero le loro scelte di portafoglio italiane? Oppure quando l’emergenza sociale italiana, l’occupazione mancante, riesplodesse ulteriormente? Insomma abbiamo l’impressione che, da qui a pochi mesi, la crisi italiana non sarà affatto governata adeguatamente. Se sarà così, allora possiamo prevedere anche che il governo Letta si troverà presto di fronte a sfide politiche molto molto serie. Se così fosse, questo nuovo governo, nonostante la ottima stampa di cui attualmente gode, si ritroverebbe in fortissime difficoltà. Ma allora quali ipotesi sono ipotizzabili per il futuro politico prossimo del nostro paese, se il governo Letta, messo in piedi a prezzo di una crisi politica e di una crisi istituzionale, nonostante tutto, fosse messo in gravi difficoltà? </em></p>
<p><em>Queste ipotesi Sono almeno tre. La prima potrebbe essere chiamata ‘Ipotesi Nightmare’, ipotesi dell’incubo: ovvero quella del ritorno del cavaliere al pieno controllo delle posizioni di potere magari a livello di Quirinale stavolta. Apparentemente i sondaggi favoriscono oggi l’ex presidente del consiglio: diciamo apparentemente perché a ben guardare, nelle ultime elezioni, in effetti, per la prima volta nella non brevissima storia repubblicana, le forze di destra e di ‘centro’ sono arrivate a poco più del 40 per cento. È la prima volta che codeste forze hanno avuto una tale sconfitta elettorale. È vero che non è la sinistra ad avvantaggiarsi di questo immane disastro elettorale di centro e destre, ma sta di fatto che per la prima volta codeste forze ‘moderate’ e ‘conservatrici’ sono così malmesse. E a ben guardare anche i recenti sondaggi mostrano un, non forte, incremento di intenzioni di voto per la destra berlusconiana con un analogo decremento di intenzioni di voto per il ‘centro’ montiano. Insomma se non è zuppa è pan bagnato. L’ex presidente del consiglio in questo quadro ci pare difficile che possa davvero vincere: difficile ma non impossibile. </em></p>
<p><em>La Seconda Ipotesi potremo definirla l’’Ipotesi Change Regime’: la crisi si aggrava, il sistema politico di governo non ce la fa più e Cinque Stelle rimane l’unica alternativa politicamente sostenibile. Ma ciò è plausibile? Cinque Stelle ha diversi problemi ‘di crescita’: in primo luogo ha un problema di formazione e di preparazione del proprio ceto dirigente. In Parlamento è arrivata molta ‘gente comune’, professionalmente preparata ma che deve impratichirsi delle procedure e delle pratiche della burocrazia centrale. In secondo luogo a nostro avviso Cinque Stelle deve evitare di presentarsi come ‘eccessivamente di sinistra’. Le elezioni in Friuli Venezia Giulia hanno mostrato come un pezzo di elettorato di Cinque Stelle non apprezzi un ruolo di ‘sinistra critica’ del movimento, una impostazione solamente alla Rodotà tanto per capirci. Insomma per evitare di veder ristretto il proprio bacino elettorale, Cinque Stelle, per dirla con sintesi giornalistica, dovrebbe affiancare a Rodotà e Zagrebelsky, anche un Zingales. Senza affrontare seriamente queste due contraddizioni, la preparazione della propria classe dirigente, e un ruolo politico non appiattito solo a sinistra, Cinque Stelle difficilmente potrà dare un contributo sostanzioso all’uscita dalla Grande crisi nazionale.</em></p>
<p><em>Ma c’è una terza ipotesi, ultima solamente in questo breve elenco, ma forse la più plausibile, l’’Ipotesi del Fiorentino’: Matteo Renzi, il sindaco di Firenze, ora ha la strada spianata nella conquista del suo partito, il Pd, ormai ridotto ad una ombra; ha una posizione del tutto esterna rispetto al governo Letta. E ciò lo pone in una condizione favorevole anche rispetto al cavaliere il quale avrà stavolta una qualche difficoltà a prendere le distanze dal governo in caso di quella crisi ulteriore di cui abbiamo prima parlato. Prevedibilmente Renzi per diventare un leader effettivo dovrebbe in qualche modo fare il ‘grillino’. Si potrebbe dire con una formuletta giornalistica, che il sindaco di Firenze dovrebbe diventare il leader dei ‘grillini’! Anzi si potrebbe dire che, e qui ritorniamo sul punto di forza del governo Letta, che forse la via di uscita politica dalla gravissima crisi del nostro paese potrebbe essere sull’asse Renzi-Bonino. Ma questa è solamente una nostra personalissima suggestione. Con la quale per ora ci fermiamo. (C.L.).</em></p>
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		<title>Viavai a Pechino: Hollande in Cina</title>
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		<pubDate>Mon, 29 Apr 2013 06:23:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>VIRGINIA</dc:creator>
				<category><![CDATA[Buongiorno Asia]]></category>

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		<description><![CDATA[Il Presidente francese è appena ripartito da pechino e nella capitale cinese sta per giungere il primo ministro israeliano. Un bel viavai!]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><span style="text-decoration: underline;">Good Morning Asia</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="text-decoration: underline;">29 aprile 2013</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="text-decoration: underline;">Sommario: </span><em>a.La Settimana 21-28 aprile</em></p>
<p style="text-align: center;"><em>b.EuroChina, ‘Abbiamo bisogno una dell’altra’</em></p>
<p style="text-align: center;"><em>c.Hollande in Cina, Tanti Accordi</em></p>
<p style="text-align: center;"><em>d.Hollande in Cina, ‘La Nota’</em></p>
<p style="text-align: center;"><em>e.Il Dragone in Medio Oriente, Cina-Israele</em></p>
<p style="text-align: center;"><em> </em></p>
<p style="text-align: center;"><span style="text-decoration: underline;">La Settimana </span><span style="text-decoration: underline;">21-18 aprile 2013</span></p>
<p>a.ANCORA TENSIONI IN ASIA NORDORIENTALE, DISASTRI IN ASIA MERIDIONALE      La settimana asiatica or ora terminata è stata scandita sostanzialmente da due fatti importanti: le rinnovate tensioni in Asia nordorientale e la catastrofe, l’ennesima catastrofe industriale-ambientale a Dacca, capitale del Bangladesh, in Asia del sud.</p>
<p>In Asia nordorientale stavolta si sono scontrati politicamente due alleati degli Usa, Giappone e Corea del sud. Alla base di tutto, ci sono le tensioni politiche di Tokio con gli altri paesi dell’area. Molti esponenti del nuovo governo conservatore di Shinzo Abe, ad iniziare dal suo vice, Taro Aso, si sono recati ad omaggiare lo storico santuario Shinto dove sono idealmente tenute le ceneri dei caduti in guerra. Ovvero dove ci sono anche le ceneri dei criminali di guerra di stampa nazista del regime militarista nipponico degli anni Trenta, che hanno condotto efferate guerre di aggressione e campagne di odio in Asia orientale, dalla Cina alla Corea passando per la Thailandia. Queste visite da sempre sono oggetto di rinnovate tensioni fra Tokio e i paesi, i governi, le pubbliche opinioni asiatiche.</p>
<p>Anche stavolta si è confermata questa regola: stavolta a protestare vivacemente è stata in particolare Seul. Il ministro degli esteri sudcoreano ha annullato una importante missione politica in Giappone, mentre la Cina ha subito ribadito la sua posizione sul revancismo nipponico e sulla delicatissima questione delle isole contese del Mar cinese orientale. Risultato: un acutizzarsi delle tensioni regionali.</p>
<p>A Dacca, infine, nuova catastrofe inbdustriale-ambientale in una fabbrica del settore tessile del Bangladesh: i morti si contano a centinaia. Sono poveri lavoratori dell’industria tessile che lavorano per subappaltatori di importanti marchi occidentali in condizioni semplicemente terribili, dal punto di vista economico ed ambientale. Il caso del Bangladesh è emblematico delle ‘contraddizioni’ e delle vergogne di un certo capitalismo pseudoliberistico in salsa occidentale. Ci ritorneremo presto!</p>
<p>Intanto un’ultimissima notizia: in chiusura di settimana, a Pechino, è giunto il presidente francese Francois Hollande.</p>
<p style="text-align: center;"> </p>
<p style="text-align: center;"><span style="text-decoration: underline;">1.EuroChina</span></p>
<p>b.’ABBIAMO BISOGNO UNA DELL’ALTRA’     ‘Cina ed Europa hanno bisogno una dell’altra’. Con queste parole, i cinesi hanno commentato il recente Forum dei partiti politici europei a Pechino, un organismo che consente di migliorare le relazioni a livello di partiti fra Europa e Repubblica Popolare. Ne fanno parte molte formazioni politiche di diverso orientamento, liberale, centrista, conservatore, di sinistra.</p>
<p>Quello che appare interessante, oltre il momento di confronto politico e di scambio culturale fra le due regioni del mondo, è l’analisi made in China, circa lo stato delle relazioni sinoeuropee. Un altro funzionario del Partito cinese, il viceresponsabile del Dipartimento internazionale del PCC, ha infatti ricordato un dato chiave: sia Eurolandia che la Repubblica Popolare stanno attraversando un particolarissimo periodo di trasformazione economica di fondo, ‘Cina ed Europa sono ad un punto critico di svolta delle rispettiva trasformazione economica’, scrive un commento made in China., ‘I metodi usati ovviamente provocano contraddizioni’, chiosa l’alto funzionario del Partito cinese.</p>
<p>Rimane un fatto incontrovertibile: la Cina è il secondo partner commerciale dell’Unione europea e l’Europa è il primo partner economico commerciale della Repubblica Popolare. E siamo solamente all’inizio: la leadership cinese conta di portare la ‘classe media cinese’ da 230 milioni di persone a ben 630 milioni nei prossimi anni. Un roba pazzesca in termini di potenziale mercato di sbocco di merci e servizi.</p>
<p>Ed Europlandia è in una posizione potenzialmente chiave per la conquista di questo immane mercato economico. Eurolandia, ma in particolare un paese di Eurolandia, la potenza di riferimento, la Repubblica Federale, ma questo è un discorso un pochino più complesso.</p>
<p>Per ora annotiamo che gli esponenti un po’ di tutti gli schieramenti politici europei, da Nuova Democrazia greca, al Partito comunista francese, passando per l’UMP francese e il Partito popolare spagnolo appaiono molto interessati alla cooperazione sinoeuropea. <em>(Fonte: China Daily. Agenzie di stampa internazionali).</em></p>
<p><em> </em></p>
<p>c.I TANTI ACCORDI DI HOLLANDE A PECHINO   Il più importante accordo siglato nella sua missione di due giorni nella capitale cinese, dal presidente francese riguarda uno dei colossi dell’industria strategica made in France e made in Europe, Airbus. Pechino e Parigi hanno siglato una intesa in base alla quale la Cina si prepara a comprare 60 aerei Airbus. Si tratta di una intesa imponente, del valore 8 miliardi di dollari e che conferma, dice un altissimo dirigente del gruppo industriale europeo, il ruolo globale di Airbus, che peraltro è la grande concorrente dell’industria aerospaziale americana. L’accordo su Airbus peraltro fa parte di un pacchetto di intese piuttosto vasto comprendente turismo, prodotti agricoli e ovviamente il nucleare civile.</p>
<p>L’accordo su Airbus segue la decisione delle autorità di Bruxelles circa l’applicazione degli schemi di emissioni di carbonio da parte degli aerei di linea: la Commissione europea ha deciso di consentire alle aviazioni non europee di non aderire pienamente allo schema predisposto da Bruxelles, il che ovviamente va incontro agli interessi di Cina e Stati Uniti.</p>
