Novità dalla Cina, Riflessioni sull’India

7 agosto 2012

 

Good Morning Asia

6-7 agosto 2012

 

Il Punto della Settimana

 

a.UNA ORDINARIA SETTIMANA INDIANA         Settimana piena di notizie dall’India: tre per la precisione, tre notizie che mettono in luce le, enormi e spesso misconosciute, contraddizioni dell’’India Risplendente’. La prima, ovviamente, concerne il Grande Black Out elettrico che ha colpito, una prima volta 300 milioni di persone nel Nord del subcontinente, e una seconda volta oltre 600 milioni di persone, ‘Il più grande black out della storia’, ha titolato il Times of India. La seconda notizia invece riguarda l’Incidente ferroviario che ha coinvolto l’espresso che collega Chennai, capitale del Tamil Nadu, con Delhi, la capitale federale, molte decine le vittime. Infine, la terza notizia: l’esplosione delle tensioni intercomunitarie in Basso Assam, tra la etnia Bodo, una delle popolazioni tribali del Nord est indiano, e gli immigrati musulmani. Una vera e propria crisi che ha provocato decine di morti e decine e decine di migliaia di uomini e donne in campi profughi nella regione. Una situazione semplicemente drammatica che ci parla di una società indiana sempre caratterizzata da serie tensioni etniche, sociali, comunalistiche. Dunque la settimana è stata caratterizzata da tre notizie importanti, ma i media internazionali hanno coperto in particolare la prima, il Grande Black Out. Le altre due, in particolare la crisi assamese, è rimasta molto sotto traccia nell’opinione dei media internazionalui. Nonostante la portata della tragedia umanitaria. Ci permettiamo di fare subito una annotazione al margine: secondo noi, infatti, questo tipo di coperture e non coperture non è nell’interesse della crescita di questo grandissimo paese che è l’India. Occultare la realtà e le tragedia dell’India non fa bene nè all’India stessa che non viene aiutata ad affrontare le sue contraddizioni, nè al nostro ‘Occidente’, che si accontanta spesso, troppo spesso, di fare mera propaganda. 

Ovviamente nella settimana or ora finita non ci sono state solamente le notizie dall’India: ad esempio, ci sono state anche ad esempio le ‘mille proteste’ made in China e le altre notizie dalla Repubblica Popolare, come ad esempio, la nomina da parte del Presidente Hu Jintao di sei nuovi generali al vertici militari.

 

1.La Cina verso Il Congresso del Partito

 

a.VERTICE AL RESORT             Prima di parlare di India e di Contraddizioni Indiane, andiamo in Cina, nella Repubblica Popolare. Quest’ultimo, infatti, è stato un fine settimana di incontri per la leadership cinese. A Beidaiha si è tenuto un meeting che aveva in agenda le scelte o meglio i meccanismi di scelta per il prossimo vertice del potere politico cinese. Ovvero del Comitato Permanente del Politburo del Partito. Attualmente il Comitato pernanente è composto da nove membri: è stato questo organismo a decretare la destituzione di Bo Xilai dal Partito, con un voto a maggioranza, un solo voto contrario per la precisione.

Ora il Presidente in carica Hu Jintao starebbe cercando di avere il consenso per un Comitato permanente prossimo venturo di soli sette componenti. Con un vertice più ristretto, secondo le intenzioni della leadership, il sistema politico di governo cinese dovrebbe essere più in grado di prendere decisioni e di fare le scelte anche se complesse e difficili. Questa sarebbe, lo ripetiamo, l’intenzione del Presidente Hu Jintao.

Per ora oltre il prossimo Presidente Xi Jinping e il prossimo primo ministro, già designati, sarebbero componenti già sicuri del prossimo Comitato permanente, quattro personalità, Li Yuanchao, attuale capo del Dipartimento Organizzativo del Partito, Yu Zhengsheng, attuale segretario del Partito a Shanghai, Zhang Dejiang, il nuovo segretario del Partito a Chongqing, e infine il viceprimo ministro Wang Qishan. Per ora solamente questi sei personaggi sarebbero sicuri di entrare nel cuore e nel cervello del sistema politico di governo cinese. Se l’operazione di Hu Jintao, la riduzione a sette del Comitato, allora mancherebbe a questo punto solamente il settimo componente. (Fonti: China Digital Times, alcuni giornali anglosassoni).      

