Tensioni Cina-Giappone, Subbuglio politico a Tokio

16 luglio 2012

 

Good Morning Asia

16 luglio 2012

 

Il Punto della Settimana

 

a.EASTASIA, UNA NUOVA CRISI FRA CINA E GIAPPONE?                    La crisi delle isole contese del Mar cinese orientale ha avuto un nuovo atto nei giorni scorsi: all’inizio della scorsa serttimana, il governo di Tokio aveva annunciato la sua disponibilità, teorica, ad acquistare tre isolotti nel Mar cinese orientale. Il governo del primo ministro Noda si era detto disponibile ad esaminare questa eventualità anche per far fronte all’annuncio del governatore della Prefettura di Tokio, esponente della destra nazionalista nipponica, proprio di acquistare le suddette isole per conto dell’amministrazione della capitale.

L’annuncio della disponibilità del governo nazionale giapponese ha provocato immediatamente la reazione non particolarmente gradita della Repubblica Popolare. Le autorità cinesi hanno subito affermato di ritenere illegittima la questione dell’eventuale acquisto. E hanno spedito tre navi di pattugliamento nella area marittima, per routine hanno affermato, per riaffermare i diritti cinesi su isole e spazio marittimo. Il governo giapponese ha protestato presso l’ambasciatore della Repubblica Popolare nel Sol levante.

Allo stato dei fatti, comunque, le tensioni di questi giorni sono sotto controllo. La situazione politica interna nipponica è comunque in evoluzione: l’ex segretario generale del partito di governo, il DPJ, il Partito democratico, ha infatti deciso di uscire dal suo partito e di fondarne un’altro. Il DPJ ha per ora mantenuto una maggioranza di seggi alla Camera bassa del Parlamento, la camera che dà e leva la fiducia al governo nel sistema istituzionale del Giappone. La fiducia della pubblica opinione giapponese nei confronti del governo è particolarmente bassa: elezioni anticipate per il rinnovo della Camera bassa potrebbero essere programmate per questo autunno.

 

 

1.EastAsia: Un ‘Nuovo Ordine’?

 

b.CINA-GIAPPONE, CHE COSA POTREBBE ACCADERE               Due anni or sono, la controversia sulle isole del Mar cinese orientale è letteralmente deflagrata nelle relazioni sinogiapponesi. Fin dalla fine del conflitto mondiale, ovviamente, la controversia tra Cina, Giappone e, terzo incomodo, Taiwan, era esistente, ma la controversia era rimasta sostanzialmente sotto traccia. Con il governo Fukuda, Tokio aveva deciso di avviare una nhuova fase nelle relazioni con la Cina, la cosiddetta dottrina Fukuda o del ‘Rientro del Giappone in Asia’. Con questa dottrina strategica, il Giappone intendeva prendere atto dei grandi cambiamenti in corso nel sistema internazionale, con l’ascesa della Cina, con la quale aveva ormai rilevantissimi rapporti economici. Per integrare la Cina definitivamente nel proprio schema di politica internazionale, il Giappone doveva ‘rientrare in Asia’, far assumere cioè alle proprie relazioni asiatiche un ruolo molto maggiore di quello dedicato precedentemente. Ciò comunque, nella dottrina Fukuda, non  significava minimamente un allentamento della relazione strategica con gli Stati Uniti. Anzi si poteva arguire che le due relazioni, con Pechino e con Washington, si dovevano alimentare ed accrescere vicendevolmente.

Il varo della nuova politica estera di Tokio era stato confermato con la visita del Presidente cinese Hu Jintao nella capitale giapponese, e con l’incontro non protocollare fra lo stesso Presidente cinese e l’Imperatore giapponese. Tutto sembrava orientato verso una maggiore e intensa cooperazione sinogiapponese. Ma entrambe le potenze non avevano fatto i conti veri con le rispettive società e opinioni pubbliche. In Giappone, gli ambienti nazionalisti erano, e sono, molto forti: le loro posizioni anticinesi emersero alla prima occasione, al momento della crisi del governo di Naoto Kan. Il sorpasso economico del Giappone da parte della Cina, aveva creato molta insicurezza nel Sol levante e ciò aveva prodotto l’humus contro la Cina. Quando il governo del primo ministro Naoto Kan, esponente del Partito democratico, si ritrovò sotto pressione da parte del suo nemico interno, Ichiro Ozawa, allora segretario generale del partito, il premier era probabilmente nella giusta condizione politica.