<p>Ultimissima notizia al margine: una parte significativa della costruzione degli aerei verrà effettuata in fabbriche cinesi a Tientsin. <em>(Fonti: Bbc online, China Daily).</em></p>
<p><em> </em></p>
<p><em>d.HOLLANDE IN CINA, ‘’LA NOTA’’         </em><em>La Francia, con questa missione del Presidente socialista Hollande, in questi mesi difficili anche per la sua economia, sta cercando di rafforzare e consolidare la sua storica relazione con la Repubblica Popolare. Ricordiamo che la Francia gollista fu una antesignana nel riconoscimento della realtà della Cina popolare, ma ieri Parigi era una potenza nucleare, membro del P5, i cinque paesi con diritto di veto al Palazzo di vetro, una delle potenze vincitrici della seconda guerra mondiale in un mondo ancora dominato da due superpotenze figlie in qualche modo della vecchia Europa, Usa ed Urss. </em></p>
<p><em>Oggigiorno stiamo iniziando a vivere anche dal punto di vista strategico, in una realtà profondamente diversa, un mondo ‘multipolare’, con una fortissima presenza di potenze extraoccidentali, la Cina, l’India, le nazioni africane, l’America latina come il Brasile o il Venezuela, l’Indonesia eccetera eccetera. Qui siamo di fronte a potenze-continenti ben diverse dalle tradizionali potenze del continente europee: praticamente una provincia o uno stato della Cina o dell’India corrispondono ad una potenza tradizionale della vecchia Europa per potenzialità, demografia, risorse umane e naturali. Siamo di fronte ad una realtà con potenze extraoccidentali, in un mondo senza più la consueta (per noi) ‘centralità’ occidentale e per giunta ad attori dal potenziale peso specifico ben maggiore di quello delle tradizionali potenze europee. Siamo in un mondo profondamente diverso.</em></p>
<p><em>In questo contesto, oltretutto in cambiamento dinamico, solamente una potenza europea sembra avere un disegno, un approccio, una politica degna di questo nome, la Repubblica Federale. Non è un caso che la Germania sia sempre di più e sempre più saldamente il punto di riferimento per le potenze BRICS. La Cina in testa. In questo contesto, che cosa può fare una media potenza regionale con una economia declinante, la Francia socialista di Hollande?</em></p>
<p><em>Può cercare di ‘darsi un contesto’, in primo luogo: può cioè cercare di ricordare il passato da grande potenza trattando con u nuovi attori non in modo paritario, ma comunque dandosi appunto ‘un contegno’. Può inoltre far fruttare i vecchi strumenti e le vecchie relazioni di potere mondiale, a esempio facendo contratti, appalti ed affari per fa ripartire bene l’economia nazionale. Hollande non casualmente ha siglato una serie imponente di contratti ed accordi, dall’aviazione civile al nucleare civile, con la Repubblica Popolare. Infine, l’Africa: la Francia rimane una grande attore nel continente africano e pensa probabilmente di poter ancora giocare una partita importante seppure non più così centrale come in un tempo non lontano. Parigi e Pechino potrebbero giocare qualche partita strategica comune o convergente in Africa?</em></p>
<p><em>Insomma Parigi ha nonostante tutto alcune importanti frecce nel suo arco strategico, ma ciò nonostante rimane la capitale di una media potenza regionale. Ma appunto il mondo del 21° secolo è molto diverso da quello della Guerra fredda o da quello del vecchio Concerto europeo: in questo nuovo mondo, solamente la Germania, pur con contraddizioni e punti critici, ha una qualche chances reale di influenza tra le tradizionali potenze europee. La Francia può alla fin fine giocare la partita seriamente solamente nel quadro dell’azione di Eurolandia. Anche la Germania a ben vedere, se vuole davvero sedersi al tavolo del potere globale alla pari di Usa, Cina e pochi altri, deve avere assieme con sé l’intera Eurolandia.</em></p>
<p><em>Solamente Eurolandia ha la massa critica, in  termini di demografia, risorse, mercato interno, capitali e formazione di risparmio, pari o comparabili con Cina, Stati Uniti, America latina. Fino a quando le maggiori capitali europee non ne prenderanno atto, conteranno poco alla fine fine in quel tavolo del potere globale. Non solo: la Cina potrà ‘giocare’ con ogni capitale prendendola una per una. Ciò dà alla Cina un maggior potere nell’immediato ma forse alla fin fine non favorisce neppure la strategia globale della Repubblica Popolare. </em></p>
<p><em>Alla fin fine, attenzione, (questo ovviamente è solamente una nostra personale congettura!) anche per la Cina potrebbe essere un fattore altamente positivo nel medio periodo avere una Europa unita, forte ed autonoma. Ma questo è decisamente un discorso di ‘medio periodo’!! (C.L.; Dalle Nostre Conversazioni!).</em></p>
<p><em> </em></p>
<p style="text-align: center;"> </p>
<p style="text-align: center;"><span style="text-decoration: underline;">2.Il Dragone in Medio Oriente</span></p>
<p>e.PECHINO, IN ARRIVO IL PRIMO MINISTRO DI ISRAELE                     Il primo ministro di Israele, B. Netanyahu, è in arrivo nella capitale cinese. L’inizio della missione è previsto per il 5 maggio. Sarà una missione interessante: il premier di Gerusalemme l’aveva rinviata per due volte suscitando una impressione negativa nella Repubblica Popolare, una volta a causa dei suoi impegni con la Comunità ebraica americana, un’altra volta per via delle tensioni e della crisi nella sua coalizione di governo. La Cina, insomma, si era vista un po’ messa da parte nell’agenda politica israeliana e ciò, ovviamente, non era stato particolarmente gradito a Pechino.</p>
<p>Ma a ben guardare, Pechino e Gerusalemme stanno iniziando una cooperazione potenzialmente interessante: il premier israeliano per ora ha in agenda due temi in particolare, il dossier nucleare iraniano e l’interscambio commerciale bilaterale. L’interscambio commerciale è molto in espansione: il commercio sinoisraeliano è già aumentato dagli 8 milioni di dollari del non lontano 1990, ai 5 miliardi e mezzo di dollari del 2010. L’intenzione di entrambi i governi è di arrivare a quota 10 miliardi di dollari. Intensificando le relazioni economiche. Un piccolo ma significativo esempio di questa emergente cooperazione fra Pechino e Gerusalemme riguarda il progetto di una linea ferroviaria ultramoderna fra golfo di Aqaba e la costa mediterranea di Israele. La Cina dovrebbe finanziare il progetto che consentirebbe ai cinesi di bypassare il canale di Suez, un obbiettivo strategico comunque interessante per la Repubblica Popolare.</p>
<p>Ma come abbiamo detto prima, al centro dei colloqui, ci sarà anche la Repubblica Islamica, e il suo dossier nucleare. La Cina è considerato uno dei più forti alleati di Teheran, ma come abbiamo annotato anche in queste brevi Note, le cose stanno cambiando rapidamente anche in Medio Oriente. La Cina negli ultimi tempi infatti ha stretto strettissimi rapporti con paesi come il Qatar, la Turchia ed anche l’Egitto della Fratellanza musulmana. Insomma negli ultimi tempi, Pechino ha ‘diluito’ la sua storica collaborazione con l’Iran in Medio Oriente, nel quadro di un assetto di relazioni e di partnership più differenziate. Ecco perché gli incontri cinesi del primo ministro israeliano potrebbero risultare oltremodo intriganti anche per le crisi mediorientali più dure da trattare. Vedremo, come si suol dire! <em>(Fonti: Times of Israel, People’s Daily).</em></p>
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		<title>Il progrom della Birmania</title>
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		<pubDate>Wed, 24 Apr 2013 13:06:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>VIRGINIA</dc:creator>
				<category><![CDATA[Buongiorno Asia]]></category>

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		<description><![CDATA[Progrom antimusulmani nella Birmania della riforma]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><span style="text-decoration: underline;">Good Morning Asia</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="text-decoration: underline;">24 aprile 2013</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="text-decoration: underline;">Sommario:</span><em> a,Birmania, I Progrom antimusulmani</em></p>
<p style="text-align: center;"><em>b.EastAsia, Le Nuove Tensioni</em></p>
<p style="text-align: center;"><em> </em></p>
<p style="text-align: center;"><strong><span style="text-decoration: underline;">Appuntamento con la prossima Nota</span></strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong><span style="text-decoration: underline;">A Lunedì 29 aprile. Buona Liberazione!</span></strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong><span style="text-decoration: underline;"> </span></strong></p>
<p style="text-align: center;"> </p>
<p style="text-align: center;"><span style="text-decoration: underline;">1.Dossier Myanmar</span></p>
<p>a.I PROGROM ANTIMUSULMANI DELLA BIRMANIA BUDDISTA                 Un video diffuso ieri da un autorevole media internazionale, la <em>Bbc, </em>mostra alcune delle violenze perpetrate da militanti buddisti contro negozi, attività economiche, case private di cittadini birmani di religione musulmana a Meiktila: nel video si vedono attivisti che bruciano negozi e danno fuoco ad abitazioni private. I morti tra la comunità musulmana si sono contati a decine e decine, secondo alcuni osservatori, a centinaia. Proprio mentre ormai anche a livello di pubblica opinione internazionale si discute sulla condizione delle minoranze nella Birmania della transizione politica, le autorità di Bruxelles stanno decidendo di eliminare le sanzioni internazionali imposte dall’Unione europea contro il regime militare. Ovviamente non mancano gli osservatori che si chiedono se non sarebbe il caso di soprassedere all’eliminazione di quelle sanzioni di fronte al ‘mancato rispetto’ dei diritti dei cittadini e delle minoranze che si è manifestato in queste settimane in Birmania.</p>
<p>Ovviamente sarà piuttosto interessante, nel futuro prossimo venturo, capire la reazione della Comunità internazionale a queste efferate violenze contro i musulmani, ma per intanto è comunque importante capire quello che sta accadendo nel Myanmar o Birmania, in teoria in viaggio verso la transizione politica ‘democratica’. Ed allora che cosa sta accadendo in questo paese pervaso da una profonda religiosità di matrice buddista?</p>
<p>La situazione appare agghiacciante: i morti nelle ultime settimane, in questa parte della Birmania, morti ad opera di attivisti ‘radicali’, contro cittadini di religione musulmana, sarebbero 43, le persone colpite da azioni di violenza sarebbero 12mila. Se i numeri sono questi, siamo di fronte ad un progrom organizzato contro la locale comunità musulmana. Un ruolo chiave in questa campagna aggressiva, secondo alcuni osservatori, è quello dei ‘Movimento 969’, una organizzazione ‘radicale’ nazionalista birmana, ma molti osservatori hanno forti sospetti rispetto al ruolo che avrebbe il governo centrale nel ‘coprire’ le attività di questi attivisti ‘radicali’.</p>