 

 

2.Speciale ‘Le Contraddizioni Indiane’

 

c.IL BLACK OUT, RAGIONI E MOTIVI             Certamente la vicenda del Grande Black Out è una vicenda di investimenti e di deficit di investimenti infrastrutturali. Ma alla fin fine questo è un ragionamento abbastanza generico: quali sono gli investimenti e le deficienze specifiche che hanno creato le basi del Black Out, e che potrebbero ricrearne le condizioni anche in futuro. In primo luogo una precisazione, ovvia per chi conosce la realtà indiana, ma necessaria: in India, le interruzioni elettriche, nell’erogazione di energia, non sono minimamente un fatto strano o eccezionali. Tuttaltro.

Il problema di fondo del sistema è alla fin fine semplicissimo: la rete indiana di energia elettrica presenta un deficit consolidato per così dire del 12 per cento. Per dirla in parole semplici, nel sistema elettrico indiano manca il 12 per cento della capacità elettrica necessaria per un funzionamento a un livello decente del sistema economico e dell’organizzazione sociale. Attenzione questo deficit sistemico del 12 per cento dei bisogno arriva al 20 per cento dei bisogni in periodi di particolari picchi di domanda come la stagione estiva. Insomma, sistemicamente, l’India presenta deficit serissimi nella generazione e quindi nell’erogazione di energia. Tanto che le fabbriche, i centri sociali vitali indiani o organizzazano turni ed attività tenendo ben presente la realtà delle interruzioni sistemiche, oppure si organizzano mediante generatori autornomi. Insomma la crisi elettrica in India è pane quotidiano per i cittadini e per le attività economiche. E ciò la dice lunga sulle contraddizioni dell’’India Risplendente’.

In questi giorni poi, a tutto ciò, ci è aggiunta la situazione climatica particolare, ovvero il monsone. In tutta la vita indiana, il monsone rappresenta da sempre e pure oggi (anche questo dato spiega molte cose attorno alla realtà indiana, una realtà spessissimo misconosciuta!!), scandisce aspetti fondamentali dell’economia, della società e della mera sopravvivenza. Il monsone ad esempio, un monsone sufficiente di forza, è fondamentale tuttoggi per assicurare agli indiani una certa offerta alimentare. Un monsone debole significa una offerta alimentare debole con tutte le conseguenze relative. Ma un monsone debole significa anche maggiori consumi di energie per cercare di avere sufficienti risorse idriche per l’irrigazione. Ed anche una maggiore domanda di energia per condizionatori nelle metropoli. Insomma un monsone debole, oltre che una offerta alimentare debole, significa anche un pressione maggiore su un sistema elettrico già deficitario di suo. Il che è quello che puntuamente è accaduto agli inizi della settimana terminata.

La crisi di questi giorni ha avuto due fasi: nella prima è saltata l’erogazione in una delle cinque macroregioni energetiche dell’India, il Nord, la prima fase ha interessato 30 milioni di persone. Per cercare di affrontare la crisi è stata immessa in rete energia da un’altra macroregione, il Nord est, e ciò ha portato alla seconda fase della crisi, un collasso che ha riguardato ben 600 milioni di persone. Ma ripetiamo tutto ciò non rappresenta affatto una sopresa per l’India e per gli indiani, e questo è il fatto importante. (Fonti: le Nostre Conversazioni Indiane).

 

 

d.LA CRISI DELL’ASSAM, UN PO’ DI STORIA       Almeno 40 persone hanno perso la vita negli scontri e nelle tensioni intercomunitari nel Basso Assam in questi ultimi giorni. Questa è almeno la quinta volta che nella regione scoppiano tensioni fortissime a largo raggio. Insomma la crisi assamese è una vicenda complessa che domina la vita politica e quotidiana del Nord est indiano da anni, da tanti anni.

I motivi di queste tensioni sono, per così dire, scritte nella storia: un tempo, prima dell’indipendenza, i Bodo, la popolazione tribale, erano la comunità largamente dominante della regione del Basso Assam. Erano agricoltori e i loro diritti di proprietà erano garantiti dall’amministrazione coloniale britannica. Poi per coltivare la terra sono giunti anche gli immigrati, dal Bengala e dal Bihar in particolare: la situazioneha iniziato a diventare critica quando i Bodo si sono ritrovati inseriti in un assetto economico che li vedeva collocati in ruoli poco sviluppati e, in secondo luogo, a causa della Partizione. La Partizione fra India e Pakistan dell’Impero angloindiano infatti mise in pericolo, anzi distrusse i tradizionali legami e metwork di popolazione locale e creò quindi le condizioni per la crescita di logiche e di culture etnico-identitarie. Cosa che è puntualmente accaduto dopo la Partizione.