L’occasione per riaccendere e sfruttare politicamente le tensioni sinogiapponesi si presentò con un incidente, due anni or sono, onestamente del tutto secondario: un incidente di navi da pesca. Il fatto che fece detonare la crisi fa la pubblicizzazione dell’incidente che uscì in tal modo dai confini usuali della diplomazia sinonipponica. L’incidente fu probabilmente sfruttata dalla fazione del Partito democratico vicina al primo ministro Naoto Kan contro la fazione avversa di Ichiro Ozawa, Kan battà Ozawa nello scontro interno nel Partito.

Ma incidente e la crisi fra Cina e Giappone era ormai eruttata: e ora entrò in scena la pubblica opinione cinese. I cinesi si mobilitarono contro il Giappone e gli orientamenti nazionalisti cinesi diventarono molto forti. Come ci dice un osservatore molto attento alle cose cinesi, ‘L’opinione pubblica cinese andò fuori controllo’. Morale: la crisi sinogiapponese è durata almeno un anno, sostanzialmente fino alla Triplice catastrofe che ha colpito il Giappone con Fukushima. Dopo la catastrofe, le relazioni sinogiapponesi poco a poco si sono modificate. Fino al vertice di fine 2011, a Pechino, fra il primo ministro Noda e il primo ministro Wen Jiabao.

Ma le tensioni potenzialmente restano e possono eruttare nuovamente. L’attuale crisi sembra sotto controllo, proprio perchè, ci spiega l’osservatore, stavola l’opinione pubblica cinese è più ‘tranquilla’ sul fronte giapponese. Ma come abbiamo detto le tensioni restano, resta la controversia e resta l’atteggiamento degli ambienti nazionalisti giapponesi nei confronti della Cina.

L’attuale primo ministro, Y. Noda, è un filoamericano pragmatico, che sta applicando una politica di cooperazione con la Cina, a Tokio c’è un campo politico filoamericano, ovviamente, una area politica più filocinese, e della quale Ichro Ozawa ad esempio è un potente esponente e una tendenza nazionalista radicale, apparentemente filoamericana e di ispirazione fortemente anticinese. Questo ultimo orientamento non è al potere oggiogiorno a Tokio ma ovviamente esercita una influenza significativa nella società e nella politica nipponica, come mostra la decisione del governatore della Prefettura di Tokio dalla quale siamo partiti. Morale: Cina e Giappone hanno ripreso a cooperare ma le tensioni non sono ancora finite! (Fonti: Asahi Shimbun, Nostre Conversazioni da Pechino).

 

 

2.Il Giappone della Triplice Catastrofe

 

c.UN DPJ IN FRANTUMI?             Come abbiamo detto, la politica interna del Sol levante è molto importante, non solo, ovviamente, per la vicenda di Tokio, ma anche per le conseguenze sulla geopolitica dell’Asia orientale, e quindi nel sistema internazionale. Quindi è di indubbio interesse cercare di capire quello che sta accadendo a Tokio. La scorsa settimana era stata scandita dall’uscita di Ichiro Ozawa e delal sua fazione dal Partito democratico, una cinquantina di parlamentari del DPJ, della Camera alta e della Camera bassa, hanno abbandonato il Partito democratico e poi hanno aderito alla nuova formazione creata dal medesimo Ozawa, People’s Life First Party, questa è la sua denominazione immediatamente stigmatizzata dal primo ministro Y. Noda. Ora è volta di un altro esponente di rango, molto importante del Partito democratico, ad uscire da suo partito: si tratta niente di meno che dell’ex primo ministro Yukio Hatoyama. Hatoyama fu il primo capo del governo del Partito democratico dopo la vittoria elettorale: da giorni si parla di una sua possibile uscita dal partito, se ciò avvenisse, per Noda potrebbe davvero essere scoccata l’ultima ora. È già molto significativo che nella stampa giapponese si speculi apertamente sulle scelte di Hatoyama, pex premier e figlio d’arte nella politica nipponica.

Ma il fatto importante è dato anche dall’orientamento della pubblica opinione giapponese: il 60 per cento degli elettori si dice favorevole alla convocazione di elezioni anticipate per l’autunno. Per l’intanto, il 18,6 per cento degli elettori del Sol levante si dice favorevole ad un governo diretto dai conservatori del Partito liberaldemocratico, contro appena il 6,7 per cento favorevoli ad un governo diretto dal Partito democratico. Il 14,9 per cento vorrebbe un governo di grande coalizione.