<p>‘Tutto questo – scrive ad esempio uno di questi osservatori, un blogger birmano che vive e studia a Londra – tutta questa campagna di violenza, non sarebbe stata possibile senza tre fattori: uno, il ruolo dello Stato nell’offrire impunità ai buddisti ‘’neonazisti’’ (Nb. L’osservatore in questione definisce esattamente con queste parole, i militanti delle organizzazioni nazionaliste radicali implicate nei progrom e nelle campagne di aggressione!); due, l’inazione del Presidente della Repubblica, di fronte alle operazioni di pulizia etnica contro la comunità musulmana; tre, la ‘’bancarotta morale’’ (Nb: è sempre il medesimo osservatore ad usare questi precisi termini…!) della leader dell’opposizione birmana, Aung San Suu-kyi.</p>
<p>Il ‘movimento’ nazionalista radicale ha una chiarissima matrice buddista: la sua ideologia collega nazionalismo birmano e fondamentalismo buddista in un miscuglio politico pericolosissimo e che ha purtroppo molti precedenti nell’Asia meridionale e sudorientale, basta pensare alle vicende dello Sri Lanka e del ‘suo’ nazionalismo ‘sinhala’, radicale e fondamentalista con una forte matrice buddista. L’obbiettivo, la ragion d’essere di questi movimento è la ‘purezza etnica e religiosa’, con  linguaggi e metodi che ricordano molto, scrivono gli osservatori, i nazionalsocialisti tedeschi di Hitler. Tanti sono i fattori alla base del movimento nazionalista e buddista radicale.</p>
<p>In primo luogo vi è la formuletta ‘magica’, la lotta contro i musulmani, con la quale predicatori e militanti estremisti danno una qualche ‘sicurezza psicologica’ alle popolazioni di cultura birmana colpite da crisi sociale ed economica, o che vedono andare avanti i cittadini di religione musulmana. Si tratta insomma, secondo questi osservatori, di un processo molto caratteristico nei paesi in crisi e in transizione, di fronte a situazione economicosociali di particolare sofferenza. In tali contesti sociali, in paesi spaccati, con una maggioranza sociale a disagio e che vede perdere le sue, poche, garanzie politiche, può accadere che movimenti ‘radicali’ particolarmente estremisti usino un miscuglio di nazionalismo e di confessionalismo per inventare ‘capri espiatori’ per le fasce sociali in crisi.</p>
<p>Ma ovviamente c’è dell’altro, i fattori socioeconomici sono importantissimi ma non abbastano: ci sono di mezzo i fattori politici. C’è di mezzo il ruolo che istituzioni ed apparati dello stato birmano, storicamente, hanno avuto nella costruzione e nella crescita del nazionalismo radicale di impronta razzista e di convulsione buddista. Istituzioni, apparati, ambienti di potere del regime birmano nel corso non di questi ultimi mesi, ma nel corso di anni e decenni di storia del Myanmar, hanno spessissimo usato il nazionalismo buddista radicale e militante per darsi una patina di legittimazione politica. Ora quegli apparati continuano a coprire le campagne di odio e quell’ideologia si allarga e legittima movimenti ‘radicali’.</p>
<p>Il risultato? Questi progrom, che forse presentano un forte interesse politico per alcuni potenti settori del regime birmano. Intendono con questi progrom dimostrare la necessità di istituzioni autoritarie anche nel periodo della transizione politica? O viceversa, questi progrom servono proprio alle tendenze ‘riformatrici’ per mantenere un consenso rilevante anche in presenza della crisi del regime? Le interpretazioni plausibili sono tante, quello che appare evidente è che la Birmania della transizione vive una stagione politica molto meno lineare di quella che vorrebbero alcuni superficiali osservatori ‘all’occidentale’. <em>(Fonti: Bbc online, Atimes)</em></p>
<p><em> </em></p>
<p style="text-align: center;"> </p>
<p style="text-align: center;"><span style="text-decoration: underline;">2.EastAsia</span></p>
<p>b.NUOVA TENSIONI IN ASIA NORDORIENTALE     Nuove tensioni in Asia nordorientale. Tra Giappone e Cina e fra Giappone e Corea del sud. Ieri, il primo ministro conservatore di Tokio, Shinzo Abe, parlando in Parlamento, ha avvertito Pechino da non ‘forzare’ per quanto riguarda le isole contese del Mar cinese orientale. L’avvertimento riguardava la possibilità che alcune navi cinesi potessero entrare, nei prossimi giorni, nelle acque delle isole disputate. Si tratta di una flottiglia di otto navi battenti bandiera cinese che si sta avvicinando alle isole del Mar cinese orientale. Proprio mentre si sta avvicinando anche una flottiglia di navi giapponesi. Abe ha detto che Tokio potrebbe reagire ‘con la forza’.</p>
<p>Si tratta del ‘messaggio’ più ‘forte’ ma recapitato a Pechino da Tokio, da quando Shinzo Abe ha assunto il potere nella capitale giapponese. Dunque le tensioni ritornano attorno alle isole contese, ma Shinzo Abe deve vedersela non solo con la Cina. Nella regione, altre capitali sono in posizione di contestazione contro Tokio: come abbiamo dato conto ieri, ad esempio, la Corea del sud, alleato chiave degli Usa, ha duramente commentato le visite di numerosi esponenti del governo Abe al controverso santuario Shinto che racchiude idealmente le anime dei morti in guerra, criminali di stampo nazista compresi. In queste poche settimane di attività del governo Abe, molti ministri ed esponenti politici del Partito liberaldemocratico al potere, si sono recati al santuario, dal ministro degli interni al viceprimo ministro.</p>
<p>Ciò ha fatto letteralmente infuriare il governo sudcoreano, il cui ministro degli esteri ha immediatamente disdetto una missione ufficiale nella capitale giapponese. Era una missione importante, costituendo di fatto la prima presa di contatto ai massimi livelli fra Tokio e Seul, dopo il cambio i amministrazioni in entrambi le capitali a cavallo dell’anno nuovo. Ma evidentemente queste continue visite al Santuario non sono minimamente gradite, per quello che significano a livello simbolico e politico, né alla Cina e neppure alla Corea del sud.</p>
<p>E infatti anche la Cina ha protestato contro queste visite. E comunque la dura presa di posizione di Seul conferma l’asse geopolitico emergente fra la Repubblica Popolare e l’alleato strategico chiave degli Usa nella regione, appunto la Corea del sud. Morale: da una parte c’è una riacutizzazione delle tensioni sinogiapponesi, dall’altra parte ci sono rinnovate tensioni fra Giappone e Corea del sud. <em>(Fonti: Bbc online.China Daily).</em></p>
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		<title>Cina, economia in trasformazione</title>
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		<pubDate>Tue, 23 Apr 2013 07:23:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>VIRGINIA</dc:creator>
				<category><![CDATA[Buongiorno Asia]]></category>

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		<description><![CDATA[Come sta cambiando l'economia cinese? Come sta cambiando l'assetto economico e quindi geopolitico internazionale?]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><span style="text-decoration: underline;">Good Morning Asia</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="text-decoration: underline;">22-23 aprile 2013</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="text-decoration: underline;">Sommario: </span><em>a.La Settimana 14-21 aprile 2013</em></p>
<p style="text-align: center;"><em>b.EastAsia, Tensione Seul-Tokiio</em></p>
<p style="text-align: center;"><em>c.Cina, Il sistema finanziario di Pechino</em></p>
<p style="text-align: center;"><em>d.’Il Punto’, Ri-allineamenti Monetari e Geopolitici</em></p>
<p style="text-align: center;"><em>e/f.Due Note sull’Italia </em></p>
<p style="text-align: center;"><em> </em></p>
<p style="text-align: center;"><span style="text-decoration: underline;">La Settimana </span><span style="text-decoration: underline;">14-21 aprile</span></p>
<p>a.LA CINA, UNA ECONOMIA IN TRASFORMAZIONE   La notizia asiatica più rilevante, nella settimana scorsa, ci è giunta, ancora una volta, dalla seconda potenza mondiale, la Repubblica Popolare. E ha riguardato la sua economia: il tasso di crescita del Pil cinese si è fermato, nell’ultimo trimestre, ad ‘appena’ il 7,7 per cento. Qualche decimale di percentuale, meno 0,3 per cento, per essere precisi, in meno rispetto alle previsioni e alle stime ufficiali del governo di Pechino.</p>
<p>Siamo di fronte ad un rallentamento preoccupante? Di per sé, decisamente no: l’economia cinese continua ad essere una delle economie con migliori performance al mondo, ma essa continua comunque a rimanere una economia, e una società, piena zeppa di contraddizioni.  Come mai l’economia di Pechino ha registrato questo rallentamento relativo? Alcuni osservatori hanno insistito su alcuni punti critici della struttura economica e finanziaria cinese, l’indebitamento dei governi locali, oppure la natura del cd sistema finanziario ombra; altri osservatori, in modo forse più preciso, hanno invece messo l’accento sui cambiamenti in corso nel sistema economica della Repubblica Popolare ad opera dell’azione di trasformazione delle stesse autorità cinesi, il cd ‘ri-bilanciamento’ dell’economia cinese. La questione è delicata e assai importante. Alla fin fine, il futuro stesso dell’economia globale e degli assetti del nostro Occidente, grazie alla ‘rivoluzione conservatrice’ di Reagan e della Thatcher, è nelle mani ormai del Partito stato cinese.</p>
<p><span style="text-decoration: underline;">1.EastAsia, SouthKorea/Giappone</span></p>
<p>b.TENSIONE SEUL-TOKIO                   Il ministro degli esteri della Corea del sud ha annullato una missione ufficiale a Tokio, una missione ufficiale importante i tempi di crisi con la Corea del nord. Ma nonostante la serietà della situazione politica nella penisola coreana, l’alto esponente dell’amministrazione sudcoreana ha deciso l’annullamento della sua visita nipponica a causa di una scelta, simbolica ma importante, di alcuni esponenti del governo conservatore in carica nel Sol levante.</p>
<p>In questi giorni, infatti, il primo ministro Shinzo Abe, pur non visitando il controverso santuario Shinto Yasukuni (dopo idealmente sono ‘venerati’ i resti dei caduti in guerra, compresi i criminali di stampo nazista della seconda guerra mondiale), ha comunque effettuato una ‘offerta rituale’. Alcuni esponenti del governo, un ministro di gabinetto e il caposegreteria del governo, hanno comunque visitato a tutti gli effetti il controverso santuario.</p>
<p>La Corea del sud, assieme alla Cina ed ad altri paesi del sud est asiatico, è una delle nazioni che più hanno sofferto le immani atrocità delle guerre di aggressione giappoonesi, atrocità come lo ‘stupro di Nanchino’: in questi mesi, anche a Seul, vi è un forte sentimento antinipponico. Morale, di fronte alle iniziative nazionalistiche del governo di Tokio, il ministro degli esteri di Seul ha preso le sue contromisure, il che ovviamente non depone a favore delle relazioni fra i due alleati chiave degli Stati Uniti nella regione. <em>(Fonte; Bbc  online)</em></p>
<p><span style="text-decoration: underline;"> </span></p>
<p style="text-align: center;"> </p>
<p style="text-align: center;"><span style="text-decoration: underline;">2.Il BuonGiornoCina<em> </em></span></p>