L’accordo del Bodoland del 2003, che istituì il Bodoland Territorial Council, e che ha riconosciuto l’egemonia politica dei Bodo, non è riuscito evidentemente ad ordinare i diritti di proprietà e di cittadinanza, creando se mai le condizioni per i nuovi conflitti e le nuove tensioni. Bodo e immigrati, Musulmani bengalesi, Nepalesi, Santhals e Musulmani assamesi, si sono ritrovati marginalizzati in una regione già ampiamente sottosviluppata: il terreno per una guerra di poveri era tutto pronto. Cosa puntualmente scoppiata nuovamente nei giorni scorsi, il 6 luglio per tsuccessivo 19 luglio, quando altri due militanti musulmani sono stai uccisi. Cosa non passata sotto silenzio: quattro giorni dopo, quattro attivisti del Bodo Liberation Front sono stati a loro volta uccisi in un distretto a prevalenza musulmana. La violenza a quel punto è letteralmente divampata in tutta la regione: con il relativo drammatico bilancio di vittime. Ma perchè lo scoppio di tensioni non è stato gestito dal governo statale? Alla fin fine le autorità locali avevano i mezzi e le possibilità per cercare di controllare la violenza, ed allora che cosa è accaduto di ulteriore? Semplice, il governo statale dell’Assam, espressione del partito del Congresso, si è ritrovato bloccato dai veti e dagli interessi politici contrapposti: il governo statale pur espressione del Congresso, dipende anche dal sostegno dei rappresentanti Bodo e di quelli Musulmani. Le scelte quindi diventavano molto difficili per il governo statale assamese. Che tanto per non sbagliare ha preferito non agire immediatamente, il che ha fatto probabilmente tracimare la crisi in un conflitto violento sui larga scala. (Fonte: Economical Political Weekly).

 

 

e.’GOOD MORNING INDIA’:”NON SOLO INDIA”, LA CRISI DI INVESTIMENTI

 

Ci sia  concessa, a questo punto, una brevissima riflessione. La crisi indiana di questi giorni ha mostrato ancora una volta come certe analisi economiche e politiche non siano particolarmente affidabili. Moltissimi osservatori made in West avevano previsto l’imminente crollo, l’atterraggio duro, dell’economia cinese o la crisi finale dell’economia e del debito giapponese, (l’EastAsia, che ha i suoi grossi e rilevanti problemi, ma sembra essere vista con pregiudizio da molti osservatori made in West), ma l’India veniva ritenuta l’alternativa operante al gigante cinese.

 

L’India veniva ritenuta una società più ‘vitale’ di quella estasiatica, il suo capitalismo più robusto, garantito anche da un ordinamento visto come uno stato di diritto di stile anglosassone. A dir la verità, bastava guardare i fatti per scorgere una situazione un po’ diversa. Ad esempio bastava guardare le statistiche indiane, in particolare quello dello stato con il più alto tasso di crescita, o semoplicemente conoscere direttamente un pochino la realtà indiana, per rendersersi conto di qualche contraddizioni piuttosto rilevanti. La società indiana è sicuramente molto vitale. Ma è pure molto afflitta. Il Gujarat è, appunto, lo stato con più alta crescita del Pil ed è anche uno degli stati indiani dominati da una malnutrizione dei ragazzi a livello dei paesi più poveri del Sahel; il Gujarat è certamente uno stato in forte sviluppo economico, ma la regione di Surat, centro della sua attività manifatturiera, è di gran lunga una delle più inquinate al mondo, sfidando i record cinesi in materia con forte probabilità di conquistare il relativo, e non invidiabile, primato mondiale.