Come si vede, la politica giapponese è in pieno movimento e la mossa di Ichiro Ozawa, di uscire dal Partito democratico, ha dato una scossa enorme al governo e alla sua maggioranza parlamentare. L’autunno diventa il passaggio chiave, in contemporanea con il Congresso del Partito cinese! (Fonti: Japan Times).

 

 

3.Eurolandia. Le Note del Giorno

 

d.’L’ITALIA SPIEGATA AGLI ASIATICI’. TRE CONDIZIONI PER UN ‘MONTI DOPO MONTI’

 

Mentre il Presidente Monti è impegnato con il capitale high-tech della Sun Valley, Idaho, lo spread impazza, le agenzie di rating se la prendono con l’Italia, la cassa integrazione si impenna, il Pil si contrae sempre di più. In sintesi, il nostro paese è sempre più nell’occhio del ciclone europeo. Insomma i guai sono tuttaltro che terminati: nonostante le manovre di emergenza SalvaItalia e nonostante l’impegno del Presidente Monti. Con chi dobbiamo predercela? Con politica economica dai consistenti elementi deflazionistici, cara alla Germania conservatrice, con i cinismi di un sistema finanziario deregolamentato, drogato e inefficiente (pseudoliberista, per dirlo con una sola parola) come quello anglosassone? Certamente errori deflazionistiti e cinismi pseudoliberisti fanno la loro parte. Ma quello che rende, in primissimo luogo, lo spread italico poco trattabile sono caratteristiche tutte italiche.

 

Basta leggere le cronache politiche di questi giorni per capirlo al volo. Facciamo una breve sintesi per memoria nostra e del lettore. Riforma elettorale, ritorno dell’ex presidente del consiglio in prima persona nell’arena politica, montiani leggermente contradditori: un trittico che dà il segno di un sistema politico, quello italiano, ancora simpaticamente inconsapevole, nella sostanza, della serietà della situazione e del ciclo politico-economico.

 

Il nostro paese richiede un governo con mandato popolare che vada avanti con riforme, cambiamenti, rigore, rilancio dell’economia, riforme politiche anticorruzione? Che fa il sistema politico italico? Pensa, negozia, dibatte su come introdurre un meccanismo elettorale che garantisca l’impossibilità di formare una maggioranza solida di seggi parlamentari. Tutte le cancellerie europee, le istituzioni economiche internazionali e il ‘capitale’ della Sun Valley vedono come fumo negli occhi l’ex presidente del consiglio. Il ‘ventennio’ berlusconiano è stato il periodo del declino storico del nostro paese: aumento del debito pubblico e sostanziale stagnazione economica perfetta, guarda caso, sono i due precisi fattori della crisi italiana. E che cosa accade? L’ex presidente del consiglio, forse per meglio cercare di difendere i propri interessi personali, pensa di ritornare in prima persona come candidato premier. Infine, come è abbastanza evidente, per un Monti dopo Monti, sarebbe indispensabile una formula politica che veda assieme il rigore ‘prussiano’ con il rilancio Keynesiano: senza quest’ultimo, non c’è rigore dei conti, non ci sono riforme economiche di competitività che tengano, in particolare in Italia. l’Italia è un pezzo troppo importante di Eurolandia, per applicare semplicisticamente una politica di sostanziale deflazione, senza mettere in serissimo pericolo l’intera costruzione europea. Per rientrare dal debito è indispensabile alla fine, l’aumento del Pil, e per aumentare il Pil, come insegna la Germania di Schroeder, (ad imparare bene le sue lezioni), bisogna fare riforme del lavoro, investimenti nella ricerca e nella tecnologia, e una grande politica di innovazione nel nome delle energie alternative e dintorni. Che fanno, per carità con le migliori intenzioni,  alcuni seguaci del Presidente Monti? Di fatto ripudiano la lezione di Keynes, predicano il rigore dei conti e le riforme di competitività senza alcun programma di investimenti civili. .