<p><em>c.’’CINA, UNA NOSTRA ANALISI’’: UNA ECONOMIA IN FASE DI TRASFORMAZIONE</em><em>                         L’economia cinese, ovvero la più importante economia emergente del mondo, ha iniziato una importantissima fase di trasformazione. Una trasformazione che dovrebbe cambiarla in modo significativo, ancora una volta; una trasformazione che comporterà, ovviamente, contraddizioni e problemi rilevanti. Riguardanti economia reale e settore finanziario.</em></p>
<p><em>I numeri del Pil degli ultimissimi mesi riflettono questa situazione molto delicata: l’economia cinese non è aumentata secondo le previsioni. Siamo sempre al più 7,7 per cento, una percentuale quindi di tutto rispetto anche secondo gli standard delle economie emergenti, ma comunque un dato inferiore alle attese.</em></p>
<p><em>L’economia cinese, dicono gli osservatori, sta iniziando un percorso di ‘ri-bilanciamento’: le autorità stanno cercando di consolidare ed allargare il mercato interno e di ridefinire le priorità degli investimenti civili, cercando di favorire una nuova struttura economica meno legata agli andamenti delle esportazioni. Stanno, appunto, cercando di ‘ri-bilanciare’ l’economia cinese. Questo processo di trasformazione implica ovviamente cambiamenti anche rilevantissimi nella struttura economica e sociale e quindi provoca andamenti ‘oscillanti’ quanto a tassi di crescita del Pil.</em></p>
<p><em>Questa trasformazione economica reale si lega poi alle contraddizioni del sistema finanziario. Un po’ di chiarezza, in primissimo luogo: recentemente una delle tre Sorelle del Rating all’occidentale, Fitch ha declassato i titoli cinesi. Non è una decisione che comporta problemi per Pechino anche perché, a ben guardare, le scelte delle agenzie di rating all’occidentale sono piuttosto opinabili. E d’altra parte anche il recentissimo pezzo del Financial Times circa la possibilità che il debito dei governi locali ‘vada fuori controllo’, ha aspetti opinabili e d’altro canto lo stesso autorevole giornale finanziario anglosassone è piuttosto ‘problematico’ al riguardo.</em></p>
<p><em>Esistono evidentemente problemi e contraddizioni nel sistema finanziario cinese. Per i debiti dei governi locali e per il cd sistema finanziario ombra. Ma la Cina ha rilevantissime risorse per governare efficacemente codesti problemi e contraddizioni. </em></p>
<p><em>Punto Uno. Un indebitamento dei governi locali pari ad una percentuale del Pil tra il 20 e il 40 per cento non  appare insostenibile, francamente. Oltretutto non si tratta di un indebitamento improduttivo, alle sue spalle ci sono infrastrutture, opere pubbliche, attività economiche (oltre ovviamente a opere inutili, progetti faraonici e corruzione). Ma c’è un’altra questione da comprendere: mentre il debito del settore immobiliare americano era direttamente sulle spalle dei consumatori e aveva una dinamica pericolosissima a causa dei meccanismi dei prodotti finanziari fuori controllo, in Cina non c’è nulla di tutto ciò: in particolare la spesa delle famiglie non è legata alle dinamiche né delle bolle immobiliari né all’indebitamento dei governi locali. Quindi ci sono sicuramente motivi di criticità, ma non pare ci siano le condizioni per uno sfracello all’americana. </em></p>
<p><em>Punto Due, ci sono poi altri fattori che giocano potentemente quando si parla della finanza cinese, il fattore riserve e il fattore risparmi. La Cina possiede gigantesche riserve monetarie e di metalli preziosi che le consentono di rimettere a posto, rapidamente, eventuali buchi del sistema finanziario domestico. Non solo: i cinesi sono alquanto risparmiosi e la capacità di generare risparmio dell’economia cinese è mostruosa, dalchè si ricava che la Cina non solo possiede grandi riserve finanziarie ma che ha anche una enorme capacitò di formazione di risparmio e di capitali a disposizione. Il che non è proprio secondario per potere affrontare contraddizioni finanziarie.</em></p>
<p><em>Se voi leggete i numeri del debito pubblico e del debito privato, ad esempio tanto per rimanere a Londra e dintorni, della Gran Bretagna e dei cittadini inglesi possono venire i brividi, ma quando si parla del sistema finanziario britannico, è indispensabile sempre tenere conto degli enormi asset finanziari e reali in capo al capitale privato e pubblico inglese nel Regno Uniti e nell’ex immenso Impero britannico, ed allora i brividi vengono un po’ meno. Se ciò vale per l’iperindebitata Inghilterra, figuriamoci come sta la risparmiosa Cina!</em></p>
<p><em>Punto Tre. La Cina infatti non solo è il gigante capitalistico finanziario prossimo venturo. Essa ha anche una moneta non convertibile, quindi manovrabile con una certa flessibilità con politiche di carattere amministrativo. Ciò, può piacere o non piacere, dà a Pechino un grande spazio di azione per controllare le contraddizioni finanziarie. </em></p>
<p><em>Morale: la Cina sicuramente ha grossi punti critici nel sistema finanziario ma codesti punti critici dovrebbero essere controllabili. Essi in sostanza sono identificabili i tre deficit: deficit di trasparenza, non si sanno i numeri chiari (questo come è noto non è un privilegio del sistema cinese….), deficit di governance e deficit di innovazione, la Cina non controlla ancora gli strumenti finanziari moderni a dovere.</em></p>
<p><em>Morale: la Cina può governare efficacemente questi punti critici, anche fortemente critici del proprio sistema finanziario. Ma come abbiamo detto codesti punti critici sono intrecciati con le vicende dell’economia reale, con il grande processo di trasformazione del quale i dati del Pil sono un piccolo sintomo statistico. </em></p>
<p><em>Questo intreccio contraddizioni e debolezze del sistema finanziario/processo di trasformazione reale costituisce una sfida immane per le autorità di Pechino. Come dicevamo, è improbabile un crash all’americana, ma i problemi sono comunque immani visto anche il carattere continentale dell’economia e della società civile cinese. (C.L.).</em></p>
<p><em> </em></p>
<p style="text-align: center;"><em></em></p>
<p style="text-align: center;"><em><span style="text-decoration: underline;">3.’’La Grande Crisi. Il Punto’’</span></em></p>
<p><em>d.RI-ALLINEAMENTI VALUTARI E RI-ALLINEAMENTI GEOPOLITICI , BREVI ANNOTAZIONI</em><em>                  ‘Il Giappone non sta ai patti’: il membro tedesco del board della BCE, alcuni giorni or sono, ha parlato chiaro al giornale finanziario di New York. La Germania non gradisce affatto il recente cambio di paradigma della politica economica del nuovo governo conservatore di Tokio, quello di Shinzo Abe, leader del Partito liberaldemocratico. Qui abbiamo parlato spesso di questo importante cambio di paradigma economico, un cambio che di fatto getta alle ortiche pseudoliberismi, fondamentalismi ideologici, politiche dell’’austerità espansiva’. Ma qui in gioco non ci sono ‘semplicemente’ questioni intellettuali o di dottrina economica, qui in gioco ci sono letteralmente gli assetti del mondo prossimo venturo.</em></p>
<p><em>Tokio con il cambio della sua politica economica e monetaria, con l’approccio monetario non convenzionale del nuovo governatore della BOJ, Karoda, ha dato una spinta poderosa alla svalutazione della moneta nazionale, lo yen. Lo yen si sta profondamente indebolendo e ciò ha precise conseguenze sugli assetti mondiali, ciò cambia appunto i ‘patti’ sottoscritti e gli equilibri che si cercava di disegnare. Ma che cosa significa ciò? Significa che il cambiamento del mondo sta accelerando profondamente: le scelte di Tokio stanno dando benzina a questo cambiamento. Cerchiamo di capirci qualcosa.</em></p>
<p><em>Prima di tutto dobbiamo fare una comparazione storica con il periodo storico che in molte cose assomiglia all’attuale epoca storica, gli Anni Venti e Trenta del Novecento, l’epoca della Grande Depressione. Allora, in quei decenni di Grande Crisi, i governi attuarono prima dure politiche di svalutazioni competitive, e poi letali politiche di protezionismo commerciali. Svalutazioni competitive aggressive e protezionismi doganali e commerciali crearono le condizioni per il collasso dell’economia mondiale e poi per la successiva guerra mondiale. Potremo dire che con le svalutazioni aggressive e con i protezionismi commerciali, la Grande Crisi divenne l’ennesima Grande Guerra dell’Occidente.</em></p>
<p><em>Allora, negli anni Venti e Trenta, il sistema economico e geopolitico internazionale si spaccò drasticamente: tutti i paesi allora erano duramente colpiti dalla crisi economica, dalla Depressione. Per cercare di uscirne, iniziarono a colpirsi uno contro l’altro, fino poi ad arrivare alla formazione di due grandi coalizioni di grandi potenze che si combatterono nella seconda guerra mondiale. Tutte le economie, allora, erano ugualmente colpite dalla Depressione, i governi cercarono dapprima di mantenersi legati all’ortodossia dogmatica dell’epoca, la parità aurea (l’omologo di quelle che oggi ci chiamano politiche di austerità espansiva, dal punto di vista politico), poi scelsero la via delle svalutazioni competitive ed aggressive e delle protezionismi commerciali. Tutti i paesi erano colpiti dalla Depressione.</em></p>
<p><em>Oggi la situazione appare ben diversa: ci sono alcuni paesi, alcune economie, duramente colpiti dalla Grande Crisi, altri paesi già colpiti dalla Recessione che cercano di uscirne con politiche effettivamente espansive, altri paesi ancora continuano con crescite molto significative. I paesi avanzati sono presi dalla recessione, o sono stati presi dalla recessione, sono caratterizzati da crisi sociale e indebitamento finanziario; i paesi emergenti invece continuano ad emergere, anzi in termini relativi ed anche assoluti, si stanno affermando come nuovo motore dell’economia globale, a cominciare ovviamente dalla Cina ma non solo. Oggi ci sono due insieme di paesi e di economie, quelli in Grande Crisi, e quelli in Crescita, con ulteriori differenziazioni all’interno. Negli anni Venti-Trenta tutti erano ugualmente in crisi, oggi alcuni paesi crescono mentre altri devono riconvertirsi.</em></p>
<p><em>I paesi avanzati sono in recessione o in una ripresa debole, e allo stesso tempo devono vedersela con grossi indebitamenti finanziari. Questo doppio aspetto è molto rilevante, sul piano economico ovviamente, e sul piano geopolitico. Le politiche di rigore e quelle di svalutazione, infatti, significano politicamente parlando, la ‘svalutazione politica’ delle posizioni di quei paesi. Il Giappone ha deciso di andare avanti speditamente sulla via della svalutazione monetaria aggressiva, mentre gli Stati Uniti da tempo vedono positivamente una svalutazione meno aggressiva ma comunque rilevante del dollaro. Ciò lascia Eurolandia da sola, tra le grandi aree economiche avanzate, con una moneta forte. E ciò sta mettendo molto in crisi Eurolandia stessa, con la Germania in difficoltà come dicono anche le ultime previsioni riguardanti la Repubblica Federale. Ma tutto ciò producono precise conseguenze geopolitiche da esaminare un po’ meglio.</em></p>
<p><em>Nell’insieme dei paesi avanzati, come abbiamo detto, c’è il conflitto fra Usa e Europa da una parte e Giappone dall’altra. Potenti lobby industriali americane sono fieramente contrarie alle politiche di Tokio, la Germania è pesantemente contrapposta come spiegava il membro tedesco del board della BCE. Dunque i paesi avanzati si trovano spaccati.</em></p>