 

Ma tutta l’India è zeppa di contraddizioni: ad esempio l’India è piuttosto lontana dai successi di Cina, Indonesia e Vietnam (tre paesi tutti asiatici ma con differenti sistemi politici e differenti collocazioni geopolitiche!) quanto a lotta ed uscita dalla povertà. Molti dati non negativi in merito in India, poi, sono il frutto di mere interpretazioni statistiche, come spiega benissimo una grande studiosa indiana in materia. Gli stessi dati della popolazione giovane in questo contesto sono tuttaltro che positivi a ben guardare: significano semplicemente che c’è e ci sarà  una parte cospicua della popolazione del subcontinente destinata per chissà quanto tempo ad una vita miserrima. Il negare una realtà indiana molto complessa è parte del problema e ovviamente non aiuta questa grandissima nazione, dotata di rilevanti potenzialità come mostrano le vicende di questi anni, a prendere coscienza dei suoi problemi e a porci efficacemente rimedio, ma tant’è!

 

Ora è bastata una interruzione elettrica (e i recenti numeretti del Pil indiano) per rimettere, apparentemene, le cose al loro posto. Il punto  cruciale è semplice: l’India ha un bisogno disperato di investimenti, in tutti gli ambiti. Ha bisogno di investimenti in infrastrutture fondamentali, distribuzione e generazione di energia elettrica ad esempio, ha bisogno di investimenti sociali ed ambientali, ha bisogno di investimenti in capitale umano. Come avviare un grande processo di investimenti in questo grande paese? È questo il problema per l’India poichè Delhi ha seri problemi di deficit fiscale e di indebitamento estero. Ovviamente l’apertura, ben regolata, ad un adeguato sistema finanziario mondiale e il sostegno del capitale ‘sovrano’ delle principali potenze asiatiche sarebbero fattori decisivi per affrontare la sfida. 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Una ulteriore riflessione. L’India non è minimamente solitaria in questa condizione economica: anche la Cina ugualmente ha un enorme bisogno di investimenti sociali ed ambientali di qualità: come spiegano efficacemente gli osservatori bene informati di faccende cinesi, basta andare in giro per l’Impero di mezzo per rendersi conto delle enormi necessità di investimenti, in particolare nelle molte regioni interne. La Cina deve, probabilmente, cambiare tipologia di investimenti, spostando l’allocazione delle sue risorse dalle grandi opere agli investimenti sociali ed ambientali di qualità, (e ampliando allo stesso tempo l’ambito della finanza e degli investimenti privati!). Per non dimenticare la massima potenza mondiale, la massima potenza occidentale avanzata, gli Stati Uniti: un solo dato, secondo uno studio della locale Associazione degli ingegneri, gli Usa abbisognano di investimenti in sole infrastrutture fondamentali per la cifra paperonesca di 2200 miliardi di dollari. Morale. Per dirla molto superficialmente, la crisi elettrica indiana ha nostrato che l’attuale crisi economico-finanziaria mondiale potrebbe essere considerata validamente come una Grande crisi di deficit di investimenti civili a livello globale. D’altra parte che cosa ci sarebbe di meglio di grandi ed oculati progetti di investimenti civili, pubblici in primo luogo ma anche bancari e privati, per rimettere in moto la macchina dell’economia globale, ristrutturandola allo stesso tempo? Qui siamo davvero al nocciolo del problema non solamente per l’India: i sistemi politici di governo delle grandi regioni del mondo sono in grado di governare i processi di investimento necessari per uscire dalla crisi e per riavviare lo sviluppo capitalistico, anche quando ciò sia in conflitto con gli interessi di quelle elite e di quegli interessi potenti che potremo chiamare, Oligarchie? La domanda vale l’India, vale anche per l’Asia ma vale moltissimo per noi!  (C.L.).

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L’ASIA, IL CONTINENTE DEL FUTURO – UN SITO SULL’ASIA

L’Asia è il continente del futuro prossimo. Il Far East in particolare è il centro di questa Asia emergente. Questo sito si propone di diffondere la conoscenza attorno a questa Asia. Mediante Note e Conversazioni quotidiane o periodiche. Le Note sono i Buongiornoasia, le Conversazioni sono le interviste all’interno de ‘L’Ora di Chindia’ di Radioradicale.

Ma il sito propone anche un elenco immediatamente fruibile dei giornali e dei magazine made in Asia, dall’India alla Cina passando per Giappone, Corea, Taiwan, Sud est asiatico, un elenco dei think tank che ormai quotidianamente offrono studi, ricerche, paper, report sullo sviluppo asiatico e sulle sue implicazioni e conseguenze geopolitiche e strategiche, sulle crisi e sui dossier delicati del continente, dalla crisi afganopakistana alla sfida nucleare nordcoreana per arrivare a quel Laboratorio politicoeconomico che è diventato il Sud est asiatico.

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