 

 Eppure le cose dovrebbero essere chiare: l’esperienza montiana potrebbe davvero rappresentare un punto di svolta per il sistema politico italiano. Come ha indicato, giorni or sono, il politologo Ilvo Diamanti, montismo e grillismo sono i due fenomeni politici chiave del nostro periodo. Per per dare stabilità e riforme al sistema politico-economico italiano, l’esperienza montiana potrebbe essere una soluzione decisiva: ma per renderla una formula politica vitale sono necessari alcuni presupposti. In primo luogo, è indispensabile che Monti abbia un qualche mandato politico popolare. In tutti i sistemi politici un minimo sofisticati, le leadership politiche, quando intendono portare avanti riforme, si fanno dare un mandato politito. Ciò accade anche nei sistemi politici a Partito-Stato. Quindi non pare proprio plausibile che il montismo come formula di governo possa scavalcare il 2013, le prossime elezioni, senza farsi dare un mandato politico dai cittadini. Non è neppure una questione di meccanismo maggioritario come tecnica istituzionale: è una questione di rappresentanza politica e di fondamento del sistema di governo. Per fare riforme chiavi, una nuova leadership deve farsi dare un mandato politico. Quindi creare le condizioni per una situazione parlamentare senza maggioranza precostituita per riuscire ad arrivare ad un Monti Due, a noi pare piuttosto bislacca da tutti i punti di vista.

 

In secondo luogo, un montismo diventato formula politica e di governo, non solo non abbisogna del berlusconismo, ma richiede che la forma politica del lungo declino italico di questi anni sia esclusa dalla nuova esperienza. Una coalizione montiana, d’altra parte, non può mettere assieme Berlusconi e gli elettori di centro o di sinistra: non esiste. Nè una nuova esperienza berlusconiana non pare minimamente gradita nè alle cancellerie europea, tedesca in testa, nè alle istituzioni finanziarie internazionali, Fondo monetario per primo, nè al capitale della Sun Valley. Un paese indebitato come il nostro non può non tenerne conto.

 

Infine, in terzo luogo, una formula montiana vincente deve essere sia una politica di rigore sia una politica di riforme sia una politica di rilancio dell’economia. Senza questo ultimo pilastro, non solo l’economia italiana rischia di avvitarsi nella contrazione e nella recessione economica, ma ancora di più, la società italiana non riuscirebbe a sopportare il peso e il costo delle riforme e del risanamento. Lo stesso Presidente Monti, nel suo ultimo intervento al Senato, ha parlato di politica di bilancio di investimenti, quasi in senso liberale-Keynesiano. L’idea di fare rigore o alcune riforme senza rilancio Keynesiano degli investimenti civili e senza riforme politiche anticorruzione, è semplicemente sbagliata e rischia di portare al fallimento qualsiasi ipotesi di Monti dopo Monti.

 

Senza questi tre pilastri, un Monti dopo Monti appare deboluccio. E in attesa che il quadro politico si chiarisca verso una direzione compatibile con la stabilità e il cambiamento riformatore, è inutile prendersela con tedeschi o anglosassoni. Lo spread continuerà ad impazzare alimentato proprio dai deficit del nostro sistema di governo: incertezza nel quadro di governo per i prossimi anni, dibattiti attorno alla riforma elettoale che rischiano di produrre quadri politici ancora più incerti ed insicuri per l’azione riformatrice e di rilancio, rientri nell’arena politica di personalità di cui non si sente la mancanza ed infine debolezza nell’impostazione di rilancio di una economia in forte sofferenza come quella italiana.

 

Ma che cosa accadrà nei prossimi giorni? Beh, la situazione politica italiana è complessa almeno quanto quella indiana, tanto per fare un paragone. Per quello che possiamo capire, l’aspetto chiave, ahinoi, del dibattito politico italico sarà costituita dalla riforma elettorale: se ci sarà una maggioranza in Parlamento per introdurre un meccanismo proporzionale con preferenze, allora andremo probabilmente verso una situazione simil-weimariana con la prospettiva di un Parlamento quasi ingovernabile, se invece non ci sarà una tala maggioranza, allora partiti e presidente del consiglio di troveranno di fronte ad una scelta importante all’inizio del 2014: sarà possibile, a quel punto, costituire la coalizione ‘montiana’ e sarà disponibile il Presidente Monti a presentarsi al popolo sovrano?

 

D’altra parte il peso del debito pubblico italiano rende il caso Italia meritevole della massima attenzione a livello globale. Non meraviglia, dunque, che sia le cancellerie europee sia le istituzioni finanziarie internazionali sia parte di quello che un tempo sarebbe stato polemicamente definito il ‘capitale internazionale’ puntano le loro carte sull’esperienza montiana. Vedremo! (C.L).

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