<p><em>Anche nel gruppo dei paesi emergenti ci sono differenze: la Cina è sottoposta ad una pressione di rivalutazione della propria moneta nazionale. La quale però non essendo pienamente convertibile può resistere efficacemente nel breve periodo a quelle pressioni. Le altre economie emergenti invece hanno monete convertibili sebbene in alcuni casi esse sono comunque fortemente manipolate dalle rispettive autorità politiche. </em></p>
<p><em>Morale: tra i paesi avanzati, troviamo Stati Uniti ed ancora di più Eurolandia contro il Giappone; tra i paesi emergenti, troviamo la Cina che può resistere alle politiche nipponiche, India, Brasile, Sudafrica che sono più in difficoltà. Si spacca il sistema di alleanze americano, mentre la Cina può allargare il suo sistema di alleanze, le altre potenze emergenti tendono a mettersi sotto l’ombrello dello yuan cinese che sta infatti accrescendo il suo ruolo, mentre l’Europa tende a convergere con la Cina ‘contro’ il Giappone. Gli Stati Uniti hanno anch’essi una forte convergenza con la Cina rispetto al Giappone.</em></p>
<p><em>Il ri-allineamento valutario comporta quindi un grande ri-allineamento geopolitico, per ora a favore della Cina e di una qualche Cooperazione sinoamericana. Per ora. Non solo: questo sistema globale comprendente paesi in crisi, in recessione o in ripresa ancora debole, e paesi emergenti in crescita, pur tra contraddizioni, non si comporta come il sistema mondiale fra le due guerre mondiali: non si frantuma ma si riorganizza, economicamente e politicamente. Riuscirà a riorganizzarsi senza conflitti militari seri? Forse, anzi probabilmente si, grazie proprio a queste differenze fra potenze avanzate e potenze emergenti. Anche se comunque bisogna stare bene attenti alle risposte dei singoli sistemi politici reali di fronte alla Grande Crisi. Ma di questo parleremo in altre Note. Per ora arrivederci! (C.L.).</em></p>
<p><em> </em></p>
<p style="text-align: center;"><em></em></p>
<p style="text-align: center;"><em><span style="text-decoration: underline;">4.’’Eurolandia e Dintorni’’</span></em></p>
<p><em>e.’’L’ITALIA SPIEGATA AGLI ASIATICI’’: QUALCHE OSSERVAZIONE AL MARGINE DEL NAPOLITANO BIS</em><em>                     Il Parlamento, allargato, ha alfine designato il nuovo Capo dello Stato: è quello uscente, Giorgio Napolitano. Che ieri ha fatto il suo secondo discorso di insediamento per il suo secondo mandato al Colle. Una cosa mai accaduta nel pur non brevissima storia della Repubblica. Ma che sta accadendo dalle parti di Roma? Cerchiamo di spiegarci con alcune brevi osservazioni.</em></p>
<p><em>IL PD SUL VULCANO      Affermare che i comportamenti del Pd siano frutto di un suo ‘infantilismo’ ci pare non solo un inutile accanimento argomentativo, ma anche una analisi superficiale e sbagliata. Il Pd è evidentemente in preda ad una crisi gravissima, ma ciò non è frutto di pretesi ‘infantilismi’, ma ahinoi, di processi economici e politici un pochino delicati. </em></p>
<p><em>Il Pd si ritrova suo malgrado esattamente sopra l’eruzione di un vulcano, il vulcano della tremenda crisi economica e sociale del nostro paese. Una crisi indotta da venti anni di stagnazione perfetta ed ora avvitata da una agenda economica con troppo errori, l’agenda Monti. Il Pd si ritrova sopra l’eruzione del vulcano senza avere opzioni per uscire, sballottato come è tra una riconferma fideistica e quasi al confine dell’irrazionalismo sciamanico, dell’agenda recessiva montiana, e la proposta di una agenda alla Fassina. Sballottato fra Scilla e Cariddi, il Pd non è stato capace di elaborare programmi adeguati in campagna elettorale, e infatti ‘non ha vinto’, e ha continuato dopo la fine della campagna, a fare cilecca con i risultati che vediamo. Non si tratta di questioni di poca importanza: si tratta di scelte tra una politica economica fallita, quella montiana, e una politica economica inadeguata, quella fassiniana. Il Pd appare incapace di innovare. Di sicuro, imporre al Pd una linea economica neomontiana, con aggiunte giavazziane, appare semplicemente suicida per il Pd, pensare di mettere assieme agenda Monti con una agenda Fassina-Brunetta, appare poi una roba alla Fantozzi. Questo è il primo fattore della crisi politica del Pd., una robetta piuttosto seria, ci pare.</em></p>
<p><em>LA FRATTURA IPERIDEOLOGICA    Un secondo fattore è di carattere politico: il sistema politico della Seconda repubblica è stato costruito su una frattura molto ideologica sinistra/destra. Per legittimare quel sistema politico su quella frattura, si è esasperato ideologicamente il confronto politico destra/sinistra sull’asse berlusconismo-antiberlusconismo. Debolezza della legittimazione del sistema politico istituzionale, debolezza dei partiti politici e della loro capacità di tenere assieme ceti e strati sociali e di aggregare efficacemente domande differenziate, hanno imposto ai partiti di esasperare le rispettive formule ideologiche in nome della lotta senza quartiere al ‘nemico’ politico. E mentre si facevano fieri scontri senza quartiere sopra il tavolo, sotto il tavolo, il sistema politico reale tesseva inciuci compromissori senza fine tutti a danno degli interessi collettivi. Pensare di fare un accordo Pd-Pdl con questo sistema politico era ed è semplicemente sbagliato.</em></p>
<p><em>L’ACCORDO CONTRONATURA              E infatti che sta accadendo? Una cosa semplice: per riuscire a fare l’accordo Pd-Pdl (che incautamente e improvvidamente viene definito ‘larghe intese’…) si è terremotato il Pd, si è terremotato il sistema politico ed ora si è terremotato il sistema istituzionale fino al Quirinale. È evidente, di fronte a cotanto disastro, la crisi del Pd, il collasso del sistema istituzionale provato dalla riconferma del Presidente uscente, che la formula Pd-Pdl è così tanto contronatura da aver bisogno di un tale disastro per riuscire faticosamente ad emergere. Ed ancora non è finita, a conferma ulteriore del carattere contronatura.</em></p>
<p><em>Chi dice, d’altra parte, che in Europa si fa così, sbaglia probabilmente npon sapendo neppure di sbagliare: in Europa, in Germania o in Olanda, si fanno gross-koalition, ma lì ci sono i partiti socialdemocratici e i partiti cristianodemocratici. Di grazia dove sono socialdemocratici e cristianodemocratici, o financo i liberalprogressisti o i liberlaconservatori in Italia? Ed allora di che cosa parlano costoro?</em></p>
<p><em>E difatti per cercare di avere l’agognato accordo contronatura, il Presidente della Repubblica è dovuto diventare capo dello stato-capo del governo in un colpo solo. Questo infatti è il senso politicoistituzionale del discorso di insediamento. Ed è anche il segno del fallimento di un sistema politico e di classi dirigenti di potere. (C.L.).</em></p>
<p><em> </em></p>
<p><em>f.’’PER UNA CRITICA DELL’IDEOLOGIA’’: L’ULTIMO EDITORIALE DI UN PROFESSORE</em><em>                Oggi ci sia consentito, nella nostra pochezza intellettuale, di chiosare un intervento di un economista che va per la maggiore nel nostro paese, nonostante che le sue teorie siano ormai ampiamente falsificate dalle economisti liberali come Paul Krugman e dalle ricerche del Fondo monetario internazionale. Parliamo di uno dei capiscuola della cd ‘austerità espansiva’, Giavazzi, professore alla Bocconi ed editorialista del Corriere della Sera. </em></p>
<p><em>Leggendo l’editoriale di ieri, ad essere ottimisti, potremo dire che finalmente si inizia a parlare di come far uscire l’Italia dalla gravissima crisi in cui si ritrova. Ecco la proposta del professore-editorialista eminente: tagliare le tasse per un ordine maggiore del valore dell’IMU, parliamo quindi di almeno 30-40 miliardi di euro 8circa, le cifre sono approssimmative). Almeno. Per far rilanciare l’economia. Per rispettare però i vincoli di bilancio, scrive sempre il professore-editorialista, è necessario tagliare di analogo importo la spesa pubblica: in primo luogo, eliminando i trasferimenti alle imprese, e poi facendo pagare ‘ai ricchi’ sanità e istruzione. </em></p>
<p><em>Qui la cosa si fa interessante. In primo luogo, il professore definisce ‘sostanzialmente gratuiti’ istruzione e sanità pubblica nel nostro paese. Qui verrebbe da chiedersi di quale paese parli il professore-editorialista: tra ticket e tasse universitarie, tasse scolastiche e altri ammennicoli, è un po’ eccessivo parlare di ‘sostanziale gratuità’ di istruzione e sanità pubblica in Italia. Ma poi che cosa vuol dire ‘far pagare ai ricchi’ scuola e sanità?</em></p>
<p><em>Andiamo per ordine. In un sistema economico relativamente bene ordinato, con un sistema fiscale funzionante e sistemi di Welfare effettivamente gratuiti, l’idea di far pagare seriamente i servizi sociali ai ‘ceti agiati’ per tagliare seriamente le tasse ai ‘ceti meno abbienti’, sarebbe una ovvia e serissima politica liberale postKeynesiana: si aumenterebbero le tasse per chi bassa tendenza alla spesa e si diminuirebbero per chi ha elevata tendenza alla spesa, consumi e quindi investimenti interni potrebbero ripartire. È appunto uno schema postKeynesiano. E ovviamente non è certamente questo lo schema del professore-editorialista, fieramente antiKeynesiano.</em></p>
<p><em>Si potrebbe parlare allora, semplicemente, di aumento di tasse scolastiche, universitarie e di ticket sanitari per i ‘ceti agiati’ allo scopo di tagliare le tasse per le imprese: è uno schema sicuramente ‘conservatore’, (di stampo però ‘post-pseudoliberista’, diremo noi&#8230;). Alla fin fine si tratterebbe di una redistribuzione di peso fiscale e parafiscale tra copertura del Welfare e sistema di tassazione; alla fin fine, si accetterebbe il fatto che il paradigma pseudoliberista (taglio delle tasse, aumento delle spese militari ed affini con finanziamento in disavanzo dei relativi deficit, lo schema delle ‘rivoluzioni conservatrici’ degli anni Ottanta), non funziona più. Sarebbe appunto uno schema ‘post-pseudoliberista’ (pseudoliberista, perché chiunque sia vicino all’ideologia del ‘mercato di concorrenza’ non può che vedere malamente una politica economica in disavanzo e a debito seppure a favore dei ricchi…).</em></p>
<p><em>Ma a ben guardare non siamo neppure in questo secondo schemetto ‘post-pseudoliberista’, di destra, ma appunto postReagan. A ben guardare la ‘ricetta’ del professore-editorialista sta in un’altra categoria. Per cercare di capire le cose, infatti, è sempre bene calare idee e proposte nel contesto storico reale, nel paese, nel periodo in cui dovrebbero essere implementate, non ci sono ipotesi e ricette avulse da storia, contesti, istituzioni, interessi. Men che mai quando si parla di ‘politiche dell’offerta’. Ed allora andiamo a vedere meglio il ‘contesto’ economico, fiscale, statuale nel quale dovrebbe essere calata la ‘ricetta’ del professore-editorialista.</em></p>
<p><em>Uno, come abbiamo prima accennato, istruzione, università, sanità pubbliche in Italia sono ampiamente pagate due volte dai ceti ‘popolari e medi’, prima con le tasse ordinarie, poi con ticket e tasse specifiche, scolastiche e universitarie. Non si capisce affatto che cosa vuol dire, ‘far pagare ai ricchi’ i servizi sociali, se non aumentare il già elevatissimo livello di codeste tasse e ticket. Saremo quindi di fronte ad un  rilevante, aumento di tasse per questi servizi di welfare. Per avere un taglio consistente di tasse per le imprese.</em></p>
<p><em>Attenzione, e qui siamo al punto Due, chi pagherebbe codesti consistenti aumenti di tasse specifiche? Come è ben noto, il sistema fiscale italiano è quanto mai mal messo, e pesa esclusivamente su lavoratori dipendenti, pensionati e imprenditori onestissimi. I ‘ceti ricchi’ di cui scrive il prof, puramente e semplicemente, stanno fuori dal sistema fiscale. Ed allora chi sarebbe i ‘ricchi’? Ovviamente i ceti medi.</em></p>
<p><em>Ricapitoliamo: l’economista propone di tagliare le tasse per le imprese, per un valore di decine e decine di miliardi di euro; per coprire tali tagli, propone l’aumento delle tasse per i ceti medi su sanità e istruzione pubblica. Perfetto, tagli delle tasse per il capitale più aumenti delle tasse per i salari. </em></p>
<p><em>Domanda stupida: come si può pensare che questa manovra fiscale possa far ripartire i consumi e il mercato? Noi siamo ignoranti e non sappiamo rispondere a codesta domanda.</em></p>
<p><em>Ma il bello viene a guardare un po’ meglio le cose. Si dice che servono 30-40 miliardi almeno per un taglio consistente delle tasse sulle imprese, (ripetiamo, per pon està argomentativa, che i numeri sono un pochino approssimativi!). Una parte dovrebbe arrivare dalle attuali spese di trasferimento alle imprese. Un economista molto serio come il prof. Mario Baldassarri, da anni, propone inascoltato questa manovra. Ma la cifra non abbasta. Benissimo, ed allora perché invece di aumentare le già elevatissime tasse specifiche su scuola, università e sanità, non si tagliano altre spese. Ad esempio, nel bilancio sanitario, 110mila miliardi di euro complessivi ogni anno, c’è una posta di bilancio interessante, i ‘trasferimenti alla sanità privata convenzionata’. Vale circa 30-40 miliardi di euro. I casi di mezza Italia, dall’IDI al San Raffaele, lasciano un pochino basiti su questa posta di bilancio. Perché non effettuare un bel taglio di questa posta? Ed ancora: seguendo le analisi dell’economista Mario Baldassarri, si potrebbero fare tagli per le spese di acquisti nel settore sanitario, un’altra posta di bilancio di decine di miliardi di euro, aumentati fortemente e senza ragione negli ultimi anni. Questi tagli potrebbero essere anche molto consistenti e si potrebbe suddividere il ‘ricavato’ fra un aumento degli investimenti della sanità pubblica ed il taglio delle tasse per le imprese! Avremo una sanità pubblica più efficiente, con più investimenti, e una politica di tagli seri a favore delle imprese! Senza aumenti di tasse a carico del ceto medio!</em></p>
<p><em>Perché non fare la manovra alla Baldassarri, allora? Ovviamente non possiamo pensare che il professore-editorialista non conosca queste semplici caratteristiche del bilancio statale italiano, le conosciamo noi, con la nostra ignoranza e modestia! Ed allora perché non fare questa semplice proposta, peraltro anche un pochino di sapore ‘coerentemente liberista’? Già perché?</em></p>
<p><em>Ovviamente il fatto che l’azionista di riferimento del Corriere sia un gruppo della sanità privata convenzionata, non influisce sul giornale, ovviamente. Il solo pensarlo è una pura malignità che deve essere respinta. </em></p>
<p><em>Quello che però si capisce è che, con l’aumento delle tasse ulteriore per sanità e istruzione, ci sarebbe alcuni gruppi economici che ne avrebbero forti vantaggi. I cittadini infatti dovendo pagare caro ad esempio le analisi o gli asili nido si rivolgerebbero ancora di più al settore ‘privato’, un settore privato fortemente inquinato da collusioni politiche e da collusioni anticompetitive. Ora ci domandiamo, con la nostra modestia: dove è il ‘liberismo’ di portare risorse a un settore ampiamente monopolistico e collusivo? Già dove è il ‘liberismo’? Domanda stupida, ovviamente. Il liberismo (degli Einaudi) e il neoKeynesismo in Italia sono politicamente debolucci. Il risultato ovviamente è la crisi attuale, che prima ancora di essere una crisi sociale, è una drammatica crisi intellettuale! Le ‘analisi’ del professore-editorialista ne sono una piccola prova! . (C.L.).</em></p>
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		<title>La Malesia va alle urne</title>
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		<pubDate>Wed, 17 Apr 2013 06:44:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>VIRGINIA</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La Malaysia va alle urne il prossimo 5 maggio: continua la transizione politica del paese mentre la Corea del sud vara un pacchetto importante di stimoli alla propria rampante economia!]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><span style="text-decoration: underline;">Good Morning Asia</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="text-decoration: underline;">17 aprile 2013</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="text-decoration: underline;">Sommario: </span><em>a.Laboratorio Malaysia, Le Elezioni</em></p>
<p style="text-align: center;"><em>b.Esempio SouthKorea, Lo Stimolo</em></p>
<p style="text-align: center;"><em>c.Nota sull’Italia</em></p>
<p style="text-align: center;"><em> </em></p>
<p style="text-align: center;"><strong><em><span style="text-decoration: underline;">Per la prossima Nota, </span></em></strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong><em><span style="text-decoration: underline;">appuntamento a Martedì 23 aprile</span></em></strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong><em><span style="text-decoration: underline;">Arrivederci</span></em></strong></p>
<p style="text-align: center;"><em> </em></p>
<p style="text-align: center;"><span style="text-decoration: underline;">1.Il Laboratorio Malaysia</span></p>
<p>a.KUALA LAMPUR, VERSO LE ELEZIONI FEDERALI           Oggi apriamo con un paese interessantissimo del sud est asiatico, la Malaysia: le elezioni malesi sono state organizzate per l’ormai imminente 5 maggio e quindi è piuttosto intrigante guardare un momento nel ‘cortile’ malese.</p>
<p>La ragione del nostro interesse è presto sintetizzata. La Malaysia è un paese che sa vivendo ormai da quasi 10 anni, una complessa transizione politica ed economica. Nelle ultime elezioni federali, il partito che tradizionalmente ha guidato il paese dall’indipendenza in poi, l’UMNO, <em>United Malay National Organization, </em>ovvero il partito dell’etnia maggioritaria, i malesi o <em>malay</em>, assieme con i partiti alleati del Fronte Nazionale, aveva perso la storica maggioranza parlamentare dei due terzi. La perdita di quella maggioranza impediva al governo Rajib, il primo ministro federale, di gestire la situazione politica, sociale, istituzionale in tutta tranquillità. Non solo: a guardare i dati si scopriva che la coalizione avversaria, il Fronte del Popolo, aveva conquistato quasi gli stessi suffragi in termini di voti, del Fronte Nazionale, e che l’UMNO aveva mantenuto la maggioranza assoluta del Parlamento federale solamente grazie al sostegno alla sua coalizione dei partiti regionali del Borneo malese.</p>
<p>La Malaysia è una federazione nata da una costola dell’Impero britannico, comprendente, la facciamo breve, gli Stabilimenti degli Stretti di Malacca, i sultanati della penisola malese e due stati orientale, nella grande isola del Borneo, una isola divisa fra la parte appunto malaysiana e la parte indonesiana. I due stati del Borneo, Sarawak (la regione delle avventure del mitico Sandokan e della dinastia dei <em>Rajah </em>bianchi della dinastia Brooke), e Sabah, sono per l’appunto governati da partiti alleati dell’UMNo e pure molto chiacchierati quanto a corruzione ed affarismi.</p>
<p>In questi anni, dopo le ultime elezioni, la Malaysia ha vissuto una stagione politica molto convulsa. Il primo ministro al potere, Rajib, figlio d’arte, appartenente ad una famiglia molto influente nei palazzi del potere di Kuala Lampur (il padre è stato uno dei massimi leader nazionali del paese, più volte primo ministro!), ha cercato in questi ultimi anni di portare avanti qualche piccola riforma come l’abolizione della Legge sulla sicurezza interna, che consentiva alle autorità di polizia di detenere i sospetti di reati contro la sicurezza nazionale senza processo. Ma sono stati tentativi piuttosto timidi: tanto per parlare solamente delle norme per la sicurezza interna, la legge abolita è stata sostituita da una normativa che comunque consente ancora quelle detenzioni.</p>
<p>Insomma il primo ministro, che pur aveva forse qualche tendenza riformatrice, si è trovato alle prese con un apparato e un sistema di interessi consolidati nel regime dell’UMNO che non gli ha permesso alcuno spazio sostanziale di manovra. L’UMNO, come dicevamo, guida il paese con un potere quasi assoluto fin dall’indipendenza nazionale: ha creato nel corso dei decenni un sistema di potere e di interessi ramificato e influentissimo nel paese e negli stati che compongono la federazione della Malaysia. Un sistema di interessi e di consenso fondato sulle politiche di intervento a favore dell’etnia maggioritaria dei <em>malay</em>. Qui serve un pochino di storia per capirci qualcosa.</p>
<p>La società della Malaysia è composta sostanzialmente da tre grandi comunità di base etnica, i <em>malay</em> di religione musulmana, maggioritaria, i cinesi che compongono storicamente la classe commerciale e mercantile del paese, e gli indiani Tamil, normalmente lavoratori subalterni. I cinesi, anche durante il dominio coloniale inglese, erano riusciti a conservare posizioni economiche e intellettuali molto importanti. Con l’indipendenza, però, l’etnia maggioritaria ha iniziato a pretendere un maggior ruolo nella società, nelle imprese, nelle professioni, nell’amministrazione statale. La classe politica dell’UMNO ha iniziato quindi a costruire il ‘suo’ stato, il suo sistema di potere e di consenso: fu proprio il padre dell’attuale primo ministro ha dare un contributo fondamentale alla costruzione del regime dell’UMNO, con le politiche di azione ‘affermativa’ a sostegno dei <em>malay</em>, tendenti a favorire la loro presenza nelle amministrazioni e la nascita e l’affermazione di loro imprese. La politica dell’UMNO da questo punto di vista ha registrato significativi successi: l’economia malese è cresciuta come un bel Tigrottino, le imprese<em> malay</em> si sono affiancate alle storiche imprese di matrice cinese. Ma ovviamente queste politiche, proprio grazie al loro relativo successo, hanno messo le basi per la loro crisi.</p>
<p>Oggigiorno, in Malesia sono cresciute potentemente le proteste sociali contro la discriminazione positiva promalay, da parte dei cinesi, degli indiani e di settori sociali del mondo <em>malay</em>: le politiche dell’UMNO infatti ha favorito alcuni settori sociali rispetto ad altri nella stessa. Il Fronte del Popolo è riuscito a mettere assieme tre partiti politici nemici dell’UMNO, il ‘Partito della giustizia’ fondata da un ex alto esponente dell’UMNO, Anwar, il DAP o Partito di azione democratica, il partito laico e progressista dei cinesi, il PAS, il partito islamista moderato.</p>
<p>La fuga degli elettori cinesi e indiani dai partiti etnici alleati dell’UMNO e l’ascesa nel mondo <em>malay</em> degli islamisti moderati, tutti fattori politici in qualche modo legati alla crisi delle politiche del regime UMNO; ha politicamente messo in crisi il partito regime. Il risultato delle ultime elezioni è figlio di queste crisi, sociali e politiche.</p>
<p>Ora che accadrà? La risposta è molto difficile. Allo stato dell’arte, sembra che ci sia un testa a testa fra le due coalizioni, il Fronte Nazionale e il Fronte del Popolo. D’altra parte i problemi economici incombono: la Malaysia rischia la trappola dei ‘paesi a medio reddito’ e gli squilibri di bilancio fanno il resto. L’opposizione del Fronte del Popolo propone di rivedere profondamente il nocciolo della politica storica dell’UMNO. Che cosa accadrà? Lo vedremo, per ora arrivederci! <em>(Fonte: Atimes).</em></p>
<p><em> </em></p>
<p style="text-align: center;"> </p>
<p style="text-align: center;"><span style="text-decoration: underline;">2.L’Esempio SouthKorea</span></p>
<p>b.LO STIMOLO ALL’ECONOMIA       La Corea del sud è diventata ormai una potenza economica di tutto rispetto, superiore, per livelli salariali, per produttività, per crescita in settori avanzati, anche a paesi come l’Italia. È uno degli Esempi meglio riusciti di capitalismo interventista all’orientale e di democrazia pluralista ‘all’occidentale’ in Oriente. Il capitalismo sudcoreano con brands e conglomerati come Samsung o LG è diventato un gigante con il quale tutti, persino la ‘mitica’ Apple, devono fare i conti per bene. Fin qui i dati ‘strutturali’, ma vediamo le ultime notizie, perché stavolta in primo luogo, parlando di Corea, vogliamo dare conto di questione meno ‘bellicose’.</p>
<p>Dunque l’economia della Corea del sud, secondo previsioni ed esperti, dovrebbe crescere del 2,3 per cento quest’anno. Nell’Eurolandia  dominata dalla cd ‘austerità’ (di cui parliamo malissimo in altre sedi!!!) ovviamente saremmo ben contenti, ma le autorità di Seul, seppure di orientamento conservatore, sono piuttosto pragmatiche quando si parla di economia e mercato, e quindi fanno molto bene i conti. E ritengono che la Corea del sud deve crescere in modo più significativo rispetto a quelle previsioni. D’altra parte, le previsioni precedenti parlavano di un secco 3 per cento di incremento del Pil. Come è noto, ahinoi, però in queste settimane un paese molto importante, vicino alle coste coreane, il Giappone, ha deciso e implementato una politica molto assertiva in materia monetaria e valutaria. Il row coreano si è significativamente rivalutato rispetto allo yen nipponico, con le conseguenze prevedibili per l’export di Seul e il Pil sudcoreano.</p>
<p>Ed allora, con Tokio così schierata per indebolire la sua valuta, che cosa fare a Seul per ritornare alle previsioni precedenti? Le pragmatiche autorità della Corea del sud non si sono certo fatte impressionare. Risultato: Seul ha messo a punto un bel pacchetto di stimoli economici di bilancio. Un pacchetto del valore di oltre 15 miliardi di dollari. Un pacchetto che dovrebbe valere lo 0,3 per cento del Pil nazionale. Tanto per chiarire che siamo a Seul mica a Roma!!!! <em>(Fonte: Bbc online).</em></p>
<p><em> </em></p>
<p style="text-align: center;"><em></em></p>
<p style="text-align: center;"><em><span style="text-decoration: underline;">3.’Italia e Dintorni’’</span></em></p>
<p><em>c.’’L’ITALIA SPIEGATA AGLI ASIATICI’’: UN COLLE FRA SPINTE E CONTROSPINTE….</em><em>                   </em><em>Ormai siamo giunti alla strettoia finale. Domani il Colosseo di Montecitorio sarà ufficialmente aperto! La corsa per il Colle sta per arrivare al suo momento chiave. Il ruolo sempre più centrale assunto dal Quirinale nel sistema istituzionale e di governo della Repubblica, dà alla designazione del nuovo Capo dello Stato un rilievo decisivo. E comporta scontri e incontri inusitati. Come mostrano le cronache di queste ore. Ma che sta accadendo, ed ancora di più, che cosa sta per accadere?</em></p>
<p><em>Prima di tutto, però, vediamo le contraddizioni che stanno spaccando il sistema politico, dei partiti e delle istituzioni, della Seconda repubblica. Questo sistema è sottoposto ad una serie impressionane di spinte e controspinte. Da un lato, esso ha una tendenza ‘naturale’ a quello che i polemisti definiscono l’Inciucio, ovvero il compromesso spartitorio fra Pd e Pdl. Alcuni analisti cercano di abbellire l’inciucio definendo Pd e Pdl, due forze ‘prosistema’ che, in un periodo di forti difficoltà, dovrebbero cercare un terreno politico e programmatico comune, come accade, chiosano, nelle democrazie europee ben funzionanti. Al di là dell’abbellimento della definizione, è un pochino difficile definire ‘prosistema’, una forza politica che organizza una manifestazione dentro il Palazzo di giustizia milanese per contestare i giudici che ivi devono giudicare il loro leader.</em></p>
<p><em>Ma alla fin fine, la questione non è neppure quella del carattere ‘prosistema/non prosistema’ del Pdl; la questione alla fin fine viene dalla politica e dall’economia. Pd e Pdl sono le due forze perdenti delle recenti elezioni nazionali. Il Pd è riuscito a non vincere pur di fronte allo sfascio della destra; non solo, è riuscito nella non facilissima impresa di perdere un terzo del suo elettorato. Il Pdl tardoberlusconiano è riuscito da parte sua a perdere qualcosa come metà del proprio elettorato. Un incontro-accordo fra due forze politiche che hanno ottenuto un tale brillante risultato non appare, già a prima vista, come la soluzione ideale della crisi di governo e di legittimazione del sistema politico italiano.</em></p>
<p><em>A prima vista. Se poi andiamo più in là, scopriamo che Pd e Pdl, diciamo, sono molto confusi quanto a politiche economiche. Qui dobbiamo cercare di essere un pochino analitici: le elezioni di febbraio hanno messo allo scoperto un paese in fortissima crisi sociale ed economica. Il voto è stato un voto contro le politiche recessive e la cd agenda Monti. Il Pd ha cercato, con poca efficacia e pochissima convinzione, di definire un approccio diverso dall’agenda Monti, rimettendosi alla fin fine, all’Europa e a cambiamenti di paradigma economici a Francoforte e Bruxelles, a Parigi e Berlino, prossime venturi. Il Pdl, da parte sua, ha sparato pesantemente contro l’agenda Monti (pur avendola sostenuta in Parlamento per un anno) e contro le politiche della Germania conservatrice di Angela Merkel, potenza di riferimento di Eurolandia. </em></p>
<p><em>Potremo dire che il Pd ha cercato di definire una agenda Fassina, che però non ha mai particolarmente sfondato, mentre il Pdl ha messo su una agenda Brunetta, un po’ più chiara ma zeppa di contraddizioni. La realtà è semplice: da un lato hanno fallito le agende di ‘austerità espansiva’, come quella montiana (lasciamo perdere, per carità di patria, la versione fondamentalista di tale austerità espansiva…), ma dall’altro lato i partiti, Pd e Pdl in particolare, sono riusciti solo a definire agende economiche ‘antirecessive’ molto molto deboluccie. Per dirla semplicisticamente, Fassina e Brunetta, se si mettessero attorno al tavolo, possono facilmente trovare una sintesi di politica economica, una sintesi però che non avrebbe molta cittadinanza non solo nell’Europa della Merkel, ma in nessuna parte del mondo del 21° secolo, una sintesi che avrebbe una parola d’ordine, abbasso la Merkel, abbasso Bruxelles. Un po’ pochino.</em></p>
<p><em>La domanda è ovvia: come si può pensare che, mettendo assieme quel Pd e quel Pdl, si possa avere una politica economica decente? Come si può pensare che, mettendo assieme Pd, Pdl con una ricostituita agenda Monti, si possa ridare ossigeno alla depressa economia italica?</em></p>
<p><em>Il fatto è che l’intesa Pd-Pdl sarebbe l’intesa dei perdenti, l’intesa di coloro che hanno poche idee e confusissime per economia ed Europa! Potrebbe funzionare? Oltretutto, e qui arriviamo al nocciolo della questione della legittimazione, sarebbe l’intesa impossibile fra le due forze che si sono definite in questi anni, una contro l’altra. Il sistema politico della Seconda repubblica è stato costruito attorno alla affinità elettiva ma occultata dei due schieramenti che proprio perché così affini elettivamente dovevamo mostrarsi alla pubblica opinione come fieramente nemici. Risultato: da un lato Pd e Pdl hanno fatto compromessi spartitori sotto tutti i tavoli, dall’altro lato Pd e Pdl non possono parlarsi apertamente sopra il tavolo della Repubblica.</em></p>
<p><em>Morale: perdenti in termini di voti, confusi e velleitari in politica economica, delegittimati in termini di sistema politico. Il sistema politico tende alla loro intesa, le caratteristiche del sistema politico tendono alla rottura.</em></p>
<p><em>Spinte e controspinte dunque. Spinte e controspinte che si assommano all’altra grande spinta ‘sistemica’, quella della Protesta che avanza sotto le bandiere di Cinque stelle. Un successo elettorale come quello di Cinque stelle, oltretutto di fronte al momento dell’elezione del prossimo Capo dello Stato, provoca necessariamente una fortissima attrazione da parte di Cinque stelle nei confronti degli altri attori politici: tutti cercano disperatamente i voti parlamentari di Cinque stelle, o per fare un governo, o per insediare le Commissioni parlamentari, o per eleggere il Presidente della Repubblica. Ma allo stesso tempo, le caratteristiche del Cinque stelle ‘impauriscono’ il sistema politico reale della Seconda repubblica che li vede come alieni. Una potente spinta attrattiva quindi ed una altrettanto potente controspinta! Anche qui.</em></p>
<p><em>Alle prese con tali spinte e controspinte, al centro del rimanente e indebolito sistema politico dei partiti c’è il Pd, ridotto ad uno straccio anche grazie agli errori capitali del suo gruppo dirigente e a qualche ‘stonatura’, vogliamo chiamarla così, di influenti personaggi nazionali. Questo Pd ora è al centro dei giochi per il Quirinale. </em></p>
<p><em>La battaglia è decisiva, per una ragione semplicissima: la Seconda repubblica, con il suo sconclusionato maggioritario ‘in salsa balcanica’ è riuscita ad andare avanti non per virtù proprie, né per cambiamenti istituzionali seri, ma solamente sfruttando selvaggiamente uno dei tratti ‘atipici’ del sistema parlamentare disegnato dai Padri Costituenti. Come è noto, l’Italia repubblicana è un governo parlamentare ‘atipico’, una faccenda diversa sia dai sistemi parlamentari classici che da quelli rafforzati o razionalizzati della letteratura politologica. Il sistema atipico all’italiana prevede tre tratti ‘atipici’, dice il costituzionalista: gli istituti di democrazia diretta, il bicameralismo paritario e appunto il ruolo particolarissimo del Presidente della Repubblica. Il sistema politico della Seconda repubblica ha deciso di sfruttare solamente questo terzo elemento. Ed ora, nel momento della massima crisi di sistema, la corsa al Colle è diventata devastante per il partito di maggioranza. Ovviamente.</em></p>
<p><em>Questo Pd, questo centrosinistra riusciranno ad eleggere rapidamente ed efficacemente il prossimo Capo dello Stato? Sarà uno dei nomi che si fanno ormai da giorni, o un outsider? Ad oggi, o meglio a ieri, avanza la stella dell’ex presidente del consiglio nonché leader vero del Pd, Massimo D’Alema: avrebbe siglato un patto con Matteo Renzi, avrebbe commissariato di fatto il vertice del Pd esautorando Bersani, ha sicuramente esperienza politica e proiezione internazionale, e potrebbe avere il sostegno di un altro ex presidente del consiglio, il leader del Pdl. Sono solo film di fantapolitica di cronisti in cerca di autore e di contenuti per i propri pezzi giornalistici? Forse. Sta di fatto che le grandi manovre politiche e di palazzo per il Colle sono tutte in pieno svolgimento, con un Pd a rischio tenuta interna, un centrosinistra in forti difficoltà, un Pdl che nasconde, per ora bene, la sua drammatica crisi politica e di consensi, e un Cinque stelle che stenta a darsi una linea politica concreta.</em></p>
<p><em>Qui ci sia consentita una breve parentesi: Cinque stelle, dicono in molti, si è messo fuori dalla partita reale di questi giorni, gioca solo allo sfascio o per meglio dire aspetta solamente che Pd e Pdl siglino il grande inciucio o che si vada ad elezioni anticipate per conquistare una supposta maggioranza parlamentare. Personalmente noi siamo in (parziale) dissenso con queste analisi. Cinque stelle, forse, sta solo aspettando che il Colle abbia un titolare nella pienezza dei suoi poteri costituzionali per definire pubblicamente la sua posizione. Secondo noi è opinabile che Grillo abbia interesse a nuove elezioni. In questo Parlamento, Cinque stelle può giocare ‘di contropiede’, sostenere le leggi e le cose che sono in sintonia con la sua impostazione, sparare contro le altre e cercare di cambiare alcune caratteristiche del ‘regime’. Ha di fatto un pacchetto di ‘azioni’ di controllo del sistema, grazie al cui uso può crescere politicamente ed organizzativamente. Perché sprecare questa opportunità politica ed andare precipitosamente ad elezioni anticipate anzitempo? Se così stanno le cose allora in teoria ci potrebbe essere filo per una tela. Come ha detto D. Thorne, alla fine l’Italia potrebbe anche trovare la sua soluzione.</em></p>
<p><em>Che dire a questo punto, per chiudere queste annotazioni in libertà? Solamente un paio di cose alquanto sommarie: uno, chiunque verrà eletto al Colle, secondo noi, se intende cercare di affrontare bene la crisi politica e sociale, dovrebbe ‘liberarsi’ dai suoi grandi elettori. Solamente in tal modo, un po’ come fece il Presidente Scalfaro nel 1992 (ovviamente con modalità e forme del tutto diverse!!), il prossimo Capo dello Stato, sempre secondo noi, dovrebbe emanciparsi dal quadro tattico che lo ha eletto. Due, chiunque verrà eletto, secondo noi ovviamente, dovrebbe riattivare anche gli altri due tratti ‘atipici’ del nostro atipico governo parlamentare. Come abbiamo scritto prima, la Seconda repubblica ha cercato di ovviare alle sue, immani, deficienze, sfruttando selvaggiamente uno dei tratti ‘atipici’ del sistema costituzionale creato dalla saggezza dei Costituenti, il ruolo forte del Quirinale.</em></p>
<p><em>Secondo noi, solamente sfruttando appieno le caratteristiche e le risorse del sistema costituzionale disegnato dai Costituenti ,l’Italia può cercare di darsi finalmente un sistema politico decente. Due sono le altre ‘atipicità’ che il sistema politico, sotto l’auspicio del prossimo Capo dello Stato, dovrebbe utilizzare massicciamente per governare la crisi, economica, sociale e culturale: gli istituti di democrazia diretta e il bicameralismo paritario che produce un ruolo potenzialmente centrale del Parlamento. Forse si può sfruttare la risorsa costituzionale del bicameralismo paritario per rimettere le Camere al centro del sistema istituzionale di governo. Sarebbe un modo importante per ‘istituzionalizzare’ il movimento di Cinque stelle, per rilegittimare il sistema politico, per rendere più sottoposti a controlli istituzionali, gli apparati dello Stato. </em></p>
<p><em>Ma queste sono solamente nostre soggettive suggestioni: per quanto riguardo quello che accadrà, alla luce di quello che abbiamo or ora argomentato, appare evidente lo stato di estrema sofferenza del sistema politico dei partiti. Del Pd ma anche degli altri partiti. Pdl in testa!(C.L.)</em></p>
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		<title>Cina e Islanda, &#8216;amore&#8217; a prima vista?</title>
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		<pubDate>Tue, 16 Apr 2013 06:47:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>VIRGINIA</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La Cina e l'Islanda, due paesi diversissimi che però sono destinati ad andare d'accordo?]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><span style="text-decoration: underline;">GoodMorning Asia</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="text-decoration: underline;">16 aprile 2013</span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="text-decoration: underline;">Sommario: </span><em>a.Il Dragone nel Grande Nord, Islanda</em></p>
<p style="text-align: center;"><em>b.Crisi Coreana, ‘Un Po’ di Analisi’</em></p>
<p style="text-align: center;"><em> </em></p>
<p style="text-align: center;"><span style="text-decoration: underline;">1.Il Dragone nel Grande Nord</span></p>
<p>a.ISLANDA, TRATTATO CON LA CINA L’Islanda sarà il primo paese europeo ha siglare un Accordo di libero commercio bilaterale con la Cina. L’annuncio è stato dato, a Pechino, dalla stessa primo ministro islandese. Prima di imbarcarsi sul suo volo di ritorno, Sigurdardottir, la premier islandese appunto, ha favorevolmente stigmatizzato questo accordo economico con la grande potenza emergente dell’Asia.</p>
<p>Potremo così diversificare il nostro interscambio e ridurre, ha affermato, il deficit commerciale che caratterizza il piccolo paese nordico. La premier ha ricordato i settori dove si prevede un forte coinvolgimento cinese o comunque un significativo effetto positivo nell’interscambio: sono il turismo, l’energia geotermale, di cui l’Islanda ovviamente è paese chiave, e la ricerca artica.</p>
<p>E quest’ultimo aspetto merita un piccolissimo approfondimento: l’Islanda è un paese europeo, e infatti i media sottolineano come questo è il primo accordo di libero commercio bilaterale siglato dalla Cina con un governo del vecchio continente (sono in corso i negoziati per accordi similari con almeno altri sei paesi, Svizzera e Cina ad esempio hanno appena concluso l’ottavo round di colloqui al riguardo), ma la verità geopolitica è che l’Islanda è una nazione che ha la sua proiezione strategica non tanto sull’Europa quanto sull’Artico. E proprio quella constatazione della premier islandese sul ruolo dell’accordo con la Cina per il settore della ricerca artica assume un significato molto interessante.</p>
<p>L’Islanda infatti si trova esattamente sulla futura rotta artica verso il Canada, il mitico ‘passaggio a Nord Ovest’, che potrebbe essere aperto ‘grazie’ al riscaldamento globale. Il passaggio marittimo canadese-islandese sarebbe una vera rivoluzione dei trasporti fra Cina e in genere l’Oriente asiatico, e l’Europa, consentendo di bypassare completamente le rotte oceaniche tradizionali e la via russa. È quindi facile comprendere il vero valore geopolitico delle intese sinoislandesi. Un valore relativo al Grande Nord come possessore di importanti risorse naturali e con futura Rotta Globale. <em>(Fonte: China Daily).</em></p>
<p><em> </em></p>
<p style="text-align: center;"> </p>
<p style="text-align: center;"><span style="text-decoration: underline;">2.EastAsia, La Crisi Coreana</span></p>
<p><em>b.’’UN PO’ DI ANALISI’’: FACCIAMO IL PUNTO SULLA CRISI                                 </em><em>Pyongyang ha respinto al mittente l’offerta di dialogo della Corea del sud. Alla fine della scorsa settimana, Seul aveva definito la sua posizione, anche per cercare di smorzare le gravi tensioni geopolitiche attorno alla penisola coreana: aveva proposto un tavolo di negoziato dove parlare della crisi. Seul era arrivata a ciò dopo che Pechino aveva chiesto alla amica Corea del sud di ‘focalizzare la sua attenzione sul dialogo’. Era stato lo stesso ministero degli esteri di Pechino, in un lungo documento, a fissare principi e paletti della politica cinese nella attuale crisi coreana, verso gli Usa, verso la Corea del nord stessa, verso il Giappone, e appunto verso la Corea del sud: dovreste ‘focalizzare’ la vostra politica più verso il dialogo, avevano consigliato i cinesi.</em></p>
<p><em>Guarda caso, i sudcoreani avevano intrapreso la via proposta dalla Cina. E ciò è già un fattore politico piuttosto rilevante: la Corea del sud, solida alleata di Washington, i contatti Usa-Seul in questi giorni e in queste ore sono rilevantissimi e strettissimi, è, probabilmente, in sintonia politica con la Repubblica Popolare. L’asse emergente Pechino-Seul quindi sembrerebbe nuovamente confermato.</em></p>
<p><em>Ma come peraltro già avuto modo di osservare, in Corea e in Asia orientale, siamo ormai di fronte ad un emergente Triangolo geopolitico Cina-Corea del sud-Stati Uniti. Come abbiamo annotato prima, Seul è, e rimane ancor di più con la presente crisi coreana, uno stretto alleato degli Usa, ma quello che segue è ancora più interessante. </em></p>
<p><em>John Kerry, neosegretario di stato americano, dopo Seul è giunto, alla fine della settimana scorsa, a Pechino. E con i cinesi ha concordato di ‘lavorare assieme’ per affrontare la crisi coreana. A conferma appunto di un potenziale Triangolo strategico in fase di formazione. </em></p>
<p><em>Guarda caso, passano appena 12 ore e la Corea del nord respinge al mittente il dialogo proposto da Seul, ‘E insincero’, attaccano da Pyongyang. Vedremo nei prossimi giorni che cosa effettivamente accadrà dalle parti della Corea del nord. In queste ore infatti nella capitale nordcoreana celebrano l’anniversario del compleanno del fondatore della dinastia regnante comunista, Kim-il Sung.</em></p>
<p><em>Quello che qui intanto possiamo dire, e scrivere, è un’altra cosa: la Corea del nord si sta mettendo, a parole ma le parole sono spesso di lega indistruttibile nella diplomazia internazionale, in una posizione delicatissima. Se non riesca ad ottenere qualcosa da spendere sul piano interno, la logica della politica nordcoreana è da tempo quella del ricatto alla Comunità internazionale (minacce nucleari per ottenere aiuti alimentari ed energetici, potremo dire sinteticamente…), potrebbero arrivare momenti molto difficili per il regime anche perché alla sua guida vi è un ragazzino ed anche perché la Cina, stavolta, sembra ‘stanca’ delle provocazioni nordcoreane. </em></p>
<p><em>Che vogliamo dire? Che forse il rischio vero non è un conflitto militare, ma il collasso politico e fisico del regime nordcoreano. Forse è questo il ‘punto di caduta’ dell’attuale crisi coreana. Ciò ovviamente aprirebbe scenari imprevedibili, in apparenza. Per ora tutto ciò ovviamente è mera speculazione intellettuale, ma è sempre interessante speculare, no? (C.L.).</em></p>
<p><em> </em></p>
<p style="text-align: center;"><em><span style="text-decoration: underline;">Ovviamente, in questo giorno,</span></em></p>
<p style="text-align: center;"><em><span style="text-decoration: underline;">tutta la nostra vicinanza va ai cittadini di Boston e degli Stati Uniti</span></em></p>
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